Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  maggio 19 Martedì calendario

Intervista a Enrico Brignano

Sono arrivati. I maledetti 60.
«Per abituarmi al suono della parola sono due anni che dico che ne ho 60, così tutti mi correggono. Ma in effetti “sessanta” stona con quello che provo: io non me li sento».
Cosa sognava da ragazzino Enrico Brignano?
«Sono cresciuto in una borgata romana, un mondo all’epoca rischioso, pieno di pericoli, per niente facile: c’erano le Brigate Rosse, le squadre nere, le stragi, la banda della Magliana. Si rischiava tanto».
Come ha schivato i pericoli?
«Avevo sposato la causa della recitazione. Certo non mi aspettavo una carriera così. In borgata, i sogni avevano al massimo la dimensione di camera e cucina. All’epoca poi non c’erano i reality o i talent che ti davano la possibilità di immaginare un destino. Vivevamo senza televoto».
C’era il «Maurizio Costanzo».
«Per certi versi era un talent, ma lo spazio era per un comico alla volta. Quindi la trafila non era semplice. Per fortuna Maurizio si è affezionato anche a me: mi diede il “patentino” e mi fece conoscere alla nazione intera».
Il primo palcoscenico?
«Il trenino che collegava Piramide a Lido di Ostia. Lo prendevo per andare a scuola, al tecnico per l’industria: 5 fermate, 50 minuti di percorso in cui mi esibivo con imitazioni, battute, qualsiasi cosa pur di avere un palcoscenico».
I primi anni?
«Ero confuso: sarò capace, non sarò capace? Certo sul treno prendevo tanti applausi, ma quello non era un curriculum che potevo portare in giro».
Studiava al laboratorio di Proietti, ma il primo ingaggio che le fece Gigi fu come macchinista. Non il massimo...
«Quando si è giovani si è impetuosi e un po’ livorosi. Io ci rimasi male onestamente. Mi feci un pianticello da solo, ma una mia insegnante di recitazione mi spinse ad accettare: devi essere orgoglioso di essere il miglior macchinista-attore su piazza».
A partire dal 25 giugno porterà in giro il suo one man show «Bello di mamma!».
«Uno spettacolo in ricordo di mia madre che è venuta a mancare l’anno scorso. Andai comunque in scena a Catania con il lutto nel cuore. So che avrebbe voluto così».
In questo come in tutti gli spettacoli della sua carriera ha puntato sempre sulla satira di costume piuttosto che sulla satira politica: c’è stato anche un calcolo di convenienza, per non essere divisivo e risultare più accomodante?
«È una scelta che nasce da tre ragioni. La prima è perché la politica italiana è in una deriva veramente pessima e non ho mai voluto dare un ulteriore palcoscenico a persone che non stimavo. La seconda perché il monologo politico ha un tempo limitato, scade con l’avvicendarsi dell’attualità. E infine perché sapevo che c’è chi la fa molto meglio di me, tipo Crozza».
Oggi rispetto al passato la critica passa anche attraverso i social.
«Il giudizio è immediato, attraverso il web arriva una risposta in tempo reale. Vent’anni fa, prima di scoprire che uno spettacolo non piaceva al pubblico, dovevi fare tutta una stagione. C’era il vantaggio di avere più libertà perché eri tu a condurre la danza».
Spesso parlano di sua moglie Flora Canto come «moglie di». E fare programmi insieme non aiuta. È un rischio che calcolate?
«A Flora dà sicuramente fastidio quando la chiamano così, e mi dispiace. Ma ormai è maturata artisticamente, ora sta facendo uno spettacolo da sola. C’è qualcuno ancora che si lascia andare in commenti poco carini, ma lo mettiamo in conto. Molto spesso c’è anche l’invidia sociale di chi vede una coppia che vive un momento particolare di grande gioia. Ci sta».
Cosa le manca?
«Un film impegnato, un ruolo diverso, dove non c’è assolutamente necessità di far ridere. Magari un film di Ferzan Ozpetek, un regista che ama lavorare anche con attori meno “cinematografici”, con le icone della tv».