Corriere della Sera, 19 maggio 2026
Zanardelli, il nemico del trasformismo
C’è un patriota risorgimentale bresciano che ancor oggi non è considerato come meriterebbe. A dispetto dei ruoli di primissimo piano che ricoprì nell’Italia postunitaria. Di lui i più conoscono solo il cognome assegnato a qualche via o piazza. Ed è poco noto nonostante nell’Ottocento sia stato un importante leader della Sinistra parlamentare: ministro dei Lavori pubblici nel 1876, dell’Interno nel 1877, più volte della Giustizia negli anni Ottanta e Novanta, autore nel 1882 di una riforma elettorale che allargava il diritto di voto a nuovi ceti popolari. E ancora promulgatore nel 1889 di un Codice penale che abolì sostanzialmente la pena di morte, pioniere del tentativo di introdurre in Italia il divorzio, tenace avversario della deriva autoritaria di Francesco Crispi, per ben tre volte – negli Anni Novanta – presidente della Camera. Infine, dopo aver contrastato le tentazioni autoritarie di fine secolo, all’inizio del Novecento fu, tra il 1901 e il 1903, da presidente del Consiglio colui che diede vita alla «svolta liberale» che avrebbe poi caratterizzato l’età giolittiana.
Prova adesso a spiegare perché il suo nome sia finito nel «cerchio dell’oblio» Roberto Chiarini in un ricchissimo, straordinario libro, Giuseppe Zanardelli. Una biografia politica, in uscita dopodomani pubblicato dall’Istituto per la storia del Risorgimento italiano. La verità che emerge dalle pagine di Chiarini è che Zanardelli ha sì ricoperto i numerosi incarichi di cui si è detto ma già ai suoi tempi fu considerato un piantagrane inadatto alla politica delle mediazioni, per essere stato un autentico nemico, forse il più tenace, del trasformismo. Più tenace nel senso che molti altri come lui si pronunciarono contro quella tattica parlamentare apertamente teorizzata, a partire dal 1882, da Agostino Depretis, ma in seguito quasi tutti coloro che si erano dichiarati avversari del trasformismo, lo praticarono essi stessi. Senza neanche preoccuparsi di descriverlo alla stregua di una risorsa virtuosa come aveva fatto l’inventore della formula, ciò che è ben ricostruito nel fondamentale libro di Giampiero Carocci Agostino Depretis e la politica interna italiana dal 1876 al 1887 (Einaudi).
La data che cambiò la storia d’Italia indirizzandola verso il trasformismo fu, ben prima del 1882, quella del 18 marzo 1876. Quel giorno, dopo quindici anni di Destra storica al comando, cadde il governo presieduto da Marco Minghetti che aveva appena raggiunto il sospirato pareggio di bilancio. La «consorteria» toscana, un pezzo della destra, si alleò con la sinistra per impedire a Minghetti di varare un provvedimento inerente all’esercizio delle ferrovie e provocò la caduta del governo. Nasce quel 18 marzo un nuovo gabinetto guidato da Agostino Depretis, l’esponente della Sinistra artefice della manovra di defenestramento tramite quello che oggi definiremmo un «ribaltone». Non fu un normale ricambio di potere, com’è prassi in una democrazia bipartitica, sottolinea Chiarini. Nel momento stesso in cui venne per la prima volta sperimentata, l’alternanza sfociò «nel suo contrario», ossia «nella convergenza al centro delle frazioni moderate dei due partiti antagonisti». È in quel 1876, ben prima del 1882, che nacque il trasformismo.
Il passaggio delle consegne tra i due governi realizzò qualcosa in più di un’alternanza, scrive ancora Chiarini, ma meno di quella «rivoluzione parlamentare» che molti a sinistra – più di tutti Zanardelli – si auguravano. Non portava alla «liquidazione di un’epoca», ma solo ad «una scomposizione degli equilibri» su cui si era retta la maggioranza della Destra. E alla formazione di una nuova maggioranza «frutto della convergenza di interessi tra loro non coerenti».
