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 2026  maggio 19 Martedì calendario

La crescita e l’Ia come negli Usa

La produttività negli Stati Uniti sta aumentando: la produzione per lavoratore, ma anche la produzione per ora lavorata, aumentano ad un ritmo che è, come osserva l’Economist, «quasi il doppio rispetto allo stagnante 1 per cento registrato per gran parte degli anni 2010». L’aumento della produttività del lavoro ha indotto la Federal Reserve Bank of Cleveland, una delle 12 banche che costituiscono la Riserva Federale, e fra queste la più attenta all’andamento della produttività, ad alzare la stima della crescita del Pil statunitense a lungo termine. Secondo gli economisti di Cleveland, la probabilità che l’economia americana sia entrata in un regime di alta crescita della produttività è oggi intorno al 40 per cento, un numero simile a quello che precedette il boom di internet alla fine degli anni ’90.

Perché la produttività del lavoro in Usa sta crescendo? Una spiegazione ovvia è che siano gli effetti dell’introduzione dell’intelligenza artificiale (AI) che consente a molte persone di essere più produttive.
Ma ci potrebbero essere anche altre spiegazioni che nulla hanno a che vedere con l’AI: ad esempio guadagni di produttività derivanti dal lavoro a distanza, oppure l’effetto dell’accelerazione nella nascita di nuove imprese. Negli Stati Uniti la crescita della produttività ha anche coinciso con un aumento della partecipazione alla forza lavoro da parte di persone in età lavorativa e degli immigrati.
Due fattori che invece potrebbero rallentare, anziché accelerare, la crescita della produttività, e che quindi rendono ancora più impressionanti i dati positivi sulla produttività degli ultimi mesi.
Già una volta l’Europa è stata colta di sorpresa da un aumento della produttività negli Stati Uniti: come accennato sopra, accadde verso la metà degli anni ’90 quando le tecnologie legate a internet cominciarono a diffondersi nelle imprese americane, mentre in Europa la diffusione cominciò più tardi e fu più lenta. Risale a quel periodo l’ampliamento del divario fra la produttività in Usa e in Europa. Nei 50 anni precedenti, fra il 1945 e il 1995, il divario si era stretto, fin quasi a scomparire: a metà degli anni ’90 il reddito pro capite (che segue molto da vicino l’andamento della produttività) nella media dei Paesi Ue aveva raggiunto quello Usa. Poi cominciò ad aprirsi un divario che oggi vale circa il 30 per cento: cioè una famiglia (media) europea oggi è più povera di una famiglia (media) americana per un ammontare che vale circa il trenta per cento. Un gap enorme, considerato che a metà anni ’90 quella differenza era scomparsa.
La caduta recente della produttività europea – relativamente agli Usa – non è stata la stessa in tutta l’economia. In alcuni settori, in particolare in quelli ad alta intensità tecnologica, dove il fattore determinante è la capacità di innovare, la caduta è stata profonda; in altri settori, come nella manifattura, quasi impercettibile. Ma è la capacità di innovare che trascina un’economia.
Trent’anni fa l’Ue non reagì all’aumento della produttività Usa nel settore della tecnologia: si aprì allora un divario che non si è più chiuso. Con un’eccezione: il programma chiamato «Quarta rivoluzione industriale», lanciato in Germania nel 2011 e via via adottato anche in altri Paesi e che aveva come obiettivo l’aumento della produttività nelle imprese manifatturiere. In Italia fu introdotto, con il nome «Industria 4.0», nella forma di ammortamenti anticipati ed ebbe un grande successo. Gli effetti sugli investimenti nel settore manifatturiero furono significativi, soprattutto nei primi anni, 2017-18, e trascinarono il resto dell’economia: in quel biennio il totale degli investimenti italiani in macchinari crebbe di quasi il 10 per cento a prezzi costanti, dopo anni di stagnazione.
Il governo Meloni inizialmente abbandonò questa misura, sostituendola con «Transizione 5.0», che invece non ha funzionato: a fronte di oltre 6,3 miliardi di euro stanziati, le imprese hanno chiesto poche centinaia di milioni. Un anno fa (giugno 2025) il governo ha quindi fatto marcia indietro re-introducendo il credito di imposta sugli investimenti in macchinari, cioè la misura di «Industria 4.0»: il primo giorno le imprese hanno prenotato l’intera somma stanziata, 2,2 miliardi di euro. Nel passaggio ci sono anche stati dei pasticci: ad esempio il nuovo preammortamento escludeva l’acquisto di macchinari prodotti fuori dall’Ue, anche se le macchine con tecnologia più avanzata spesso provengono dagli Usa. Nuovo passo indietro, l’errore è stato corretto, ma con un aumento dell’incertezza per le imprese.
Uno dei motivi per cui la produttività italiana si è fermata è che la gran parte delle nostre imprese sono troppo piccole per adottare nuove tecnologie, capaci di aumentare la produttività. Cominciamo con l’eliminare i disincentivi a crescere, in primis i benefici di una flat tax che un’azienda perde se il suo fatturato supera gli 85 mila euro l’anno.
Gli investimenti sono solo uno dei fattori che determinano la produttività di un’economia, ma altrettanto importante è il capitale umano. Oggi l’AI è arrivata ad un punto in cui non c’è bisogno di altre grandi innovazioni: la tecnologia c’è, la difficoltà sta nel diffonderla, cioè indurre le aziende ad utilizzarla. E qui il capitale umano è essenziale. Non scienziati, o non soprattutto scienziati, ma bravi tecnici informatici e bravi periti industriali ed elettronici. Basta un buon triennio di ingegneria e forse anche un buon istituto professionale seguito da un anno nei percorsi di «Istruzione e Formazione Tecnica Superiore», corsi della durata di un anno, molto pratici con ampio spazio ai laboratori, che insegnano strumenti concreti per rispondere alle richieste del mondo del lavoro.
È il momento di fermarsi e di riflettere: non chiedendosi che fare per aumentare il consenso, ma che fare per aumentare la produttività, che oggi significa che fare per aiutare le imprese, soprattutto le piccole e medie, a sfruttare le potenzialità offerte dall’AI. Rimandare queste scelte a dopo le prossime elezioni significherebbe perdere un treno che poi potrebbe essere molto costoso riagganciare.