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 2026  maggio 19 Martedì calendario

Intervista a Paolo Roversi

Qui è dove si parla di un ulivo e di una magnolia, di un orologio che sembrava la luna. Della nebbia di Ravenna, di quel momento del giorno che in francese si chiama “fra il cane e il lupo”, quando distinguere è un istinto. Dell’anima, del vuoto che serve, dell’infanzia che non finisce mai, di uno scriba egizio. Dell’obbligo di vivere e di Lei, che è con lui da trent’anni.
Paolo Roversi ha gli occhi azzurro indaco, non bastano le lenti scure a nasconderli. Brillano dietro, intermittenti. Porta una camicia di jeans, fuma il sigaro, ha lasciato di sopra il bastone. Siede nel patio di legno e pietra del suo studio leggendario, lo Studio Luce di via “Paul Fort, poeta”, dice la lapide: quattordicesimo, Parigi. La casa è del 1930, è fatta di calce bianca e di vetro, scala a chiocciola vertiginosa, l’ha costruita un allievo di Le Corbusier, Marcel Zielinski, perché fosse l’atelier di un pittore. Nel patio ci osserva un ulivo regale, centenario. Roversi è più giovane, 78.
Le ore passano e la luce cambia, con la luce cambia quel che compare da bere: acqua, caffè, infine vodka. Anna, anche lei qui da trent’anni, custode di migliaia di negativi, progetti, segreti, sa di cosa c’è bisogno. Di sopra, insieme alle foto “fuori fuoco” che hanno fatto la storia della moda, ce n’è una della formazione del Bologna calcio. “Sì! Lo squadrone che “tremare il mondo fa”. Con la Fiorentina c’era il derby dell’Appennino. Era un grande momento, quando ero ragazzo”.
Nostalgia?
“Malinconia, direi. Ma è temperamento”.
C’è sempre questa sfocatura in cerca di un ricordo, nelle sue immagini. Come se il lavoro arrivasse direttamente dall’infanzia.
“Ma è così. La fotografia è un’infanzia senza fine. Il bambino di Ravenna, è lui che fa foto a Parigi. Ogni fotografia è una reminiscenza. Sono immagini che si risvegliano. La nebbia, per me, è l’origine. Quel vedere e non vedere, vedere altro oltre a ciò che è. Da piccolo fissavo l’orologio del campanile della chiesa, nella piazza: mi sembrava la luna”.
Torna spesso?
“Una volta all’anno. La casa dove sono nato, a Marina di Ravenna, ora è vuota. C’è una magnolia da prima che nascessi io. Le parlo, quando vado a trovarla. Sono sicuro che lei riconosce la mia voce. Le parlo di mia madre, di mia sorella, di chi non c’è più. Mi ascolta”.
Oggi inaugura uno spazio permanente dedicato al suo lavoro al MAR, il Museo di arte di Ravenna. Lo cura Chiara Bardelli Nonino che collabora spesso con lei. Un omaggio della sua città, le avrà fatto piacere.
“Molto, certo. A giugno aprirà un’esposizione anche a La Coruña, in Galizia, alla fondazione Marta Ortega: fanno un lavoro bellissimo sulla fotografia, ci andrò. Ma devo riconoscere che l’iniziativa di Ravenna mi emoziona in modo speciale. Non è più solo tornare a casa, è restare”.
Le è piaciuto vivere a Parigi?
“Parigi mi ha accolto ragazzo, mi ha dato un posto: è stata in fondo gentile. La moda è arrivata. Poi ci sono stati alti e bassi. Sei sempre quello che valgono le tue ultime foto. Ma a me non dispiace affatto essere démodé. Non sono à la page, non voglio piacere a tutti”.
Nella moda si lavora su commissione, non ha mai voglia di fare quello che vuole?
“Non vedo la differenza. Io fotografo sempre alla mia maniera”.
Qual è la sua maniera?
“Lavoro quasi sempre in studio, qui sopra. Vada a vedere. È come un teatro. Salga, è aperto”.
È come un teatro, sì. Vuoto e pieno di luce.
