Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  maggio 19 Martedì calendario

Silvia Zanichelli racconta del suo malore e della sua rinascita

«Mi dissero che non c’era più niente da fare». Silvia Zanichelli aveva vent’anni, studiava ingegneria elettronica, faceva atletica agonistica e correva da una lezione universitaria agli allenamenti con la naturalezza di chi pensa che il proprio corpo non possa tradirla mai. Poi, in un pomeriggio dell’11 ottobre 1999, tutto si spegne all’improvviso. La parte destra del corpo si paralizza. Oggi, ventisei anni dopo, Silvia racconta quella scena guardando la pista d’atletica da campionessa paralimpica, madre di un ragazzo di 14 anni e donna che ha imparato a vivere con una mano nuova, una voce nuova e una vita completamente diversa da quella immaginata. La sua storia, raccontata a “People – cambia il tuo punto di vista”, è diventata virale in poche ore. Perché dentro non c’è solo una malattia. C’è il momento preciso in cui una ragazza viene considerata senza speranza e decide invece di restare.
Quel giorno Silvia sta aspettando un ragazzo a cui deve dare ripetizioni. «Mi sono sentita la parte destra fredda, poi calda», racconta. «Poi sono caduta a terra. Non riuscivo più a muovere gamba e braccio, non riuscivo a parlare». Riesce soltanto a trascinarsi verso la porta. Dopo, il vuoto. Quando arriva in ospedale nessuno pensa subito a un ictus. Troppo giovane, troppo sportiva. E invece è proprio quello: un ictus cerebrale devastante che la fa precipitare in coma. Ai genitori i medici parlano chiaro. Le possibilità di sopravvivenza sono minime. Silvia però riapre gli occhi nel giorno del compleanno del padre. È il primo spiraglio di una battaglia che durerà anni.
Prima il ricovero a Sestri Ponente, poi il trasferimento alla Colletta di Arenzano. Silvia deve ricominciare da zero. «Non potevo muovere il braccio, la gamba, ero afasica». Le parole tornano lentamente, spezzate. «All’inizio parlavo come un bambino: mamma, papà, bere». Il suo corpo, abituato allo sport agonistico, reagisce meglio del previsto sulla parte motoria. Più difficile invece recuperare il linguaggio e l’uso del braccio destro. Quattro anni dopo i medici scoprono anche la causa dell’ictus: un forame cardiaco, quello che lei chiama semplicemente «un buco al cuore», corretto poi chirurgicamente. Nel frattempo Silvia impara a vivere da mancina. Scrive con la sinistra, mangia con la sinistra, studia con la sinistra. «Quando sono agitata le parole ancora si inceppano», ammette. Ma non si è mai fermata.
Tra le cose che più la feriscono ci sono i dubbi dei medici quando resta incinta. «Mi dicevano che si poteva avere un bambino, ma non era proprio l’ideale». Lei però decide di andare avanti lo stesso, mentre il recupero non è ancora completo e parlare o camminare restano faticosi. «Ho portato avanti la gravidanza con difficoltà, però oggi ho un ragazzo di 14 anni», racconta sorridendo. È il passaggio che più le cambia il volto. Per Silvia diventare madre è stata la risposta definitiva a chi le aveva detto che dopo quell’ictus non ci sarebbe stato più un futuro normale.
Prima della malattia faceva salto in alto. Era una promessa dell’atletica. Dopo anni di riabilitazione decide di tornare in pista nelle categorie paralimpiche. E torna anche a vincere. «Sono diventata campionessa nazionale nei 100 e nei 200 metri». Lo sport, dice, le ha restituito qualcosa che la malattia aveva portato via. «Mi ha dato una grossa mano a rinascere». Con il supporto del suo allenatore Antonio, Silvia riesce a ricostruire non solo il fisico ma anche la fiducia in sé stessa. L’ictus cambia anche il suo percorso universitario. Lascia ingegneria elettronica e sceglie Scienze dell’educazione, dove riesce a laurearsi. Oggi studia filosofia e sogna di insegnare. «È difficile tra studio, lavoro, famiglia e mio figlio, ma mi piace da morire». Non parla quasi mai di rabbia. Anzi. «Ero felice perché ero viva», dice. Ed è forse questa la parte più sorprendente della sua storia: la capacità di guardare ciò che resta invece di ciò che è stato perso. Il messaggio è uno solo: «Non arrendetevi mai. Perché c’è sempre un domani. E c’è sempre una vittoria».