Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  maggio 18 Lunedì calendario

Il Pos collegato alla cassa fa impennare gli scontrini

Prima dei numeri, la prova empirica. Da qualche settimana chi entra in un negozio, che sia un bar, un ristorante, una rivendita di abbigliamento, avrà probabilmente notato una certa inusuale solerzia, soprattutto se paga con un bancomat o una carta di credito, a battere lo scontrino fiscale. La soglia di attenzione sembra essersi notevolmente alzata. C’è una ragione. Dal cinque marzo scorso, con un percorso graduale che è arrivato fino ad aprile, i commercianti hanno dovuto adeguarsi al nuovo obbligo di collegare la matricola del registratore telematico già censito nell’Anagrafe Tributaria, la maxi banca dati del Fisco, ai dati identificativi degli strumenti di pagamento elettronico di cui lo stesso commerciante risulta titolare. Detto in parole più semplici, ha dovuto permettere al Fisco di incrociare tutti gli scontrini che batte con i pagamenti che riceve tramite i Pos di cui dispone. Non è una cosa da poco. E l’obiettivo è abbastanza chiaro. L’Agenzia delle Entrate punta a cogliere eventuali discrepanze tra incassi elettronici (tracciati dalle banche) e scontrini fiscali emessi. Insomma, ogni transazione effettuata tramite il Pos deve generare e automaticamente un documento commerciale univoco, impedendo in questo modo di far pagare con un bancomat o con una carta senza emettere lo scontrino (o emettendolo per importo inferiore). Veniamo ai numeri. In un solo mese, ad aprile, sarebbero stati “battuti” ben 100 milioni di scontrini in più rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, con un incasso aggiuntivo “in chiaro” per i commercianti, di ben 5 miliardi di euro. Miracoli della digitalizzazione. L’incrocio delle banche dati, effettuato grazie al contributo cruciale del partner tecnologico della Pubblica amministrazione, la società pubblica Sogei, sta dando risultati sorprendenti. Ma a sorprendere non sono solo i risultati che si stanno ottenendo sul fronte delle banche dati fiscali necessarie alla lotta all’evasione fiscale. L’Italia, sulla digitalizzazione, ha ingranato la marcia. Lo ha riconosciuto persino un’istituzione solitamente molto attenta e puntuale nel cogliere le mancanze della pubblica amministrazione, la Corte dei conti. Nella sua ultima relazione sullo stato di attuazione del Pnrr, i magistrati contabili hanno spiegato che il Paese sul fronte degli obiettivi di digitalizzazione della macchina pubblica, sta andando non solo velocemente, ma sta facendo anche più del dovuto. E si badi bene, la Corte non si è limitata a prendere atto soltanto del rispetto formale degli obiettivi e degli impegni presi dall’Italia con il Pnrr, ma ha esaminato anche i loro effetti concreti sulla vita di cittadini e imprese. Insomma, la Pubblica amministrazione sta diventando più digitalizzata, più “smart”, ed sarà questa probabilmente una delle principali eredità che saranno lasciate dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. Ma torniamo ai Pos e agli scontrini. Questa maggiore “fedeltà” fiscale, potrebbe avere anche un altra conseguenza: spingere un certo numero di Partite Iva ad aderire al concordato preventivo biennale, il “patto” con il Fisco che permette di fissare per due anni le tasse da versare ottenendo in cambio una sorta di esenzione dagli accertamenti fiscali.
Quest’anno l’appuntamento è più importante del solito, perché va a scadenza il primo biennio della misura. Significa che non solo bisognerà convincere le 360 mila Partite Iva che avevano sottoscritto la proposta a rinnovarla, ma anche portarne dentro di nuove, soprattutto tra quelle che oggi sono considerate “meno affidabili”. Anche per questo, la soglia di aumento della tassazione che il Fisco potrà chiedere già applicata alle Partite Iva più affidabili (quelle con un voto nelle pagelle fiscali, i cosiddetti Isa, da 8 in su) sarà estesa anche a quelle con un punteggio minore. Le proposte di concordato preventivo per il biennio 2026/2027 non potranno superare due nuove soglie: del 30 per cento, per le Partite Iva che nel periodo d’imposta precedente presentano un punteggio nelle pagelle fiscali pari o superiore a 6 ma inferiore a 8; del 35 per cento, per le Partite Iva che, nello stesso periodo, hanno conseguito un punteggio da 1 a 6. I tetti alle proposte di concordato per gli “inaffidabili” agli occhi del Fisco si affiancano ai limiti già previsti per le Partite Iva con punteggio elevato, e quindi con un grado di affidabilità fiscale superiore alla sufficienza. Per queste ultime le regole prevedono che la proposta dei Fisco non possa “aggiungere” oltre il 10 per cento di reddito, in caso punteggio pari a 10; del 15 per cento, in caso di punteggio da 9 a 10; il 25 per cento, in casi di punteggio da 8 a 9. L’adesione al “patto” con il Fisco potrà avvenire quest’anno entro la fine di ottobre. Sarà interessante capire quante saranno le Partite Iva che sceglieranno il compromesso con l’Agenzia delle Entrate. Che ormai di commercianti e professionisti, con l’incrocio delle banche dati, è in grado davvero di sapere tutto.