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 2026  maggio 18 Lunedì calendario

Romeo Castellucci parla della sua carriera

Un’azione-concerto e un titolo ispirato a Eliot: “To Carthage Then I Came”. Romeo Castellucci è tornato a Berlino per “The Infinite Now”, il più grande esperimento di musica ambient al mondo, 30 ore ininterrotte di concerti all’interno del festival “Berlin Atonal”. Con lui, come avviene ormai da molti anni, il musicista Scott Gibson, “ormai un fratello”, sorride il geniale regista e fondatore della Socìetas Raffaello Sanzio, prima di concedersi a noi in questa lunga intervista.
Lei ha esordito di recente alla Scala con “Pelléas et Melisande”. Perché ha scelto Maeterlinck e Debussy?
“È un titolo che aspettavo da tempo: è una sorta di anti opera, mancano i colpi di scena, è tutto molto trattenuto. Ed è qualcosa che mi si confà molto: il non dire, l’alludere, questo suggerire di mantenere il cuore vuoto. Si tratta di elementi molto importanti non solo del teatro moderno ma anche del sentire moderno”.
Da trent’anni lei è considerato un gigante del teatro, un grande avanguardista, soprattutto in Germania, Paese che va fiero della sua lunga tradizione di regia, anche operistica. Molti hanno commentato il fatto che lei sia arrivato tardi alla Scala. E il sintomo di una nostra arretratezza?
“Questo non lo so. È successo e non mi sono chiesto tanto il perché. È vero che ho lavorato tanto all’estero, in Francia, in Germania, in Austria, un po’ dappertutto. L’Italia è arrivata molto dopo. È come se avesse riconosciuto il mio lavoro attraverso il riconoscimento degli altri. Credo che le cose stiano un po’ cambiando, ma forse ci sono dei meccanismi che non aiutano a prendersi dei rischi, a osare, a promuovere anche la musica contemporanea. E non parlo solo di regie, ma anche delle scelte dei titoli”.
Lei è stato definito perturbante, lirico, violento, simbolico, il suo teatro è fisicamente impegnativo – penso a “Hänsel e Gretel” – ed evoca Artaud. Ma in questa era di crescenti finzioni, di intelligenza artificiale e di una mistificazione diffusa, il teatro con la sua corporeità può avere una funzione salvifica?
“Salvifica non lo so ma sono assolutamente d’accordo con lei sul fatto che il teatro è gravido di futuro proprio per una ragione antropologica. Il teatro è una delle poche espressioni che prevede una presenza reciproca, carnale. Per l’arte carnale lo strumento per definizione è il corpo e quindi c’è e ci sarà sempre di più una nostalgia verso il corpo, verso la comunità e il raccogliersi in un luogo tra sconosciuti, davanti a un’immagine o a un altro corpo. Io credo che questo sia sempre più richiesto. E mi sembra invece che il cinema sia in grave pericolo, minacciato dall’intelligenza artificiale”.
Ha dedicato molte riflessioni al linguaggio, penso a “Terzo Reich” ispirato a Viktor Klemperer. O al “Giulio Cesare” in cui lei mostrava la trachea di un attore, dove nasce la parola. Ma che valore può avere il linguaggio in un’epoca in cui il presidente della più grande potenza globale parla come un bambino di quarta elementare?
“Klemperer aveva già capito alla sua epoca come il linguaggio possa essere distorto e diventare un’arma di controllo ma anche l’unica cosa che ci tiene insieme. Due funzioni paradossali per uno strumento piegato a seconda dell’uso che i poteri vogliono farne. E non riguarda solo Trump ma anche tutti i sistemi di comunicazione e informazione. E d’altra parte il teatro, la letteratura, il cinema, tutte le forme di arte hanno il compito di risignificare il linguaggio. Proprio perché è un campo di battaglia su cui nascono guerre o si buttano bombe. E il compito dell’artista dovrebbe essere quello di appiccare il fuoco alla casa comune del linguaggio. E ciò che hanno fatto sempre Eschilo o Artaud, Maeterlinck o Beckett. Il compito dell’arte è proprio quello di di rendere visibile linguaggio come un elemento di coscienza”.
Il linguaggio è anche un’arma che le nuove destre stanno usando per per rompere dei tabù e spostare i confini del dicibile più in là.
“Sì oppure si riesuma una parola come ‘nazione’ che detta anni fa era imbarazzante. È come quando Klemperer racconta di come la parola ‘fanatico’ all’epoca dei nazisti fosse diventato un complimento”.