“Recitavo da ragazzo, a Faenza, nel Teatro stabile della Romagna. Attore e regista, mi piaceva da morire. Certe volte mi sono detto: forse dovevo continuare. Ma no, invece. La vita è sempre quella che succede. Recentemente ho preso un lavoro per il Louvre. Una serie di ritratti. È stata un’esperienza molto profonda. Ma forse non le interessa”.
Mi interessa moltissimo.
“È stato lungo. Quasi un anno di lavoro. Per tre mesi sono andato ogni martedì, quando il museo è chiuso. Mi accompagnavano esperti. Al dipartimento bizantino ho detto: sono bizantino anche io, sono di Ravenna. Non mi credevano. Lei conosce, vero, i mosaici di Ravenna? Il mistero, non abbiamo ancora capito cosa ci vogliono dire. Sono gente di famiglia, quei mosaici, per me. Ma le dicevo del Louvre. Quanta emozione, quei volti di migliaia di anni fa che ci guardano. I ritratti funebri del Fayyum, le loro ombre. La Venere di Milo: è una bambina! Una bambina sempre sola. Lo scriba egizio seduto. Vuole vederlo, ce l’ho nel telefono: guardi, amo questa foto. È come se volesse alzarsi. Come se dopo 4.500 anni non volesse scrivere più, ma parlare”.
Come ha ottenuto questo movimento, da una statua?
“Lavoravo in digitale. Ho scelto tempi di esposizione lunghi. Avevo messo la macchina sul treppiede, illuminavo con una lampadina tascabile ma c’era troppa fissità. Allora ho preso la macchina in mano. La macchina sente il mio respiro, le pulsazioni, ogni tremore, esitazione. Diventa un’estensione del mio corpo. È così che a volte succede di riuscire a cogliere un battito di vita, un palpito”.
Un palpito, nella statua.
“Certo! Julia Margaret Cameron diceva “non smetto di cercare la messa a fuoco quando la foto è a fuoco, ma quando è bella”. Che frase esatta, no? La bellezza è un’emozione, un sussulto. Fotografare è sempre un gesto d’amore. La bellezza è un mistero. Per quanto io tenti di descriverla, ci provo da tutta la vita, non riesco mai. Vorrei chiamarla Humanitas, la serie di ritratti del Louvre: un nome latino in questo tempo di intelligenza artificiale”.
Le hanno mai detto: no, il tuo lavoro non va bene?
“Moltissime volte”.
Perché ha scelto la moda?
“Non l’ho scelta. È successo”.
Non ha molti autoritratti.
“Sì, invece. Eccone uno. (Mostra la foto di una lampada e una camicia appesa, la sua camicia). Ma forse lei intendeva uno in cui mi si vede. (Ride). Eccolo. Certo, in primo piano c’è la mia macchina: è l’autoritratto di una parte di me”.
Come si chiama?
“Chi?”.
La sua macchina.
“Lei? Lei è Lei. E un’americana di Chicago, è del 1980, famiglia Deardorff. Stiamo insieme da trent’anni. Non posso più usarla, la casa Polaroid ha chiuso: un crimine. Sì, ci sono altre lastre ma non sono la stessa cosa”.
Dov’è?
“Giù, in un armadio. Ogni tanto la vado a trovare. Abbiamo fatto insieme un libro sugli uccelli, rapaci. Soprattutto una civetta. Vuole vederla? Ho usato le Polaroid scadute. Ne ho ancora alcune”.
In tutte le sue foto, anche in queste, il cuore è un bagliore di occhi.
“È perché ogni foto è un incontro di sguardi. È riflettersi l’uno nell’altro. Mi piace molto fotografare negli specchi, difatti: mi allontanano ancora di più dalla realtà”.
Perché allontanarsi?
“Preferisco la realtà dentro, non ho simpatia per quella fuori. Ma ecco, guardi, questo è il mio autoritratto preferito. (Mostra la foto di uno studio fotografico deserto, un paio di scarpe da donna al centro). Si intitola Teatro, ma è un ricordo di famiglia”.
In che senso?
