Avvenire, 19 maggio 2026
Ankara: il mare è «patria blu». E amplia le acque territoriali
Acque agitate fra Turchia e Grecia. E, visto il tema, non ci potrebbe essere espressione più adeguata. Dopo la Festa del Sacrificio, ossia il 31 maggio, il parlamento turco trasformerà la dottrina della “Mavi Vatan”, letteralmente, la Patria blu, in legge. In pratica, Ankara deciderà di estendere unilateralmente le proprie acque territoriali.
La “Mavi Vatan”, che risale al 2006, nasce come dottrina militare e considera in particolare Mar Nero, Egeo e Mediterraneo orientale come spazi essenziali per la sovranità, la sicurezza e la proiezione economica della Turchia. Con l’approvazione della legge, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, potrà intervenire qualora si registri quella che per la Mezzaluna è una violazione. In pratica, Ankara si sta appropriando illegalmente di acque che non le competono e la situazione più delicata è nell’Egeo.
Le acque territoriali greche e turche si estendono attualmente fino a sei miglia nautiche dalle rispettive coste, nonostante il diritto internazionale consenta in linea generale un’estensione fino a 12 miglia. La Grecia rivendica, in base alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos), di poter estendere tale limite sino a 12 miglia; la Turchia, che non ha mai voluto ratificare la Convenzione, considera da decenni un’eventuale estensione greca nell’Egeo un “casus belli”. E, rompendo gli indugi, ha deciso di ampliare le sue che così andranno a sovrapporsi con quelle di Atene e soprattutto con quelle delle isole che di trovano di fronte alla costa turca, oltre a Karpathos, Rodi e Creta. Una complessa formulazione tecnica per un atto che è puramente politico ed è destinato a procurare problemi alla Grecia, all’isola di Cipro e all’Unione Europea. Tuttavia dietro a quella che sembra una questione di principio, e per i turchi di “giustizia”, ci sono motivi ben più utilitaristici. Il Mediterraneo orientale si candida a diventare una delle aree più calde a livello geopolitico: una tensione che riguarda soprattutto i corridoi energetici e commerciali dai quali, nella configurazione attuali, la Turchia è esclusa. Non solo per il diritto internazionale, ma soprattutto per i pessimi rapporti diplomatici che ha con tutte le nazioni saranno al centro di queste rotte, ossia Grecia, Cipro, Egitto e Israele. Negli anni passati, il presidente della Turchia Erdogan aveva fatto accenno più volte alla messa in discussione del Trattato di Losanna, del 1923, che assegnò la maggior parte delle isole dell’Egeo alla Grecia. Non riuscendo ad appropriarsi della terra, adesso ci prova con il mare. Nel 2019 Ankara aveva firmato un protocollo con il governo di Tripoli per un corridoio marittimo, considerato senza valore dalla comunità internazionale.
Dove non arriva con la diplomazia, la Turchia arriva per le vie di fatto. La stampa turca getta acqua sul fuoco e prova a spiegare che la legge non sarebbe sufficiente da sola a creare nuove zone marittime e che questo strumento servirebbe alle istituzioni turche per muovere contestazioni nelle sedi opportune per portare avanti quelli che considera suoi diritti. Tutto sta a vedere quanti Paesi dall’altra parte avranno intenzione di trattare. Di sicuro non la Grecia. Atene ha chiesto all’Unione Europea di intervenire. Tensioni simili erano già emerse nel 2025 con i progetti di pianificazione spaziale marittima. In quell’occasione la Grecia aveva protestato formalmente contro il piano marittimo turco nel Mediterraneo orientale, sostenendo che rivendicava aree sotto giurisdizione greca e fosse privo di base legale. Ankara aveva respinto le accuse e ha sostenuto che il proprio piano era conforme al diritto internazionale. La Commissione Europea aveva inviato imbarcazioni dell’European Fisheries Control Agency per pattugliare le “acque della discordia”, con immagini satellitari e attività di ispezione.