repubblica.it, 19 maggio 2026
Lo stato delle carceri italiane
Stracolme. E sempre più chiuse. Nelle carceri italiane ci sono 18.118 persone senza posto, detenuti in più, stipati su letti a castello che sfiorano col naso il soffitto perché non c’è più spazio. I reclusi, al 30 aprile del 2026, erano 64.436; i posti realmente disponibili 46.318, 537 in meno rispetto all’avvio del piano carceri da parte del governo. Significa che il tasso di sovraffollamento è del 139,1%.
A Lucca il record di sovraffollamento: 24 per cento
Una media nazionale che vista nel dettaglio si traduce in 8 istituti penitenziari in cui il sovraffollamento è superiore al 200%. Si tratta di Lucca (240%), Foggia (225%), Grosseto (213%), Lodi (212%), Milano San Vittore (210%), Brescia Canton Monbello (210%), Udine (210%), Latina (204%). In altri 73 si ferma, si fa per dire, al 150%. Le uniche carceri in cui viene rispettato il rapporto tra posti e reclusi sono 22 in tutta Italia.
Celle chiuse. Anche per i frigoriferi
Non c’è solo più gente, troppa gente in istituti in cui talvolta si cucina ancora nello stesso ambiente in cui si trova il wc, ci sono stanze senza acqua calda o senza doccia. Ma anche moltissima gente reclusa in cella tutto il giorno. Oltre il 60% delle persone detenute non vede oltre quelle sbarre, eccezion fatta per le canoniche ore d’aria. Solo il 22,5% si trova in sezioni a sorveglianza dinamica. Negli ultimi mesi circolari del Dap, come ha raccontato Repubblica, hanno ulteriormente limitato libertà di movimento, attività e aperture verso l’esterno. Non solo i 9.264 detenuti in Alta sicurezza, presenti in 70 carceri su 189, ma nemmeno più i frigoriferi possono stare nei corridoi o nelle celle, per «evitare l’occultamento di oggetti non consentiti nonché di utilizzo improprio per barricamento», bensì in stanze «destinate all’uopo». A trovarle.
Per questo il XXII rapporto di Antigone, realizzato attraverso 102 visite di monitoraggio svolte negli istituti penitenziari di tutta Italia dall’Osservatorio sulle condizioni di detenzione, si chiama quest’anno “Tutto chiuso”.
Aumentano aggressioni e rivolte
Secondo l’associazione, delle misure restrittive si è fatto uso per «presunte questioni di sicurezza all’interno degli istituti eppure, proprio a partire da queste misure, è cresciuta la tensione». I dati raccontano che le aggressioni contro la polizia penitenziaria sono passate da 2.154 a 2.423 (+12,4%); le aggressioni tra persone detenute sono passate da 3.356 nel 2021 a 5.812 nel 2025 (+73%); gli atti turbativi dell’ordine e della sicurezza sono aumentati del 27,6%.
Ventiquattro suicidi dall’inizio dell’anno
Ancora, nel 2025 almeno 82 persone si sono tolte la vita in carcere e ci sono stati 254 decessi complessivi, il dato più alto registrato da decenni. Dall’inizio del 2026 i suicidi sono già 24. Gli atti di autolesionismo restano oltre quota 2mila ogni 10mila detenuti: significa che mediamente un detenuto su cinque compie gesti autolesivi. «Questi numeri – dice Antigone – raccontano una crisi strutturale, non emergenze isolate».
Nel frattempo, dal 2018 al 2024, i tribunali di sorveglianza hanno accolto oltre 30 mila ricorsi per trattamenti inumani o degradanti subiti dalle persone detenute.
Pene più lunghe, recidive e reinserimento
Se aumentano i detenuti fino al collasso del sistema, non è per un aumento vertiginoso della criminalità – in Italia i reati restano sostanzialmente stabili e nei primi mesi del 2025 risultano addirittura in calo dell’8% – ma perché a crescere sono invece le pene più lunghe e gli effetti delle politiche punitive adottate dal governo, che dall’inizio della legislatura ha introdotto oltre 55 nuovi reati, più di 60 aggravanti e oltre 65 aumenti di pena. A esempio è aumentato il numero di bambini dietro le sbarre al seguito delle loro madri detenute: sono 26 i piccoli con le loro 22 mamme.
