Avvenire, 17 maggio 2026
Ad Haiti in due mesi oltre 200 uccisi
Terrorizzare la popolazione è il modo più diretto che le gang usano per conquistare nuovi pezzi di territorio. Uccidono, incendiano le case, fanno piazza pulita. Uno schema diventato quasi quotidiano a Port-au-Prince, la capitale di Haiti, che le bande controllano per l’80%. Con picchi di violenza che diventano notizia: l’ultimo è stato questa settimana. In sei giorni, 78 persone sono state uccise. Dieci erano civili, tra cui una bambina di 12 anni. «Hanno colpito davanti a me tre persone, poi hanno ammazzato gli animali» racconta una donna a France24. Viveva nelle zone attaccate e ora ha sulle spalle uno zaino: è tutto ciò che le rimane. Come lei, altre 5mila persone hanno dovuto lasciare le proprie abitazioni. Dove andare ora, nessuno lo sa.
«Ho sentito gli spari, ho preso mio figlio e siamo usciti di corsa. Mio marito era con noi, ma è rimasto leggermente indietro. Lo hanno ucciso», dice un’altra donna, seduta per terra accanto a decine di altre persone. A pochi metri da lei ci sono un’auto incendiata e due carcasse di animali.
Già tra marzo e aprile la violenza aveva provocato più di 200 morti e lo sfollamento di 8mila persone. Questa volta però le gang hanno tolto ai cittadini anche uno dei pochi punti di riferimento rimasti a Cité Soleil: l’ospedale di Medici senza frontiere (Msf). Durante le prime 12 ore degli scontri, la struttura ha accolto 40 persone con ferite d’arma da fuoco. Poi la situazione è diventata troppo rischiosa anche per i medici e per il personale. Una guardia di sicurezza è stata colpita da un proiettile vagante. «È impossibile per noi fornire assistenza nel pieno di uno scontro a fuoco. Un ospedale in cui il personale non è al sicuro non può funzionare» ha spiegato Davina Hayles, responsabile della missione di Msf ad Haiti. La struttura sospende quindi le sue attività, sino a data da stabilire. L’organizzazione ha fatto sapere che, al momento, non c’è alcuna struttura sanitaria attiva nella zona dei combattimenti: le persone non hanno possibilità di essere soccorse. Secondo Haitian Times, gli scontri sono stati in particolare tra due gruppi: da una parte le gang Duvivier e Pyè 6, dall’altra i gruppi armati con base a Canaan, una zona a nord della capitale diventata una roccaforte per le gang. Tutte fanno parte della coalizione “Viv Ansam”, formatasi tra il 2023 e il 2024 tra i due principali blocchi criminali, G9 e G-Pèp e guidata da Jimmy Chérizier, detto “Barbecue”, l’ex poliziotto diventato il leader criminale dell’isola. Gli ultimi scontri fanno pensare al crescere di una instabilità interna alla stessa coalizione. All’esterno, non ci sono rivali: nei giorni di violenza, la polizia non è riuscita ad intervenire. Alcuni mezzi sono arrivati ma solo al termine degli scontri. L’impotenza dello Stato è una delle caratteristiche che rendono Haiti un Paese martoriato: di fatto i cittadini non hanno un’autorità statale su cui poter contare. Il Parlamento non viene eletto da dieci anni, i mandati dei deputati sono ormai scaduti. Non c’è più un’assemblea dove i poteri legislativo e giudiziario possano riunirsi.
Fino a febbraio, il Paese è stato retto da un Consiglio presidenziale di transizione che avrebbe dovuto portare a nuove elezioni: una missione che è fallita. Oggi c’è un primo ministro ad interim, Alix Didier Fils-Aimé. Nuove consultazioni elettorali sotto la sua guida si sarebbero dovute svolgere ad agosto di quest’anno, ma sono già state rimandate: l’insicurezza è troppa. Forse, ha detto Alix Didier, ci si riuscirà entro fine 2027.
Un supporto dovrebbe poi arrivare da un’ennesima missione internazionale approvata dall’Onu, con l’obiettivo specifico di reprimere le gang. Sul territorio dovrebbero sbarcare 5mila militari di altri Paesi, con una prima fase – già attuata – che ha visto l’arrivo di 400 soldati dal Ciad. Un numero assolutamente insufficiente per quello che continua ad accadere nella capitale.
A tutto si aggiunge la miseria: Haiti è il Paese più povero dell’emisfero occidentale. Quasi 6 milioni di persone vivono una condizione di insicurezza alimentare acuta, oltre un milione di bambini soffre la fame. Uno su sette non va a scuola. Le classi diventano rifugi precari, i rifugi precari non proteggono dalla violenza, la violenza è ancora padrona.