repubblica.it, 18 maggio 2026
Washington, quindicimila persone alla preghiera collettiva trumpiana
«Do you believe in Jesus?», credete in Gesù? Tim Scott, l’unico senatore afroamericano del Partito repubblicano, col suo accento della Carolina del Sud e il piglio da predicatore che lo distingue, ha acceso così la folla di 15mila persone accorsa ieri sul National Mall di Washington, il parco monumentale nel cuore della capitale, a due passi dalla Casa Bianca, dove in ben altri tempi Martin Luther King – nel 1963 – pronunciò il suo celebre “Ho fatto un sogno” davanti a ben altre folle.
Di tutt’altro genere la manifestazione di ieri. Il palco montato proprio sotto l’obelisco dedicato a George Washington (lì dove il presidente Usa Donald Trump sta facendo ridipingere di blu la celebre Lincoln Reflecting Pool, la lunghissima vasca d’acqua appunto fra l’obelisco e il Lincoln Memorial) portava la scritta: “Rededicate 250”. Evento che rientra nelle celebrazioni del 250esimo anniversario della nascita degli Stati Uniti con l’intenzione dichiarata di “ridedicare l’America come Nazione governata da Dio”. Un “giubileo nazionale di preghiera, lode e ringraziamento”. Un modo per mandare un chiaro messaggio ai fedeli, pardon, ai fan di President Trump, dopo le recenti dispute politico-teologiche con Papa Leone XIV.
L’evento è stato infatti fortemente voluto dalla Casa Bianca e organizzato da Freedom 250, organizzazione pubblico-privata creata e sostenuto dal governo. E ha suscitato ampie critiche già al momento del suo annuncio per il modo in cui l’amministrazione sembra voler spingere sempre più nella direzione di annullare i confini tra Chiesa e Stato. Sul palco, sono intervenuti alcuni dei più importanti rappresentanti del Partito repubblicani, alterandosi a predicatori perlopiù evangelici e a musicisti di quel genere che in America è noto come Christian Rock. Fra questi, Paula White-Cain la “pastora” evangelica di Trump che il presidente ha messo a capo dell’ufficio per gli affari religiosi della Casa Bianca, fortemente voluto dal presidente. E poi il celebre predicatore protestante, Franklin Graham, figlio del leggendario Billy Graham che sulla fede ha costruito un impero televisivo. E pure il rabbino ortodosso Meir Soloveichik, membro della commissione per la “Libertà religiosa” creata dalla Casa Bianca. Insieme al pastore portoricano Samuel Rodriguez, che ha strappato fragorosi applausi affermando: «L’America ha forse chiuso con Dio: ma Dio non ha chiuso con l’America».
Sul palco è intervenuto anche il segretario alla Guerra Pete Hegseth, sia pure solo con un video messaggio. Sì lo stesso fortemente criticato da Papa Prevost per aver spacciato come “guerra santa” il conflitto in Iran. Quello che, presumibilmente per un abbaglio, a un incontro con le forze armate ha citato un versetto tratto da Pulp Fiction – inventato cioè dagli sceneggiatori – spacciandolo per uno del Vecchio Testamento. Ebbene, Hegseth ha rievocato la leggenda di George Washington che «pregava incessantemente» in Pennsylvania mentre le sue truppe morivano di fame. «Facciamo come lui», ha detto. «Preghiamo incessantemente per la nostra nazione prostrandoci in ginocchio».
Il culmine è stato naturalmente l’intervento – in video anche quello – del presidente Donald Trump, che ha invece letto un passo (vero) dell’Antico Testamento. Il versetto 7,14 tratto dal Secondo Libro delle Cronache, spesso citato da chi sostiene la tesi degli Stati Uniti fondati come nazione cristiana: «Se il mio popolo, che è chiamato con il mio nome, si umilierà, pregherà, cercherà il mio volto e si convertirà dalle sue vie malvagie, io ascolterò dal cielo, perdonerò il suo peccato e guarirò la sua terra». La risposta di Dio al re Salomone dopo la consacrazione del Tempio di Gerusalemme, in cui gli promette il suo intervento e la sua benedizione a condizione che il popolo dimostri un pentimento sincero, basato su quattro passi fondamentali: umiltà, preghiera, costante ricerca di Dio, abbandono del demonio.
Il presidente della Camera Mike Johnson ha fatto riferimenti più terreni: affrontando la cosiddetta «guerra culturale» condotta dai repubblicani contro le interpretazioni critiche della storia del Paese, quelle cioè dove si affrontano schiavitù e razzismo. «Negli ultimi anni abbiamo visto ideologie sinistre seminare confusione e discordia tra il nostro popolo», ha affermato. «Attacchi alla nostra storia, ai nostri eroi e alla preziosa identità morale e spirituale di questa grande nazione. Queste voci insistono, di fronte ai giovani e agli impressionabili, sul fatto che la storia americana, sia una storia di oppressione, ipocrisia e fallimento, e che questa storia possa essere compresa solo attraverso la lente dei nostri peccati. Ebbene noi respingiamo tutto ciò. Lo condanniamo nel nome di Dio». A concludere l’evento è stato un video del vicepresidente JD Vance – un ex evangelico convertitosi al cattolicesimo che ebbe pure diatribe con Papa Francesco sull’interpretazione di Sant’Agostino – che invece ha proclamato: «Siamo sempre stati una nazione di preghiera».
Davanti a cotanta ostentazione di fede, non sono mancate le proteste organizzate da gruppi religiosi progressisti come la Freedom From Religion Foundation, che sostiene una rigorosa separazione tra Chiesa e Stato, e l’organizzazione cristiana Faithful America. I due gruppi hanno esposto un grande pallone aerostatico vicino al Mall raffigurante un vitello d’oro simile a Trump, riferimento biblico all’idolatria e riferimento a quello che, a loro dire, sta facendo la Casa Bianca: trasformare Trump in una figura religiosa.