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 2026  maggio 18 Lunedì calendario

Per l’Inail è incollocabile: un milione di euro di danni

“A quarant’anni l’Inail mi ha dichiarato incollocabile, ha equiparato mia moglie a una vedova e mio figlio a un orfano. E non perché sono morto, ma perché l’Ama ha continuato a non fare ciò che avevano stabilito i medici». Negli ultimi dieci anni la vita di Marco (nome di fantasia, ndr.) è stata ostaggio di un calvario giudiziario con il suo datore di lavoro, l’Ama. Che ora, secondo una consulenza tecnica d’ufficio disposta dal tribunale, avrebbe contribuito a causare all’uomo un danno biologico del 90%. Una valutazione che, se accolta dai giudici, potrebbe costare alla municipalizzata oltre un milione di euro di risarcimenti.
Tutto comincia nel 2012. Marco subisce un’aggressione da parte di un caporeparto, che lo minaccia di fargli fare la fine di alcuni gatti morti trovati nell’impianto. Per quell’episodio il responsabile è stato condannato in primo grado a quattro mesi di carcere. A Marco resta un disturbo post traumatico da stress e un danno biologico del 15%.
È solo l’inizio. «Il quadro psichiatrico mostrava nel tempo un andamento ingravescente, con evoluzione in sindrome depressiva con aspetti psicotici», si legge nella Ctu firmata dalla dottoressa Silvana Camilleri. Per l’Asl Roma 2 la conseguenza è chiara: Marco può lavorare, ma l’azienda «non deve collocarlo in un contesto che possa determinare stress relazionale».
Un obbligo che non viene rispettato. Nel 2018 l’Ama dispone il trasferimento dalla sede del Verano a quella in via Altamura. Per Marco è un nuovo crollo. L’azienda, si legge nella consulenza, «disapplicando la prescrizione sanitaria resa dalla Asl, impediva al lavoratore di prestare servizio». Si assenta dal lavoro e, quando rientra, ha una crisi psicomotoria. Il 28 marzo 2023, la Corte d’Appello giudica illegittimo il trasferimento e condanna Ama a reintegrare Marco nella posizione precedente.
Nel frattempo, il danno biologico, che prima del trasferimento era stimato al 40%, precipita. Nel giugno 2022, quando viene licenziato per superamento del periodo di comporto, la sua condizione è compromessa: «il quadro clinico è peggiorato fino a configurare un danno biologico permanente complessivo, valutabile nella misura del 90%», conclude la consulente. L’Inail lo dichiara incollocabile e riconosce alla moglie e al figlio diritti assimilabili a quelli di una vedova e di un orfano. «Soffro di disturbi da reduce – dice Marco – ma non sono tornato da una guerra: lavoravo in una partecipata del Comune. Ora è come se fossi morto. E non si può morire per un lavoro».