Corriere della Sera, 19 maggio 2026
La proposta dell’Iran: «Fermiamo l’atomica»
Prepararsi in anticipo, manovrare come se una decisione sia già stata presa. Benjamin Netanyahu vorrebbe che il ritorno in guerra contro l’Iran fosse inevitabile, lo stato maggiore israeliano è convinto che lo sia. Così il premier e l’esercito continuano i preparativi, ieri sera si è riunito il consiglio di sicurezza ristretto. Bibi si muove per premere sull’amico Donald, che sembra esitare ma forse è tattica.
Trump ha convocato i vertici militari per oggi e nel pomeriggio di ieri aveva avvertito via il quotidiano New York Post: «L’Iran sa cosa sta per succedere molto presto, non sono disposto a cedere». In serata il presidente americano scrive su Truth, il social media di sua proprietà: «Ho sospeso l’attacco pianificato perché me lo hanno chiesto l’emiro del Qatar, il principe reggente saudita e il presidente degli Emirati Arabi Uniti».
Secondo questo suo annuncio, la Furia Epica – acquietata dalla tregua del 7 aprile – sarebbe dovuta ripartire oggi, ma «i leader e alleati mi assicurano che sarà raggiunto un accordo accettabile per gli Stati Uniti ovvero niente armi atomiche per l’Iran». Resta la minaccia: «Se non ci sarà l’intesa, daremo via a un assalto massiccio».
Il regime islamico ha continuato comunque a mischiare le contro-proposte inviate in segreto con le minacce e le distorsioni pubbliche. Dalle proteste dello scorso gennaio e dall’inizio del conflitto alla fine di febbraio, ha invece accelerato la repressione mascherata come arresti «legati» allo scontro con gli Stati Uniti e Israele: almeno 50 mila persone – stima l’organizzazione Human Rights Watch – sono state incarcerate, 32 prigionieri politici sono stati impiccati, un atroce balzo nelle esecuzioni capitali contro gli oppositori, in tutto il 2025 erano state 45.
Gli ayatollah – o chi davvero controlla il potere in questi mesi a Teheran – hanno inviato un documento ai negoziatori americani che prevederebbe, secondo l’emittente Al Arabiya, una tregua di lungo periodo in più fasi in cambio di uno stop al programma nucleare, anche se non definitivo, e la riapertura dello Stretto di Hormuz. I 490 chilogrammi di uranio arricchito – nascosti o seppelliti sotto le macerie tra i siti di Isfahan e Natanz – verrebbero trasferiti in Russia. Gli iraniani non chiederebbero più i risarcimenti per i danni causati dai raid ma «concessioni economiche», di fatto la cancellazione delle sanzioni. Dei fondi per miliardi di dollari congelati in tutto il mondo – commenta una fonte iraniana all’agenzia Reuters – gli americani sarebbero disposti a svincolare solo il 25 per cento.
Altri anonimi replicano da Washington, con dichiarazioni alla testata digitale Axios: «La nuova offerta è insufficiente». Axios – a differenza di Al Arabiya – sostiene che il testo stilato dal regime non indica né «impegni dettagliati» alla sospensione dell’arricchimento dell’uranio né riferimenti alla consegna dei 490 chilogrammi ad altri Paesi. Rispetto alla rigidità delle scorse settimane ci sarebbero però riferimenti «alla rinuncia di ottenere la bomba atomica». Il funzionario americano nega pure la notizia diffusa dall’agenzia di Stato iraniana: «Non siamo disposti a togliere in questo momento le sanzioni sull’esportazione del petrolio».
I pasdaran cercano piuttosto di mettere un prezzo a tutto quello che passa per lo Stretto di Hormuz sopra e sotto l’oceano: starebbero progettando di far pagare una tassa anche sui cavi sottomarini in fibra ottica per il trasporto dei dati globali, mentre il regime ha ufficializzato la nascita dell’organismo incaricato di imporre i dazi ai mercantili internazionali che navigano attraverso il passaggio.