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 2026  maggio 18 Lunedì calendario

Inghilterra, i tormenti della "Brentry"

Dieci anni dopo il referendum che approvò la Brexit, un nuovo termine si affaccia nel lessico politico del Regno Unito: Brentry. Acronimo di “Britain entry”, ovvero l’entrata della Britannia nell’Unione Europea. Un progetto tornato di attualità negli ultimi mesi, e soprattutto negli ultimi giorni, diventando il cuore della campagna per Downing Street.
La polemica fra i laburisti
La settimana scorsa l’ex-ministro della Sanità Wes Streeting, uno dei candidati a rimpiazzare il primo ministro Keir Starmer, ha dichiarato che “la Brexit è stata un errore catastrofico, un giorno dovremo rientrare nella Ue”. Anche il sindaco di Manchester Andy Burnham, suo principale avversario nelle primarie del Labour per scegliere un nuovo leader del partito (che diventerebbe automaticamente capo del governo), si era pronunciato in modo simile: “Spero di vedere nel corso della mia vita il nostro Paese di nuovo nell’Europa unita”, aveva detto l’autunno scorso.
Ma adesso Burnham frena, perché per aspirare al posto di premier deve essere membro del Parlamento e per riuscirci deve vincere l’elezione a un seggio vacante da deputato in programma il mese prossimo in una circoscrizione fortemente brexitiana, a Makerfield, sobborgo povero di Manchester, dove nel referendum del 2016 la Brexit passò con il 65 per cento dei voti, molti di più del 52 per cento con cui si affermò a livello nazionale. “Il rientro nella Ue è solo un progetto a lungo termine, non fa parte della mia agenda attuale”, ha detto sabato Burnham.
Il gioco di Farage
Nel Labour c’è chi accusa Streeting di avere voluto “sabotare” la corsa di Burnham al seggio da parlamentare, in modo da non ritrovarselo di fronte nelle primarie laburiste. In effetti i populisti di Reform, il partito guidato da Nigel Farage, primo promotore della Brexit, accusano già entrambi i candidati alla poltrona di Starmer di volere “tradire” il risultato del referendum di un decennio fa. Farage promette di “fare di tutto” per battere il sindaco di Manchester con un proprio candidato nell’elezione suppletiva di giugno. La polemica fra i due laburisti fa il suo gioco nel breve e nel lungo termine: dopo avere vinto le elezioni amministrative di questo mese, il “Trump inglese”, come lo chiamano alcuni, è in testa anche nei sondaggi sulle politiche del 2029. Accusare il Labour di voler ritornare nella Ue può aiutarlo a vincerle.
Ma sarebbe davvero possibile per il Regno Unito rientrare nella Ue? In che modo e in che tempi? E quali conseguenze avrebbe per il Labour una netta scelta di campo a favore della Brentry, ossia del rientro in Europa? Sono i quesiti di cui a Londra si discute ora accanitamente.
Il “reset” di Starmer
Nel referendum del 2016, Keir Starmer, all’epoca numero due del leader Jeremy Corbyn nel Labour, era schierato per rimanere nella Ue. Succeduto a Corbyn nel 2020 alla testa del partito, ha preso dall’inizio una linea più morbida, sostenendo che bisognava accettare la Brexit, il risultato espresso, sia pure di misura, dalla consultazione popolare, ma occorreva avere i migliori e più vantaggiosi rapporti possibili con l’Unione Europea. Dopo avere vinto le elezioni del 2024 e conquistato Downing Street, Starmer ha promesso un “reset” nelle relazioni con Bruxelles: una reimpostazione.
La freddezza dell’America di Trump nei confronti dell’Europa, riguardo agli aiuti all’Ucraina nella guerra contro l’invasione russa ma non solo, ha rafforzato nel premier britannico il convincimento della necessità di una stretta cooperazione con la Ue in materia militare e di sicurezza, ma pure in altri campi. Su molte questioni internazionali, negli ultimi mesi l’Europa si è trovata di fatto a essere già guidata da un binomio Parigi-Londra o da un triangolo Parigi-Berlino-Londra. Lanciato da un summit lo scorso anno, il “reset” si traduce per ora in maggiore collaborazione scientifica, facilitazioni nell’import-export commerciale e ripresa dell’Erasmus, il programma di scambi universitari fra il continente e il Regno Unito, che era stato interrotto dalla Brexit. Dopo la sconfitta subita dal Labour alle recenti amministrative, Starmer ha detto che il futuro del suo Paese deve essere “nel cuore dell’Europa”.