Chi esce dal carcere, troppo spesso torna a delinquere. Oggi solo il 40,8% delle persone detenute è alla prima carcerazione. Il 45,9% è già stato in carcere da una a quattro volte. Il 10,6% da cinque a nove volte. Il 2,7% addirittura più di dieci volte.
Anche i dati sulle attività nei percorsi di reinserimento sono negativi: solo il 29,3% delle persone detenute lavora; l’85,6% di queste lavora alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, spesso in mansioni poco spendibili fuori; solo il 4,9% lavora per soggetti esterni; appena il 7,9% frequenta corsi di formazione professionale; solo il 31% frequenta percorsi scolastici; appena il 3% è iscritto all’università.
Scarso anche il personale interno. Un numero su tutti: nella casa circondariale di Como sono presenti solo 2 educatori rispetto ai 6 previsti dalla pianta organica per un numero di detenuti pari a 367, c’è cioè un educatore ogni 183 detenuti.
In calo le misure alternative
«A tutto questo – dice Antigone – si aggiunge un segnale estremamente preoccupante: per la prima volta rallenta, e in alcuni casi arretra, il sistema delle misure alternative alla detenzione. Dal carcere si esce sempre meno. Si viene murati vivi».
Le prese in carico dell’Ufficio esecuzione penale esterna per l’affidamento in prova ai servizi sociali, la misura alternativa più diffusa, lo scorso anno sono state 24.627, in calo rispetto alle 26.151 del 2024. Lo stesso accade per la detenzione domiciliare, i cui nuovi casi sono passati da 14.247 nel 2024 a 13.519 nel 2025. Mentre le carceri continuano a riempirsi, gli strumenti che potrebbero alleggerire la pressione sugli istituti e favorire percorsi più efficaci di reinserimento vengono utilizzati sempre meno. Eppure, alla fine del 2025, ben 24.348 persone detenute avevano un residuo pena inferiore ai tre anni e avrebbero potuto potenzialmente accedere a una misura alternativa.
Il diritto all’affettività a macchia di leopardo
Due anni sono passati dalla sentenza della Corte Costituzionale che stabilisce il diritto ai colloqui intimi nelle carceri. Ma il panorama è ancora estremamente frammentato e caratterizzato da iniziative sporadiche. La casa circondariale di Terni dall’estate 2025 dispone di una stanza decorata con murales e accessibile direttamente dall’esterno. Presso la casa di reclusione di Padova il servizio è operativo dall’ottobre 2025 all’interno dell’area colloqui preesistente, mentre a Parma l’apertura è avvenuta nel settembre dello stesso anno solo dopo un lungo iter giudiziario. La casa circondariale di Torino ha invece adottato una soluzione di respiro regionale, mettendo il proprio spazio a disposizione anche dei detenuti provenienti da Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria. A Napoli Secondigliano la struttura risulta completata da fine 2025 ma non ancora effettivamente utilizzata al momento delle rilevazioni. La casa di reclusione di Milano Bollate ha una stanza in funzione ed è previsto che possano accedervi anche i detenuti di Opera e San Vittore. La casa di reclusione di Porto Azzurro rappresenta l’unico esempio attivo in Toscana, con una stanza allestita all’inizio del 2026 in collaborazione con il Terzo settore.
Antigone: “Un carcere chiuso non è più sicuro”
«Un carcere chiuso non è un carcere più sicuro, ma un carcere dove le persone e gli operatori sono più soli e più abbandonati. Dove le giornate passano nella noia e nell’apatia, con l’uso di psicofarmaci come elemento “calmante” e “stabilizzante”. Bisogna invece aprire il carcere, al mondo esterno, al volontariato, alle attività. Promuovere investimenti per aumentare i corsi scolastici e di formazione professionale, semplificare il peso della burocrazia per attrarre aziende e incentivare il lavoro per datori di lavoro privati», dice il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella.
«Oggi – aggiunge – il carcere è lontano da tutto questo e vi si sta allontanando sempre di più, tradendo la funzione costituzionale della pena e incentivando la recidiva. Un governo che ha approvato due decreti sicurezza in pochi mesi è paradossale che ignori quanto oggi, il carcere, sia un luogo insicuro e che produce insicurezza».
Quel che l’associazione chiede è una sorta di piano Marshall per le carceri riempendole di vita, di attività, di sport, di sezioni di liceo e poli universitaria, ritirando le circolari che hanno chiuso le prigioni e attuando misure urgenti anti-sovraffolamento, tra cui il maggiore accesso alle misure alternative.