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 2026  maggio 18 Lunedì calendario

La Svizzera desecreta i documenti sulle vacanze di Mengele

Braccato per decenni da Fritz Bauer, il magistrato tedesco che scovò Adolf Eichmann in Argentina, inseguito da Simon Wiesenthal e ricercato persino dal Mossad, Josef Mengele riuscì sempre a scampare alla giustizia. L’“angelo della morte”, il medico arruolato nelle SS che seviziò e mandò a morte decine di migliaia di prigionieri ad Auschwitz, fu trovato annegato nel 1979 in Brasile, dopo una vita in fuga. Una magistrale biografia di Olivier Guez lo racconta solo, affogato nel rancore e nell’autocommiserazione, mai pentito, costretto a girare mezzo Sudamerica per sfuggire all’accusa di criminale di guerra.
In quegli anni, come svelato già da alcune inchieste, non solo riuscì a sopravvivere in Argentina, Paraguay e Brasile grazie a regimi conniventi o fascisti: nel 1959 Mengele tornò persino in Europa, in Svizzera, a farsi una vacanza sulle nevi con il figlio Rolf. E dopo anni nei quali storici come Regula Bochsler si sono battuti per desecretare gli archivi su di lui, finalmente Berna ha fatto sapere che renderà accessibili i documenti sull’“Angelo della morte”. Ma la storica elvetica sostiene di «non fidarsi affatto delle autorità. Io penso che saranno come gli Epstein files», ossia pesantemente redatti, ha commentato con la Bbc.
Già in passato Bochsler aveva sospettato che il criminale nazista fosse tornato in Svizzera anche dopo il 1959, quando un mandato di cattura internazionale fu spiccato contro di lui. Ufficialmente, dopo quella data Mengele trascorse il resto della vita in Sudamerica. Ma la storica svizzera pensa che il boia del più famigerato lager nazista sia tornato altre volte in Europa: nel 1961 l’intelligence austriaca avvertì la Confederazione elvetica che Mengele stava viaggiando sotto falso nome e che avrebbe potuto essere in Svizzera. Nel frattempo, oltretutto, sua moglie aveva affittato un appartamento a Zurigo e fatto domanda per un permesso di soggiorno permanente.
La ricca famiglia di Mengele – era figlio di imprenditori – lo aiutò sempre a nascondersi e a mantenersi in Sudamerica, ma ufficialmente aveva interrotto ogni rapporto con lui dopo la fine della guerra, alimentando la convinzione iniziale che l’ex SS fosse morto. Anche nella fuga, avvenuta peraltro dopo un soggiorno di un mese a Vipiteno, in Italia, la Svizzera avrebbe avuto un ruolo cruciale: secondo Bochsler, Berna avrebbe procurato il visto per l’Argentina al macellaio di Auschwitz.
L’appartamento che la moglie affittò poi a Zurigo, quando era già chiaro che Mengele era vivo e fuggitivo, era modesto, sicuramente al di sotto delle possibilità della famiglia. Ma era molto vicino all’aeroporto. Nel 1961, secondo un rapporto della polizia visionato da Bochsler, l’alloggio fu persino messo sotto sorveglianza dalle autorità svizzere. Di quell’anno esiste anche una foto che ritrae la donna in una Volkswagen, accompagnata da un uomo. Era Mengele? Se fosse stato lui, gli svizzeri avrebbero dovuto arrestarlo immediatamente. Perciò sia Bochsler sia un altro storico, Gérard Wettstein, hanno chiesto all’Archivio federale svizzero di desecretare i “Mengele files”. Fino al 2071 sarebbero dovuti rimanere sotto chiave, per ragioni di sicurezza e per proteggere la famiglia.
Wettstein, in particolare, non si è rassegnato: ha trascinato la Svizzera in tribunale per ottenere il rilascio dei documenti. E finalmente Berna ha cambiato idea. In un comunicato il Servizio di intelligence federale ha fatto sapere che «i richiedenti avranno accesso agli archivi». Quando, non si sa ancora.