La Stampa, 18 maggio 2026
Nina Litvinova si è uccisa
«Mi vergogno ma mi arrendo, vi prego di perdonarmi». Un messaggio di rassegnazione quello lasciato da Nina Litvinova prima di togliersi la vita a 80 anni. La maggior parte dei quali passati a difendere i diritti umani in Russia. Soprattutto quelli dei dissidenti politici nell’Unione sovietica, per i quali l’attivista ha cominciato a spendersi negli anni Sessanta, ma anche sotto il regime di Vladimir Putin.
Proprio contro il presidente russo la donna si è scagliata nel suo biglietto d’addio: «Ha attaccato l’Ucraina, fa morire persone innocenti mentre nel nostro Paese migliaia di persone vengono continuamente mandate in prigione, dove soffrono e muoiono solo perché, come me, sono contro la guerra e contro le uccisioni».
Una vita diventata ormai «insopportabile» a causa di questa repressione, ma peggiorata dopo l’attacco all’Ucraina. Ogni voce strozzata, ogni incarcerazione arbitraria e ogni tortura nelle prigioni russe diventava di volta in volta un fardello in più da portare sulla sua coscienza, diventata evidentemente troppo sensibile per resistere.
Per questo Litvinova, che era stata anche oceanografa per l’Istituto dell’Accademia russa delle Scienze, nella sua ultima confessione si è detta «esausta». Troppa fatica contro un sistema che la militante non era riuscita a sconfiggere nonostante gli sforzi, profusi fino all’ultimo.
Tra i tanti processi seguiti dall’attivista c’era quello dello storico Yuri Dmitriev e quello di Oleg Orlov, co-fondatore di Memorial, organizzazione vincitrice del Nobel per la Pace nel 2022 accusata da Mosca di “estremismo”. Figure di spicco della dissidenza russa, anche se la lista di coloro che hanno ricevuto la sua assistenza è sterminata.
Ma il peso delle persecuzioni si era ormai fatto troppo pesante, al punto da spingere Litvinova a compiere il gesto estremo. Prima, però, un pensiero per le migliaia di oppositori e oppositrici che sono ancora in prigione, come Evgenija Berkovič e Svetlana Petrijčuk (entrambe condannate per apologia del terrorismo) o Karina Zurkan. «Soffrono e muoiono dietro le sbarre. Ho provato ad aiutarle, ma le mie forze si sono esaurite e giorno e notte soffro per questa impotenza», si legge nel messaggio, riportato parzialmente su Facebook dalla cugina, la giornalista Maria Slonim, che non mostrato nessun dubbio sul responsabile di quanto accaduto: «È stata uccisa da Putin!». Il motivo principale per il quale, secondo la donna, i media che hanno dato l’annuncio della morte della sua familiare, come Ria Novosti o Gazeta.ru, non hanno citato il breve testo scritto poco prima del suicidio. Stando al Moscow Times, il suo corpo è stato ritrovato senza vita in una strada centrale di Mosca.
Nipote di Maxim Litivinov, Commissario del popolo per gli Affari esteri negli anni trenta sotto Josef Stalin, Litvinova era la sorella di Pavel, uno degli otto protagonisti della protesta contro l’invasione della Cecoslovacchia tenutasi nel 1968 sulla Piazza Rossa che oggi, a 81 anni, vive negli Stati Uniti. Anche lui quando si trovava in carcere ricevette il sostegno di Nina, come ricorda sui social network l’organizzazione Memorial, omaggiando una donna che «era sempre lì dove c’era più dolore».