Le “linee rosse”
Ma il premier laburista non ha per ora manifestato l’intenzione di violare quelle che lui stesso indica come “linee rosse”: non tornare nella Ue, ma nemmeno nel mercato comune (come la Norvegia, che ne fa parte pur non appartenendo alla Ue) e neanche nell’unione doganale (a cui aderiscono ad esempio San Marino e Turchia), l’ultimo cerchio dell’unificazione europea. A Londra circolano invece da tempo voci che esortano a oltrepassare tali linee: dai liberaldemocratici ai Verdi, e compresi alcuni esponenti del Labour, c’è chi ritiene necessario entrare al più presto almeno nell’unione doganale, con la prospettiva di ulteriori passi successivi. L’establishment finanziario ed economico britannico, dalla City alla Confindustria, è sostanzialmente su posizioni analoghe: il punto cruciale dell’indebolimento del Regno Unito dal 2016 a oggi, concordano economisti e statistiche, è da addebitare alla Brexit, quantificabile in un calo del pil tra il 6 e l’8 per cento nell’arco degli ultimi dieci anni.
Tempi e modi
Il mese passato il sindaco di Londra, Sadiq Khan, intervistato su Repubblica, è stato il primo laburista a rompere pubblicamente il tabù, proponendo che il Regno Unito rientri nel mercato comune entro la fine dell’attuale legislatura e che metta poi il ritorno nella Ue nel programma elettorale per il voto del 2029. Khan ha aggiunto che a suo modo di vedere non sarebbe nemmeno necessario un referendum per raggiungere questo obiettivo. La storia gli dà ragione: nel 1973, con un voto del Parlamento di Westminster su iniziativa del governo del primo ministro conservatore Edward Heath, il Regno Unito decise di entrare in quella che allora era denominata Comunità Economica Europea.
Soltanto due anni dopo si svolse un referendum per confermare, o eventualmente contraddire, la storica scelta: che fu approvata, 67 a 32 per cento. Il quesito del referendum del 2016 riguardava soltanto la permanenza o meno del Regno Unito nella Ue: in teoria nulla impedirebbe al governo, e alla larga maggioranza parlamentare laburista, di votare a favore di un’adesione all’unione doganale o anche al mercato comune europeo, ipotesi che vennero considerate perfino nel dibattito post-Brexit sul divorzio da Bruxelles. Se poi il Labour successivamente facesse del ritorno della Ue un punto cardinale del programma per le prossime elezioni, vincendole potrebbe sostenere di avere già ricevuto un mandato popolare per la Brentry: l’entrata a pieno titolo nell’Europa unita.
Un nuovo referendum
L’opinione dominante, tuttavia, è che una questione così divisiva richiederebbe un nuovo referendum, se non per aderire all’unione doganale o al mercato comune, certamente per l’adesione alla Ue. In aprile di quest’anno un sondaggio di YouGov sull’argomento ha indicato che il 63 per cento dei britannici oggi vuole una relazione più stretta con la Ue e il 55 per cento vuole un ritorno nella Ue. La maggioranza pro-Brexit di dieci anni or sono, 52 a 48 per cento per uscire dall’Europa, sembra essersi dunque ampiamente ribaltata. Ma rimane, nonostante i danni causati dalla Brexit, uno zoccolo duro e ampio di euroscetticismo. Anche perché Farage e conservatori, con il sostegno della stampa di destra, continuano a soffiare sull’immigrazione come principale minaccia al Regno Unito: dalla Ue non ne arriva più, l’immigrazione legale supera di gran lunga quella illegali dei clandestini che attraversano la Manica su gommoni, ma i populisti fanno per così dire di tutte le erbe un fascio. Trovando terreno fertile, perché il disagio economico dei ceti deboli, qui come altrove, è reale: solo che le cause sono altre, la globalizzazione, la deindustrializzazione, la lunga stagione di tagli alla spesa pubblica, un decennio di austerity, dopo la grande crisi finanziaria del 2008. L’immigrazione funziona come un comodo capro espiatorio, accompagnato dalla tesi che la Brexit non è stata applicata abbastanza, ovvero che il legame con l’Europa andava spezzato ancora più decisamente, trasformando l’Inghilterra in una sorta di Singapore europea. Anche a costo di perdere le altre tre regioni del regno, Scozia, Irlanda del Nord e Galles, assai più europeiste e ora tutte guidate da governi autonomi separatisti.