A destra c’è la pretesa di aver capito Antonio Gramsci e l’importanza dell’egemonia culturale. Come sta andando questa operazione?
“Intanto è evidente che è sparito il complesso di inferiorità che caratterizzava una certa destra rispetto alla sinistra – magari anche legittimamente. Però ora la destra penetra a livello capillare in tutte le istituzioni: negli enti lirici, nei teatri, nelle università, in tutte le grandi istituzioni mostre musei, eccetera. Lo fa per condizionare il modo in cui si legge la storia. È un’idea di cultura identitaria, tradizionale, che per la destra dovrebbe essere educazione. Ma le parole arte ed educazione non possono stare insieme: è una visione pedagogica dell’arte. Mentre l’esperienza dell’arte più profonda è un incontro con l’ignoto. La poesia non serve a niente, è un incontro con l’ignoto, e quindi un bisogno fondamentale di ogni persona. Questa gratuità, questa inutilità è essenziale”.
E perché la destra ne ha paura?
“Perché fa pensare, forse? O perché crea coscienza. Se c’è una coscienza c’è una scelta, se c’è una scelta c’è una critica e se c’è una critica c’è l’individuo con la sua testa. È un po’ questo, forse questo, forse un’analisi un po semplicistica, ma io credo che al fondo si tratti di questo”.
Dieci anni fa la sua Socìetas Raffello Sanzio ha fatto uno spettacolo dedicato a Tocqueville e all’America. Erano riflessioni importanti in un momento in cui stavano nascendo tanti populismi plebiscitari, il trumpismo e le destre europee con la loro retorica assillante sulla presunta volontà dei popoli.
“Il libro di Toqueville è gigantesco, profondissimo. E ha delle intuizioni geniali, la prima delle quali appunto, quella sulla tirannia della maggioranza. Una frase folgorante detta non oggi ma secoli fa, da un ventunenne. Lui aveva già capito molte cose in questo suo viaggio, anche come l’informazione potesse corrompere le menti e la coscienza collettiva”.
Lei ha destato scalpore con spettacoli come “Sul concetto di volto nel figlio di Dio”. Come è cambiata la censura in questi anni?
“C’è ancora. Ma c’è anche un’altra gabbia, quella di un certa cancel culture. Si giudica l’autore dalla sua moralità. Certo, certi temi non sono più legittimi, ma bisogna stare attenti. Non so, se penso al cinema, il fatto di dover prendere un attore nero o orientale è giusto dal punto di vista etico ma non ha nulla a che fare con l’arte”.
O voler cancellare Churchill, l’uomo che ha sconfitto in nazismo, per le sue idee colonialiste.
“Secondo me sono forme di integralismo; non si può giudicare tutto con lo stesso metro, con gli stessi occhi, come se il tempo non esistesse. Occorre fare i conti con la storia, con ciò che è esistito. Non si può dire alla storia che cosa fare: è già successa e quindi va trattata in quanto tale, va mostrata, va anche giudicata naturalmente ma cancellarla mi sembra una follia. E io sento una pressione da tutte le parti, non solo dalla destra”.
Per esempio?
“Ci sono certi temi, certe cose che non si possono più toccare. La nudità, per esempio. Un corpo nudo è diventato pericoloso. Negli anni 70 in Europa era considerato uno strumento di lotta politica e adesso ho l’impressione che tornerà ad esserlo perché c’è una chiusura non solo dalle destre ma un diffuso puritanesimo. Il mio Bros, in America non è stato possibile portarlo. I direttori artistici hanno il terrore di mostrare certi temi. Quindi andremo solo quest’anno, dopo tanti anni di ritardo, a New York. La cosa peggiore, per me, è l’autocensura”.
In passato lei ha parlato di Carmelo Bene come di uno dei suoi autori-attori di riferimento. Se ne sono aggiunti altri in questi anni?
“Non per il mio lavoro ma sono un grande amante di Robert Walser. Ho veramente una venerazione per la sua scrittura, per il suo modo anche di scomparire, per la sua grazia che però è la grazia di uno che cammina su un abisso. Per il resto direi che dopo Carmelo non ho avuto altre folgorazioni. Mi piacciono altri autori, certo, ma non emettono una luce come fu allora per me, poco più che adolescente, Carmelo Bene. Per il resto sono onnivoro. Io guardo e leggo tutto, senza pregiudizi”.