“È una delle foto che amo di più. La modella era andata un momento a cambiarsi, ha lasciato lì le scarpe. La scena era vuota, ho scattato. Quando l’ho mostrata a mia sorella, mi ha detto: è l’ambulatorio del babbo! Mio padre, Antonio, era un medico, a Ravenna. Io questa foto la chiamo così: L’ambulatorio del babbo. I tendaggi come paraventi, il parquet, le scarpe della mamma, la vita e la morte”.
L’assenza.
“Ogni foto è una presenza e un’assenza”.
Questo giornale oggi celebra trent’anni di moda. Le piace più o meno di prima?
“Non giudico. Trent’anni nella moda sono tantissimi, cambia ogni sei mesi. Poi certo gira e torna: oggi, soprattutto torna. Ma le cose belle sono senza tempo. Le foto di Avedon sono meravigliose”.
Cos’è l’eleganza?
“Un’eco. Il vestito da solo non basta. L’eleganza è un abito abitato da una donna”.
Abitato.
“Certo. Il movimento. Il tempo dentro”.
Come riesce a generare quell’intimità con i soggetti, nei ritratti. Nei nudi, per esempio.
“I nudi sono il massimo dell’eleganza. Sono ritratti di sguardi. Per riuscirci bisogna creare il vuoto. Via i sorrisetti via i pensieri via la preoccupazione di come verrò. Peter Brook, il regista, diceva: se non c’è vuoto l’anima non trova il posto per salire agli occhi. Bisogna fidarsi, fra fotografo e soggetto: arrendersi, un poco amarsi”.
Il suo primo libro, Nudi, ha questa rara impaginazione giapponese, la carta liscia come la pelle. Vedo che lavora molto con la casa editrice Stromboli.
“Sì, è mia (ride). A un certo punto ho capito che per ottenere il tipo di qualità che volevo dovevo smettere di discutere e fare da solo”.
È bellissimo questo ulivo.
“Si chiama Fortunato. Il nome glielo ha dato mio figlio Filippo, era lui che lo curava. Lo abbiamo portato qui già grande, aveva cento anni. Non era detto che avrebbe attecchito, invece eccolo”.
Fa tante olive?
“Ne faceva moltissime. Poi, da quando è morto Filippo, nel 2017, non ne fa più. Gli alberi sanno. Sono sicuro. Questo ulivo, la sua anima, sa. Filippo faceva stampe, post produzione, seguiva procedimenti antichi con materiali come il platino. È stato il mio stampatore per anni, era veramente bravissimo”.
Cosa è successo?
“Soffriva di disturbo bipolare. Le malattie della mente sono inespugnabili, terribili. Si è tolto la vita. Non si può descrivere il dolore. Non finisce. È stato come un trapasso. La sindrome del sopravvissuto è terribile. Ti senti in colpa di esistere. Mi sembra di non avere il diritto di stare bene. Quando faccio i controlli, ora dopo l’ictus, e mi dicono che va tutto bene mi metto a piangere. Il mio psicologo mi dice “Il faut vivre, Paolo. Il faut vivre”. È la cosa più difficile”.
Come ci riesce?
“Molto mi aiuta il lavoro. E la famiglia, certo. Ho altri quattro figli. Francesco, il più grande, vive a Barcellona. Da Letizia (sua moglie, ndr) poi sono nati Matteo, che abita in questa casa all’ultimo piano e fa musica classica, Stella che vuol diventare attrice, Giacomo che è uno studioso di teologia. Nessuno ha scelto di diventare fotografo, vede? (sorride). Solo Filippo lavorava con me”.
Diceva che è stato importante il lavoro.
“Fondamentale. Certo, sfiorare la gioia non è più possibile. Però a volte quando lavoro ho ancora dei momenti di sospensione. Mi piace sorprendermi. Andare dove non sono stato prima. Ai miei studenti lo dico sempre. Se siete a un bivio, decidete per dove non siete mai stati. Assumete il rischio”.
Si sta facendo buio.
“Sì, lo fa sempre”.
Forse dobbiamo andare. È tardi. Cosa farà stasera?
“Starò a casa con Letizia. Non amiamo troppo la gente. Il silenzio è più bello. La luce, certe sere, è bellissima. Consola”.