La campana di Bruxelles
Per un eventuale rientro del Regno Unito in Europa, naturalmente, sarebbe necessario anche sentire la campana di Bruxelles, ossia il parere dell’Unione Europea: dove la maggioranza si è sempre espressa a favore del ritorno britannico, ma con qualche dissidente. In Germania, Francia, Italia e Spagna, nota il Guardian, più del 50 per cento dell’elettorato sarebbe favorevole a riaccogliere il “figliol prodigo” britannico. Ci sarebbero certamente problemi tecnici. Secondo alcuni, Londra dovrebbe rinunciare alla sterlina e adottare l’euro. I negoziati sarebbero sicuramente lunghi e complicati: la trattativa per il divorzio sancito dalla Brexit è durata cinque anni, quella per un ritorno potrebbe durare anche di più. Senza contare che ci sono già mezza dozzina di Paesi in coda per entrare nella Ue, alcuni dei quali potrebbero dire agli inglesi: mettetevi in fila, come è vostra buona abitudine, dietro di noi.
Le conseguenze per il Labour
Dei cinque maggiori partiti nazionali britannici, oggi due sono chiaramente contrari a ogni ipotesi di riavvicinamento alla Ue: i populisti di Reform e i conservatori. Altri due, i Liberaldemocratici e i Verdi, sono chiaramente favorevoli al ritorno nella Ue. Nel mezzo c’è il Labour, in preda a una sorta di “vorrei ma non posso”. Nel referendum del 2016, i laburisti erano per rimanere in Europa, ma il loro leader Corbyn non si diede molto da fare per rimanerci: prigioniero di una vecchia ideologia radicale, giudicava la Ue un’unione di banchieri capitalisti, lontana dai suoi ideali socialisti. Dieci anni più tardi, la maggioranza del partito è come minimo per il “reset” imboccato da Starmer, con varie sfumature più determinate al rientro, dal “spero che avvenga nel corso della mia vita” espresso da Burnham fino a “un giorno saremo nella Ue” di Streeting, per culminare nelle parole del sindaco di Londra Khan, secondo cui bisognerebbe entrare nel mercato comune subito e negoziare con Bruxelles l’ingresso nella Ue a partire dal 2029. A patto di vincerle, naturalmente, le elezioni previste fra tre anni.
Su questo punto, il Labour è davanti a un amletico dilemma. Una parte dei suoi elettori tradizionali hanno votato per la Brexit in nome di un risentimento anti-establishment, un rimpianto di un passato migliore, una protesta contro il nuovo che avanza, specie nel nord dell’Inghilterra, più povero rispetto al sud. La cosiddetta “Red Wall”, la muraglia rossa: cittadine della classe operaia colpite dalla deindustrializzazione, dove il richiamo populista dei brexitiani di ieri e dei populisti di oggi, “è tutta colpa dell’immigrazione”, funziona ancora. Per questo Starmer non vuole varcare le “linee rosse” fissate dal referendum del 2016. Per la stessa ragione Burnham frena sul ritorno nella Ue, se vuole sperare di vincere il seggio da deputato di cui ha bisogno per candidarsi a premier. Ma un’altra parte degli elettori laburisti, a Londra e nei centri urbani, specie tra i giovani, vorrebbe invece un’accelerazione della lenta marcia verso la Ue: e, davanti alle cautele di Starmer, dirotta i consensi verso i Verdi o i Libdem.
Lo studio del politologo
La prudenza di Starmer rischia di risultare comunque poco efficace, perché fra il suo Labour che dice “dobbiamo essere nel cuore dell’Europa, ma non nella Ue” e Reform o Tories che dicono “mai e poi mai nella Ue”, gli elettori tendono comunque a preferire le posizioni più nette e radicali della destra. Uno studio del professor John Curtice, il più eminente politologo britannico, citato in questi giorni dal Financial Times, rivela che il 27 per cento di coloro che alle elezioni del 2024 votarono per i laburisti sono passati negli ultimi due anni ai Verdi o ai Liberaldemocratici, mentre solo il 10 per cento di coloro che nel 2024 votarono laburista sono passati a Reform.
In sostanza, con una posizione tiepida sull’Europa, il Labour perde più consensi che se avesse una posizione più dichiarata e aperta, come quella espressa dal sindaco di Londra. Ma se ciò vale a livello nazionale, nell’elezione supplettiva a Makerfield, dove il sindaco di Manchester Andy Burnham si gioca la possibilità di candidarsi a premier (se perde, le sue ambizioni di andare a Downing Street sono finite), schierarsi più apertamente per il ritorno nella Ue sarebbe un suicidio politico. Potrebbe risultargli fatale perfino la cautela con cui si è espresso sul tema. Un mese di campagna elettorale deciderà il suo destino e, di conseguenza, quello di Starmer e del Labour. Intanto, nel Paese della Brexit, è apparsa all’orizzonte la Brentry: più difficile da pronunciare, quasi uno scioglilingua, sinonimo di un viaggio che molti ritengono necessario ma che non è semplice.