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 2026  maggio 19 Martedì calendario

Il genoma umano e il giallo di Venter

Craig Venter, lo scienziato che nel 2000 aveva vinto la «gara» per il sequenziamento del genoma umano, è scomparso da poche settimane e sono stati in molti a commentare l’importanza della sua eredità. Ma il suo lascito che colpisce di più l’immaginazione non è nel metodo e nel percorso scientifico che ha aperto ma è in un piccolo giallo contenuto nella sequenza di lettere, A,C,G,T, il ristretto alfabeto delle basi azotate con cui si compone il DNA: la storia ufficiale (al tempo) era che i due progetti in competizione, uno pubblico e l’altro privato (Celera Genomics, quello di Venter appunto), avessero prelevato il DNA da gruppi anonimi. Ma non è così: solo dopo si scoprì che la maggior parte della sequenza (circa il 70%) era quella dello stesso Venter. Di fatto il modello che usiamo per capire il DNA è quello dello scienziato. Certo, sappiamo che il 99,9% del DNA è condiviso tra tutti noi Sapiens. Ma i numeri possono essere fuorvianti in questi casi. Basterebbe ricordare che quasi il 98% del DNA è condiviso con gli scimpanzé, i nostri parenti più prossimi. Insomma, qui i famosi «zero virgola» che nell’economia di un Paese possono contare relativamente, sono fondamentali. Basti ricordare il Covid-19 che risultava più aggressivo, secondo alcuni studi, nei vari soggetti a seconda che avessero una maggiore o minore percentuale di homo di Neanderthal (ormai è certo che abbiamo convissuto e che dunque i DNA delle due specie si sono fusi insieme). Dopo la vittoria di Venter si riuscì a trovare con diplomazia un accordo per unire i due percorsi di ricerca e fu una fortuna perché – in caso contrario – Celera avrebbe depositato il brevetto del genoma umano e dunque lo stesso Venter ora sarebbe un brevetto. D’altra parte la storia dei geni è sempre stata causa di sorprese: lo stesso Darwin aveva compreso le forze dell’evoluzione ma non il meccanismo di trasmissione. Pare che il monaco Mendel, dopo aver letto «L’origine delle specie», inviò a Darwin i suoi studi su quelli che solo dopo sarebbero stati chiamati geni. Il naturalista però non lo lesse, forse per un’innata pigrizia riportata dai suoi biografi. Magari un giorno si scoprirà che anche la pigrizia è genetica.