Come si giunse a quel capovolgimento così clamoroso? Dal 1861, prosegue Chiarini, era in atto il processo di erosione della base di consenso della Destra storica. Erosione accompagnata dal parallelo, progressivo accreditamento della Sinistra. Questa si rivelava meglio attrezzata a sintonizzarsi con le spinte sociali e alle domande politiche, «anche le più diverse, persino contraddittorie», della nazione. Dimostrava di saper intercettare lo scontento insieme dei notabili meridionali e dei finanzieri toscani, delle clientele locali e di settori del mondo popolare soprattutto urbano. L’alternativa alla Destra, «se di alternativa si può parlare» (puntualizza non senza malizia l’autore), fu costruita sulla base di una proposta politica in grado ad un tempo di accelerare la crisi della maggioranza e di conciliare le istanze, spesso molto distanti, delle forze che le si oppongono. Il disegno trasformistico di Depretis offriva insomma la risposta più utile per far superare alla Sinistra la crisi apertasi con la caduta della Destra.
Fatto il governo, Zanardelli sarà assegnato, con sua sorpresa (aspirava al ministero di Grazia e giustizia), al dicastero dei Lavori pubblici. Dove in ogni caso, dopo una prima fase di esitazione, farà un eccellente lavoro come ha ben messi in evidenza Carlo Vallauri in La politica liberale di Giuseppe Zanardelli dal 1876 al 1878 (Giuffrè editore). Depretis, messo in piedi il governo, dovrà immediatamente occuparsi di «fare» le elezioni. Dovrà cioè far confermare dalle urne la maggioranza costruita in Parlamento. Urne alle quali gli elettori saranno chiamati nel novembre di quello stesso anno, il 1876. Di quell’incombenza dovrà occuparsi nello specifico Giovanni Nicotera, il più spregiudicato parlamentare della Sinistra, individuato come ministro dell’Interno proprio per questa sua assenza di sensibilità per ogni genere di scrupolo. La disinvoltura di Nicotera «nel destreggiarsi tra nomine di prefetti a lui fedeli e strumenti di pressione sugli elettori» era qualcosa che nessuno si illudeva di poter arginare. Neanche Zanardelli. Il senatore ex garibaldino Giulio Adamoli riferì nelle sue memorie che «le baruffe tra Zanardelli e Nicotera» erano in quell’epoca all’ordine del giorno. Così «violente» da far temere che i due venissero «alle mani».
Poi però, alla vigilia delle elezioni, Zanardelli si adeguò ai «metodi nuovi» di Nicotera. A Brescia «doveva fare assolutamente il pieno di voti». Nel manovrare le leve del potere acquisito, scrive Chiarini, «gli zanardelliani mostrarono di non aver nulla da invidiare ai moderati». Sui nuovi vertici della prefettura piovevano «richieste di interventi capaci di far allargare il bacino elettorale dei nuovi arrivati». Trasferimenti di personale pubblico, «magistrati compresi». Onorificenze «ad amici e a personalità influenti». Nomina di sindaci «allineati al nuovo corso».
Ma – come dimostrano con efficacia Sandro Rogari in Alle origini del trasformismo. Partiti e sistema politico nell’Italia liberale (1861-1914) (Laterza) e Luigi Musella in Il trasformismo (il Mulino) – l’elaborazione e le successive attività di Depretis furono cosa assai diversa. L’idea di una «trasformazione» dei partiti, va ricordato, si era all’inizio presentata con connotazioni positive. Per Depretis, scriveva Giulio Bollati in L’Italiano. Il carattere nazionale come storia e come invenzione (Einaudi), trasformazione era sinonimo di evoluzione e di progresso. Giovanni Sabbatucci – che più di ogni altro ha approfondito il tema in Il trasformismo come sistema (Laterza) e in Partiti e culture politiche nell’Italia unita (Laterza) – ha messo in luce che il termine trasformismo (con l’aggiunta dell’aggettivo «parlamentare») era stato usato, prima che da Depretis, dal moderato Carlo Alfieri di Sostegno, in accezioni tutt’altro che spregiative. Il termine era comparso nel 1874 quando la Destra era ancora al potere in un opuscolo-lettera aperta del senatore Alfieri al «deputato Francesco De Sanctis». In questa lettera si inneggiava al superamento delle «scuole dottrinali» e si esaltavano i vantaggi di quella che oggi chiameremmo «trasversalità». A dare un segnale di violento contrasto del trasformismo sarebbe stato nove anni dopo, nel gennaio del 1883, il poeta Giosue Carducci che in un articolo apparso con il titolo «Libertas» sul «Don Chisciotte» fece a pezzi la dottrina di Depretis. Trasformismo, scriveva Carducci, è «brutta parola a cosa più brutta». Un giudizio drastico sull’arte di «trasformarsi da sinistri a destri senza però diventare destri e non però rimanendo sinistri». Come «nel cerchio dantesco de’ ladri, non essere più uomini e non essere ancora serpenti». Ma «rettili sì e rettili mostruosi nei quali le due immagini si perdono e che invece di parlare ragionando sputano mal digerendo».
