D - la Repubblica, 18 maggio 2026
La rivincita del fenicottero. Così la Florida si è presa il mondo
Da quando il presidente degli Stati Uniti ha creato una dependance della Casa Bianca a Mar-a-Lago, la Florida è al centro del mondo. Sul campo da golf nascono, crescono o finiscono relazioni diplomatiche. Da questo Stato proviene il suo segretario di Stato, Marco Rubio, che per 14 anni ne è stato senatore. E da lì arriva pure un terzo degli ambasciatori nominati dall’amministrazione in carica. I dioscuri di Donald Trump, il genero Jared Kushner e l’inviato speciale per le missioni di pace Steve Witkoff, guidano da Miami le operazioni che decidono il futuro di Palestina e Israele, Iran, Ucraina. La geografia del potere americano è stata ridisegnata e ha anche imposto una nuova estetica, che nel secolo precedente era stata bollata come kitsch. Da New York e Washington si andava a nord o a ovest. A sud c’era il confine invisibile del presunto buongusto. La Florida era un luogo comune: un fenicottero di ceramica rosa, un’insegna al neon con troppi colori, un’auto simile a uno squalo, ma molto più lunga.
Fauna: i gatti di Hemingway alle Keys, gli alligatori delle paludi alle Everglades, la pantera del simbolo ufficiale. Popolazione: esuli cubani con l’utopia del ritorno, anziani ebrei con l’artrite, poliziotti in pensione con la pistola scarica. Ragioni per cui il mondo la conosce: l’omicidio di Gianni Versace, la contestata elezione del 2000, lì consegnata a George W. Bush, la fallita trasposizione cinematografica del telefilm Miami Vice. Fascino, esilio, vizi e complotti, miscelava Joan Didion nel suo lungo reportage su Miami. Un’America a parte e in disparte, un posto da spiaggiati, o per turisti europei di origini latine. Un immaginario composto da vecchi gangster equidistanti da Brooklyn e L’Avana, modelle in cerca di una seconda vita e carriera, pescatori d’alto bordo. Nello sport: golfisti come funghi, una storica accademia del tennis, una buona squadra di basket dai rari trionfi. Chi glielo doveva dire che avrebbero fondato una società di baseball (i Marlins, dal nome di un pesce) nel 1993 e avrebbero vinto il campionato soltanto 4 anni più tardi? Che David Beckham sarebbe sbarcato proprio lì e avrebbe fondato un club di calcio in cui gioca Leo Messi? Per di più con una maglia rosa come i finti fenicotteri?
La Florida si prende il mondo, potrebbe essere il titolo di un documentario sulla rivincita dei bermuda vivaci, dei rivestimenti dorati, delle palme vere e di quelle finte disposte intorno a una Jacuzzi dal cui bordo, salendo una scala a chiocciola rosso fuoco, si entra in un edificio di cristallo. Forse non tutti sanno che già un altro presidente aveva la “seconda casa” in Florida: l’altrettanto amato Richard Nixon mise la residenza invernale a Key Biscayne, in un complesso residenziale che comprendeva la famosa villa di Scarface. Costruita da un pilota che contrabbandava droga, sequestrata dal governo americano e poi ceduta a un investitore privato, è ora in vendita alla cifra record di 237 milioni di dollari. A occhio, o la compra Trump o nessun altro. È lui d’altra parte che si sta facendo costruire nella Casa Bianca una grande sala da ballo, più adatta alla Florida che al distretto di Columbia. La sera in cui la inaugurerà sembrerà di assistere a uno degli interminabili balli della serie televisiva The Gilded Age, ma quando Trump prometteva una nuova età dell’oro ne immaginava la sede in Florida, non a Washington o New York.
Il vento è cambiato, e il design pure. Quasi vent’anni di Art Basel hanno portato sensazioni europee a pochi passi dal lungomare di Miami e le hanno propagate lungo tutta la costa. Bisogna però ricordare che già nel 1838, proprio in Florida, Frank Lloyd Wright aveva iniziato a progettare la sua creatura più laboriosa, Child of the Sun. Sarebbe il campus dell’Università della Florida meridionale, una struttura avveniristica che, nella sua visione, nasce dalla terra e si innalza verso la luce, che qui abbonda. E bisogna pure ammettere che mentre a Manhattan ancora si vestivano tutti in nero in Florida hanno lanciato il total white. Lo sbiancatore padre è stato Philippe Starck, ha cominciato dal Delano Hotel a Miami e ha pennellato tutta la costa. White, come i capelli della maggior parte dei residenti in uno Stato che invecchia rapidamente, ma almeno fino a cinque anni fa sopperiva con la trasfusione di sangue più giovane, proveniente da altre parti d’America o dai Paesi vicini. L’ascesa della Florida ha però avuto una controindicazione. A trasferircisi sono ora benestanti attratti dal nuovo stile di vita all’avanguardia. E i prezzi del mercato immobiliare, dei servizi e delle assicurazioni si sono impennati. Via la classe media, restano i super-ricchi e i loro servitori. Si godono loro questo nuovo paradiso artificiale. Era il vaticinio di un vecchio hippy: “Disboscate l’Amazzonia, sommergete la California, che cosa vi resterà? La Florida”. Resta da chiedersi quanto potrà durare questo modello, se sarà legato, non soltanto politicamente, al destino di Trump o se l’arredamento giocoso, la contrapposizione bianco/multicolor e la libertà di espressione artistica derivante dal melting pot che tanto poco a lui piace gli sopravviveranno. È ben possibile che il gran ballo della Florida duri una sola estate, ma l’estate è questa.