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 2026  maggio 19 Martedì calendario

Siri Hustvedt svela la vita con Paul Auster

Siri Hustvedt era arrivata a metà della stesura di un nuovo romanzo quando suo marito, il romanziere Paul Auster, morì di cancro ai polmoni. Continuare quella storia in sua assenza sembrava impossibile. Erano stati insieme per quarantatré anni, praticamente tutta la durata della sua carriera; non aveva mai pubblicato un libro senza che lui ne leggesse prima la bozza. Due settimane dopo la scomparsa di Auster, nella casa di Brooklyn che condividevano, Hustvedt si sedette e scrisse le prime due frasi di un nuovo libro: «Sono viva. Mio marito, Paul Auster, è morto».
Scrisse del suo senso di smarrimento: di come sentisse vividamente l’odore del fumo di sigaro, anche se Auster aveva smesso di fumare nove anni prima; di come si svegliasse disorientata dal suo lato del letto e si infilasse nella vasca da bagno ancora con i calzini addosso; di come provasse una sorta di «frammentazione cognitiva» al limite della follia. Aveva perso non solo suo marito, ma anche la persona che era stata insieme a lui. Si sentiva sbiadita e svuotata, come una fotografia sovraesposta.
Quelle riflessioni sono confluite in Ghost Stories (in Italia sarà pubblicato da Einaudi) il suo memoir sulla sua vita con e senza Auster. In parte un libro sul lutto e sui suoi effetti psicologici e fisici, è anche uno sguardo rivelatore e intimo su un matrimonio letterario. Per la prima volta Hustvedt scrive anche della tragedia che ha colpito la famiglia alcuni anni fa, quando il figlio di Auster, Daniel, che lottava contro la dipendenza, assunse eroina mentre la figlia neonata Ruby era affidata alle sue cure, e si svegliò trovandola senza respiro. Fu incriminato per omicidio colposo, dopo che un esame stabilì che la morte della bambina era stata causata da un’intossicazione da oppioidi. Poco dopo il rilascio su cauzione, Daniel, 44 anni, morì per overdose. Qualche mese più tardi Auster iniziò ad avere febbri ricorrenti, e i medici scoprirono che aveva un cancro. Reagì alla notizia forse come solo un romanziere avrebbe potuto fare – lamentandosi che morire di cancro era un finale troppo ovvio per una vita segnata da tante tragedie.
Alta e longilinea, con corti capelli biondi, Hustvedt, oggi 71enne, ci incontra nell’elegante casa piena d’arte e libri a Park Slope dove la coppia ha vissuto per trent’anni. Ci accompagna nella biblioteca luminosa al secondo piano, dove Auster ha trascorso i suoi ultimi giorni, circondato dalla famiglia e dai libri. «Amava questa stanza», dice Hustvedt. «Ecco la sua macchina da scrivere ormai silenziosa», dice poi, passando nello studio al piano terra. Su una scrivania c’è una piccola macchina da scrivere da viaggio, una Olivetti, e accanto la sua Olympia più grande. Auster raggiunse la fama negli anni ’80 grazie a romanzi postmoderni come Città di vetroe Moon Palace, che esplorano i misteri e l’inaffidabilità della memoria e della percezione.
Hustvedt invece diventò nota con Il mondo sfolgorante, Quello che ho amato e L’estate senza uomini. Erano i primi lettori, i più severi editor e i più grandi sostenitori l’uno dell’altra. Condividevano persino i personaggi – Auster prese in prestito Iris Vegan, protagonista del romanzo di Hustvedt del 1992 La benda sugli occhi, e ne proseguì la storia nel suo romanzo Leviatano, pubblicato lo stesso anno. «Eravamo scrittori molto diversi, lo siamo sempre stati, ed era proprio questo parte del piacere nel leggere il lavoro dell’altro», spiega Hustvedt. Amici della coppia che hanno letto Ghost Stories sono stati colpiti dal ritratto affettuoso ma non agiografico che Hustvedt fa del marito. Salman Rushdie nota che il vivido ritratto di Auster – spiritoso, caloroso ed espansivo, sempre pronto alla battuta – mostra un lato di lui raramente riflesso nella sua immagine pubblica.
Hustvedt aveva 26 anni ed era una scrittrice emergente quando incontrò Auster, allora 34enne, dopo una lettura al centro culturale 92nd Street Y. Lui indossava una giacca di pelle nera, fumava, e lei ne rimase immediatamente affascinata. Andarono insieme a una festa downtown, poi in un bar a Tribeca, e parlarono tutta la notte. Lui era sposato con la scrittrice Lydia Davis, ma si erano separati. Le mostrò una foto del figlio di tre anni avuto con Davis, Daniel. Si baciarono mentre lei stava per salire su un taxi, e lui tornò a casa con lei nel suo appartamento sulla 109ª strada. Poco dopo aver iniziato a frequentarsi, Auster interruppe la relazione e le disse che doveva tornare da moglie e figlio. Lei lo riconquistò con lettere d’amore ardenti e senza pudore che cita inGhost Stories: «Ti amo. Non me ne andrò ancora, non finché non sarò bandita». Nel 1982, pochi giorni dopo il divorzio di Auster, si sposarono. Erano così poveri che gli invitati dovettero pagarsi da soli la cena. Le loro carriere letterarie si svilupparono parallelamente, ma la fama di Auster oscurò quella di Hustvedt.
Spesso si ritrovava sminuita da intervistatori che le chiedevano cosa significasse essere sposata con un genio, e se fosse suo marito a scrivere i suoi libri. A volte si è sentita ridotta a «la moglie di Paul Auster» persino dopo la sua morte. L’ombra della fama di Auster divenne più evidente quando furono colpiti dallo scandalo e dalla tragedia. In Ghost Stories, Hustvedt racconta infatti un lato della vita privata di Auster che lui aveva protetto con discrezione: il rapporto con Daniel, il cui uso di droghe e il cui comportamento inaffidabile furono una costante fonte di preoccupazione. Dopo ogni tradimento della loro fiducia, lei e Auster lo perdonavano. «Devo lasciare la porta aperta, anche solo di poco», confessava Paul parlando di Daniel.
Hustvedt scrive della corsa in ospedale, dove la figlia di Daniel venne dichiarata morta: «È l’immagine del suo piccolo, perfetto corpo morto che continua a imporsi nella mia mente». Lo shock della morte di Ruby, seguito dall’arresto e dall’overdose di Daniel, fu reso ancora più insopportabile dalla frenesia mediatica. «Non eravamo in grado di parlarne quando accadde, era tutto così scioccante e travolgente, e cercare di gestire le proprie emozioni era già abbastanza», spiega oggi Hustvedt. Ma sentiva di dover scrivere di Daniel e Ruby in Ghost Stories. Prima di morire, Auster disse a Hustvedt che voleva che quella storia venisse raccontata. «Non sentivo di tradirlo», aggiunge. Per Hustvedt è stato strano scrivere Ghost Stories senza condividere le bozze con Auster, un’abitudine mantenuta per tutta la sua carriera. Spesso la voce di lui riaffiorava nella sua mente. «In un certo senso lo sentivo nel mio orecchio dire cose tipo: “Questa è una frase traballante, rimettila in ordine”», racconta. Dopo aver terminato il memoir, è tornata al romanzo che stava scrivendo quando Auster morì. Si è resa conto di dover riscrivere la prima metà. «Ricominciando dall’inizio», dice. «Non perché la storia sarà diversa ma perché io sono diversa».