Avvenire, 19 maggio 2026
«Oltre 200mila minori “orfani” dopo le deportazioni di Trump»
Oltre 200mila bambini negli Stati Uniti hanno almeno un genitore detenuto o deportato a causa delle retate anti-immigrazione della seconda Amministrazione Trump. Di questi, circa 145mila sarebbero cittadini americani. È la stima contenuta in una nuova analisi della Brookings Institution, centro di ricerca non profit centenario e bipartisan di Washington, condotta insieme alla Georgetown University, che fotografa un fenomeno molto più ampio rispetto ai dati ufficiali. Nel 2018, durante il primo mandato di Donald Trump, la separazione di circa 5.500 bambini dai genitori fermati al confine con il Messico provocò indignazione internazionale, proteste, una valanga di critiche politiche e infine una parziale marcia indietro della Casa Bianca.
Oggi, secondo i ricercatori, circa 205mila minori hanno avuto il padre o la madre fermati dalle autorità migratorie: una scala nettamente superiore a quella delle separazioni familiari diventate simbolo del primo mandato Trump e della sua “tolleranza zero” alle frontiere.
Questa volta il fenomeno ha caratteristiche diverse rispetto a otto anni fa. Riguarda infatti soprattutto famiglie che si trovano già all’interno del Paese, spesso residenti negli Stati Uniti da anni, con figli nati sul suolo americano. L’Amministrazione repubblicana ha condotto circa 400mila fra arresti e deportazioni di immigrati in operazioni sul territorio nazionale, ma non mantiene un sistema pubblico che registri sistematicamente quanti figli abbiano i fermati o che cosa accada a quei bambini.
Per colmare questo vuoto, gli studiosi hanno incrociato i dati dell’ultimo censimento Usa con quelli sugli arresti dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice), calcolando il numero di figli sulla base di età, sesso, nazionalità, stato civile e status migratorio delle persone fermate.
La loro conclusione è che la quantità di minori americani coinvolti sia più del doppio rispetto alle cifre diffuse dal Dipartimento per la Sicurezza Interna che parla di circa 60mila cittadini statunitensi con un genitore arrestato.
I casi, inoltre, potrebbero aumentare esponenzialmente nel prossimo futuro. L’aumento delle separazioni si inserisce infatti nel giro di vite migratorio avviato dal presidente Usa al suo ritorno alla Casa Bianca. L’Amministrazione ha lanciato migliaia di blitz, cancellato i programmi di accoglienza su base umanitaria introdotti sotto Joe Biden, chiuso i canali di accesso per i richiedenti asilo e intensificato le deportazioni. Il Congresso ha inoltre stanziato 45 miliardi di dollari attraverso il pacchetto legislativo noto come “One Big Beautiful Bill” – La bella, grande legge – per aumentare la capacità di detenzione dei centri per immigrati, un elemento che secondo gli autori dello studio potrebbe far impennare ulteriormente il numero di minori coinvolti.
Gli Stati Uniti ospitano infatti oltre 13 milioni di immigrati potenzialmente soggetti a deportazione perché privi di documenti o in possesso di visti temporanei. E l’Amministrazione Trump, pur avendo negli ultimi mesi adottato metodi meno brutali del passato ed evitato episodi tragici e visibili, sta continuando a portare avanti la sua politica di deportazioni aggressive e costanti. Fra circa cinque e otto milioni di minori sotto i 18 anni vivono dunque con almeno un genitore senza status regolare, e oltre quattro milioni di loro sono cittadini americani per nascita.
Formalmente, il Dipartimento per la Sicurezza Interna sostiene che la responsabilità della situazione cade sui genitori detenuti o deportati. Quando sono fermati viene infatti offerta loro una scelta: essere rimpatriati con i figli oppure lasciarli negli Stati Uniti in mano ai servizi sociali. Ma secondo le organizzazioni legali e i servizi di assistenza all’infanzia la realtà è molto più complessa.
Molti bambini non finiscono infatti in affidamento statale, ma vengono lasciati a parenti, amici, vicini di casa o fratelli maggiorenni, spesso in nuclei familiari già economicamente fragili o con situazioni precarie. Organizzazioni come Public Counsel, a Los Angeles, riferiscono di aver aiutato migliaia di famiglie a predisporre piani di emergenza per la custodia dei figli, autorizzando terzi a prendere decisioni mediche o scolastiche. Ma non sempre c’è il tempo di farlo. Le chiamate che arrivano a scuole, parrocchie e centri legali raccontano situazioni improvvise: bambini lasciati con vicini senza documentazione adeguata, fratelli appena adulti impreparati a gestire bambini piccoli. La questione riguarda una fascia particolarmente vulnerabile: minori che vedono improvvisamente dissolversi la loro struttura familiare e che non hanno un Paese d’origine al quale tornare. Un dato rilevante dello studio è infatti proprio questo: la maggioranza dei bambini coinvolti sono cittadini americani e non hanno mai vissuto altrove. La ricerca non pretende di fornire un conteggio definitivo, ma gli autori sono convinti che sia una stima prudente, probabilmente per difetto, che segnalano con lo scopo di evidenziare gli effetti della politica migratoria americana, che vanno ben oltre la popolazione direttamente presa di mira.