È qui che secondo Sabbatucci nasce la lettura del trasformismo come pratica in sé corruttiva, in quanto fondata sull’assenza di princìpi e sul compromesso deteriore. Benedetto Croce – nella Storia d’Italia dal 1871 al 1915 (Laterza) – proverà anni dopo a riabilitare almeno parzialmente il trasformismo. Ma ormai quel termine aveva assunto una valenza negativa che era diventata una componente non secondaria di un antiparlamentarismo non privo di venature autoritarie.
Il trasformismo non è più «un possibile correttivo ai presunti effetti nefasti del parlamentarismo».
Ne costituisce al contrario «una esaltazione e una esasperazione in quanto fa della Camera elettiva il luogo di una continua e poco onorevole negoziazione fra interessi particolari». Non bilanciata oltretutto «da istituzioni capaci invece di incarnare l’interesse nazionale».
La diffusa invettiva contro il trasformismo e quella di marca conservatrice contro il parlamentarismo «si intrecciano e si sposano generando», ha scritto Sabbatucci, «un fuoco polemico di inaudita intensità e di efficacia direttamente proporzionale all’autorevolezza delle voci da cui proviene». Voci di un numero sempre crescente di politici ma anche di intellettuali tra i più importanti di quell’epoca.
I trasformisti si dicono liberisti. Però, scrive Chiarini, fin dal 1876 appare chiaro che «c’è liberismo e liberismo». C’è «il liberismo di Depretis che significa via libera all’affarismo e il liberismo della frazione più democratica … la tendenza rappresentata a livello governativo da Zanardelli e da Federico Seismit-Doda che è mossa da altre preoccupazioni». Si giunge così nel dicembre 1877 a una rottura destinata a lasciare il segno. L’ala democratica della sinistra che si riconosce in Zanardelli e Benedetto Cairoli si stacca dal corpaccione centrista che sostiene Depretis. Il trasformismo, scrive Chiarini, si sta imponendo nei fatti prima ancora che nei propositi dei suoi fautori. È qui che il trasformismo «diventa sinonimo di transazione finalizzata alla conservazione del potere». Con «buona pace della coerenza politica e del vincolo di lealtà pattuito tra eletti ed elettori». Si afferma, prosegue l’autore, «come la formula di salvataggio di legislature, incapaci o impotenti a formare maggioranze di governo secondo la logica bipolare». Non è il momento delle «situazioni nette» reclamate da Zanardelli. In una lettera dell’agosto 1884 (a Giovanni Vagni) Zanardelli arriverà a definire il trasformismo «il più turpe vizio che abbia bruttata mai la vita politica perché è la degenerazione di ogni vita politica sana, forte, sincera».
Queste considerazioni, non dissimili da quelle che usa in pubblico, daranno a Zanardelli un enorme prestigio. Verrà scelto – come si è detto all’inizio – per incarichi di grande importanza. Ma verrà a lungo considerato inadatto per la guida del governo. Fino all’inizio del Novecento quando sarà chiamato alla poltrona di maggior rilievo e di lì spalancherà le porte a una nuova era dell’Italia liberale. Di cui si approprierà il più abile e manovriero Giovanni Giolitti.
Su Zanardelli graverà sempre la considerazione come di un leader non del tutto adatto ai compromessi utili per far politica e resistere nel posto che si occupa. Per di più, il diffuso stereotipo abbattutosi su Zanardelli è quello che fa di lui «il vessillifero e patrocinatore di un intollerante anticlericalismo ideologico». Nemico cioè della riconciliazione dell’Italia liberale con il mondo fedele alla Chiesa, inimicizia che l’avrebbe reso cieco nei confronti della questione cattolica. Relegandolo su un binario morto della vita politica nazionale. Ma se è vero che Zanardelli fu un anticlericale, è invece falso che sia stato un «anticattolico». Fu probabilmente, riconosce Chiarini, «manchevole dell’arte principe del politico, la mediazione». Arte sempre utile, addirittura «imprescindibile» in un Parlamento frammentato, «condannato per questo a praticare il trasformismo». E qui si torna al punto di partenza: il motivo per cui Zanardelli è stato relegato nel «cerchio dell’oblio» è stato quello di aver avversato quel modo di fare e disfare le maggioranze in Parlamento. Motivo in più per rendergli oggi l’onore che merita.