Corriere della Sera, 19 maggio 2026
Intervista a Renate Reinsve
«Stavo per diventare falegname», dice Renate Reinsve. Magrissima, sprizza autenticità da ogni centimetro del suo metro e 78. Falegname? La sorpresa è tale che non sai come tradurre falegname al femminile. L’attrice norvegese, 39 anni, lanciata nel 2021 a Cannes, torna con Fjord del grande romeno Cristian Mungiu, Palma nel 2007. Renate vinse come attrice in La donna peggiore del mondo di Joachim Trier, nel ruolo di una giovane intelligente e confusa, moderna, sospesa tra libertà e paura di scegliere. Riassume esattamente la situazione in cui si trovava lei alla vigilia di un bivio cruciale: continuare a fare l’attrice o lavorare il legno?
Artigiana mancata, artista guadagnata.
«Prima del film di Trier, pensavo di smettere di fare l’attrice e di trasferirmi in Italia per studiare da falegname. Ero sul punto di mollare tutto. Vivevo nel caos, non riuscivo a fare passi avanti, ero irrequieta, cercavo un mio stile. Ma è stato caotico anche quello che è venuto dopo. Joachim mi aveva chiamata dieci anni prima di La donna peggiore del mondo, per Oslo, 31, dove cercava a un’audizione collettiva una giovane attrice norvegese. Ebbi una battuta soltanto. Mi richiamò dieci anni dopo per La donna peggiore…».
E tutto è cambiato.
«Pensavo che sarebbe stata la mia prima e ultima volta a Cannes, certa che nessuno mi avrebbe più vista. Beh, sono tornata per Armand e l’anno scorso, sempre con Trier per Sentimental Value».
Il film ebbe 19 minuti di applausi, vinse il Gran premio della giuria, l’Oscar, sette riconoscimenti agli Efa.
«Sul set spesso piangevamo tutti. È un film personale che coglie il sapore del nostro tempo. Ma non sai mai dove si va a parare finché non c’è il riscontro del pubblico».
E «Fjord»?
«Mungiu era interessato alle famiglie romene tradizionali, connesse alla religione, che si trasferiscono in Norvegia, una società liberale. Il tema è com’è difficile capirsi, i conflitti tra due modi di essere così diversi. Si giudica, si pensa che chi viene da un paese lontano deve comportarsi come noi o tornare a casa».
Ha ritrovato dopo «A Different Man» Sebastian Stan.
«Una gioia, così curioso, coraggioso. Nel film è un uomo integro, ama la famiglia e crede di essere nel giusto, ma cosa facciamo se i nostri principi non coincidono con quelli degli altri, se in Norvegia uno schiaffo sul sedere dato ai propri figli è ritenuto un abuso sessuale sui minori?».
Questa storia si potrebbe svolgere ovunque?
«Penso di sì, viviamo in società polarizzate tra gruppi rivali e opposti. Progresso e tradizione possono coesistere senza paura? E come possiamo restare elastici nelle nostre opinioni senza perdere i nostri valori? La troupe era formata da gente di tanti paesi, abbiamo cenato scambiandoci il cibo delle nostre terre, abbiamo ballato, cantato il karaoke. Eravamo circondati dalle montagne, tra strade bloccate per le valanghe di pietre che ci costringevano a spostarci sulle barche».
Dicono che il vostro hotel era come quello di «Shining».
«Ci dicevano di storie di fantasmi, di sicuro qualcuno ha bussato alla mia porta, ho aperto, non c’era nessuno».
Se ritorna al periodo precedente al cinema?
«Ero ribelle, venni cacciata da varie scuole perché rispondevo male agli insegnanti, e anche dal negozio di ferramenta di mio nonno, diceva che non mi impegnavo. Presi il biglietto più economico per andare a Edimburgo, all’ostello si intenerirono e mi assunsero. Tornai in Norvegia per studiare all’Accademia di recitazione. Fu l’unico posto dove mi sentivo a casa».
Dov’è nata?
«A Solbergelva, un villaggio senza film né libri. Il teatro mi aiutò a esplorare me stessa. Naturalmente non potevo prescindere da Ibsen o dal cinema di Bergman».
Isabelle Huppert dice che lei esprime qualcosa di vivo che non si può definire...
«Sentimental Value è un racconto sui sentimenti che è complicato esprimere. Tiro fuori il mio subconscio»