Avvenire, 17 maggio 2026
India, sequestro lampo. E un massacro
La Conferenza episcopale dell’India, come pure la Chiesa dello Stato nordorientale indiano di Manipur e la locale provincia salesiana di Dimapur hanno accolto con sollievo la notizia della liberazione dei due fratelli salesiani Pamei Aching Albert e Poji Kiivisie Peter, sequestrati nella serata del 13 maggio e rilasciati il giorno successivo. Un risultato positivo dovuto, come ha sottolineato il provinciale dei salesiani di Dimapur, padre Joseph Pampackal, a «sforzi coordinati delle organizzazioni della società civile, dei leader religiosi, degli anziani della comunità, delle forze dell’ordine». Un sequestro che ha origine in un contesto, quello del Manipur, segnato da instabilità con fiammate di vero e proprio conflitto interetnico e interreligioso. Non a caso l’episodio si è verificato lo stesso giorno del massacro di tre pastori battisti uccisi in un agguato insieme all’autista del loro convoglio, mentre altri tre, feriti, sono stati ricoverati in ospedale. Un evento per il quale la Conferenza episcopale dell’India ha espresso «profondo dolore e cordoglio» e sottolineato come «la violenza non fa che acuire le ferite, prolungare la sofferenza e indebolire i legami che uniscono le nostre comunità». L’arcivescovo di Imphal, Linus Neli, ha esortato le comunità ad astenersi «da ogni forma di violenza e rappresaglia» e le autorità «ad agire con saggezza, equità e sensibilità affinché prevalgano la pace e la giustizia e venga ristabilita la fiducia tra le comunità». Come ricorda l’organizzazione laicale cattolica All India Catholic Union ripresa dall’agenzia Fides, l’aggressione mortale «non può essere considerato un crimine isolato poiché si inserisce nel contesto del continuo deterioramento della pace e della governance costituzionale nel Manipur» dove negli ultimi tre anni 250 abitanti sono stati uccisi e altri 60mila sono stati costretti a lasciare le loro case mentre centinaia di chiese e villaggi sono stati distrutti. Oggi, ricorda ancora Fides riportando i dati di Aicu, «a migliaia continuano a vivere in campi profughi» e «un gran numero di armi saccheggiate dagli arsenali della polizia e delle forze di sicurezza rimangono in mani illegali e gruppi armati e milizie private continuano a operare impunemente».
In questa situazione, che interessa una regione confinante con il Myanmar a sua volta sconvolto da cinque anni di guerra civile, la politica di New Delhi è stata spesso quella di forzare la pacificazione imponendo in diverse aree lo stato d’emergenza a scapito dei diritti, delle libertà e delle possibilità di dialogo. Si teme lo sviluppo di una situazione simile a quella che tra il 1993 e il 1998 provocò un migliaio di morti per il conflitto tra i Kuki cristiani e i Meitei, perlopiù di fede indù. Due componenti che nell’ultimo censimento, quello del 2011 sono risultate pressoché equivalenti con oltre il 40 per cento ciascuna dei 3,3 milioni di abitanti dello stato, dove pure vivono musulmani e buddhisti. Ancor più necessario sembra quindi trovare modalità efficaci per conciliare un dialogo che coinvolga anche i Naga (pure cristiani ma con influenze animiste). «Il Manipur – conferma John Dayal, responsabile della All India Catholic Union – non può essere governato solo dal dispiegamento delle forze di sicurezza. L’attuale divisione dello stato in zone separate non è pace. Nessuna comunità può essere abbandonata e a nessuna comunità può essere permesso di dominarne un’altra attraverso la violenza, la paura o il silenzio dello Stato». Ma per questo, avvertono più voci, è anche necessario tutelare i leader religiosi, gli operatori della società civile, i volontari e mediatori di pace.