corriere.it, 18 maggio 2026
Decaro e l’eredità di Emiliano: 350 milioni di debiti
Il governatore Antonio Decaro deve tappare una voragine nei conti della sanità da 350 milioni, ereditata da Michele Emiliano, suo predecessore e soprattutto padre politico. Come rimediare? Con un bel ritocco all’Irpef, che ha mandato su tutte le furie migliaia di suoi elettori: da destra a sinistra. Perché qui «Mister mezzo milione», come le preferenze conquistate alle Europee nel 2024, lo hanno votato tutti, o quasi. E poi va aggiunto il Consiglio regionale pugliese con «zero tituli». Nessuna legge approvata dal giorno dell’insediamento: quasi quattro mesi di sostanziale vacanza, in attesa che arrivino quelle vere, ormai alle porte.
La «Primavera pugliese», epica stagione politica con Nichi Vendola al comando che rilanciò nel mondo una regione in ginocchio, sembra essersi trasformata in un eterno Ferragosto. Come dire: «Ne riparliamo a settembre». Perché dopo la vittoria bulgara di Decaro a novembre, con il 64%, la Puglia sembra essere finita politicamente in tilt. Il Consiglio regionale, dove siedono ben 50 eletti, si è riunito sì e no tre volte dall’inizio di febbraio. Nel frattempo, sono state depositate 55 proposte di legge. Ma appunto, scomodando José Mourinho: «Zero tituli». Il motivo? Anche volendo, è quasi impossibile legiferare a causa dell’enorme buco di bilancio della sanità. Tradotto: non ci sono soldi.
Ai conti in profondo rosso si aggiunge poi una chicca: i lavori del Consiglio procedono al rallentatore anche perché molti consiglieri si sono candidati nei Comuni al voto il 24 e 25 maggio. E così, invece di lavorare in Regione, fanno campagna elettorale. In cima alla lista c’è l’epico Toni Matarrelli, deputato vendoliano ai tempi di Sel, oggi nel Pd e presidente dell’assemblea regionale, che dopo essere stato eletto sindaco con il 94% nella sua Mesagne, una volta dimesso per correre in Regione si è ricandidato come semplice consigliere comunale.
A levante non tira una gran bella aria: più scirocco che maestrale. E i danni da riparare sono tanti. Decaro – oltre alla telenovela con Emiliano, che dopo il naufragio della consulenza in Regione sembra destinato a tornare magistrato dopo 22 anni – sta lavorando a testa bassa per provare a rimettere in sesto i conti della sanità, ben consapevole che si tratta dell’eredità più pesante lasciata dal suo predecessore. Ben 241 dei 350 milioni da recuperare arriveranno dall’addizionale Irpef: addirittura quintuplicata per il ceto medio. «Ho la morte nel cuore, ma non sono io che devo vergognarmi», è lo sfogo di Decaro.
È furibondo, perché per racimolare più fondi dal governo, il presidente della Puglia non sembra poter contare nemmeno sull’aiuto di due politici di peso come il vicepresidente della Commissione Ue Raffaele Fitto e il sottosegretario alla Sanità Marcello Gemmato, entrambi pugliesi doc. Dopo la sua elezione – perfettamente consapevole dell’emergenza – Decaro si è gettato a capofitto nelle corsie degli ospedali (e sui social) per tagliare liste d’attesa infinite. E in parte, grazie a un maxi-piano di incentivi per allungare gli orari di lavoro di medici e infermieri, sembra esserci riuscito.
Ma governare logora. E in appena sei mesi «Mister mezzo milione» ha perso 13 punti di consenso, come certifica il Governance poll 2026 realizzato da Swg. Dalla ribalta nazionale al rischio di una rovinosa decadenza. Un po’ come «I Buddenbrook», ma in salsa pugliese.