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 2026  maggio 18 Lunedì calendario

Mauro Repetto ricorda gli inizi degli 883

Protagonista in teatro con “Ho trovato Spider woman”, Mauro Repetto è stato intervistato da Cultpop e ha parlato a lungo della serie sugli 883 che, trasmessa da Sky nel 2024, sarà riproposta nella prossima stagione televisiva con un sequel molto atteso. L’ex componente del duo con Max Pezzali è partito svelando che ha già visto dei frammenti della seconda stagione: «Sono veramente io nella serie – ha detto – alcune cose mi hanno stupito in modo incredibile. Ho potuto vedere per esempio un pezzo della seconda serie in anteprima e Matteo Giuggioli, l’attore che mi interpreta, nelle scene a Los Angeles ha fatto esattamente le stesse mosse che io feci da un produttore cinematografico “malavitoso”. Ha avuto la mia stessa nonchalance di 33 anni fa, ha beccato in pieno tutto di me».
Repetto muove però delle critiche, senza mai alzare i toni, al ruolo del mentore Claudio Cecchetto all’interno della serie: «Senza nessuna polemica, da spettatore sul divano, Claudio Cecchetto non è stato dipinto com’era, non è all’altezza del suo ruolo, anche fisicamente: lui era un torero, non gli è stata data l’importanza che aveva avuto. In fondo ha creduto a scatola chiusa in due provinciali come noi. Aveva un carisma incredibile, era un torero e un businessman illuminato, si faceva fatica anche a incrociare il suo sguardo». 
Un’altra annotazione, ma solo per i fan più accaniti degli 883 e della serie, è su Sandy Marton che, nella fiction, vive con loro nella mitica casa milanese in via Massena: «Cecchetto prese questa casa, io ero in camera con Nicola Savino: c’erano Amadeus, Fiorello e Max nelle varie camere, ogni tanto Franchino che era il nostro manager, ma Sandy Marton non c’è mai stato. Poi uscivamo e andavamo all’Aquafan a cantare davanti a 10 mila persone...”.
Repetto ricorda il suo ruolo e il suo addio senza rimorsi: «Io ero il numero 2 e contentissimo di esserlo, ero un po’ chiuso nella mia bolla con i capelli sempre pettinati, con il rumore del phon: ero in una casella, nel team avevo quel ruolo e l’ho fatto con piacere. L’energia ce l’avevo dentro. E non ho mai avuto rimorsi sul mio addio, non ho mai speculato: in quel momento mi sembrava logico andare negli Stati Uniti, avevamo sempre parlato del resto con Max della bellezza degli States».
Mauro conferma poi l’aneddoto sul nome 883, scelto perché molto corto, da scrivere sulla cassetta dove avevano inciso “Non me la menare”. «Era una cassetta della Sony, si chiamava Chiara – ricorda – e noi la compravamo perché pensavamo ci portasse fortuna. Max scrisse “Non me la menare” lunghissimo e quindi come ci dovevamo chiamare? Eravamo segnalati in maniera non positivissima come I Pop, avevamo già rotto le scatole tantissimo a Cecchetto e Jovanotti: dovevamo scegliere un nome nuovo. Io proposi “Max e Mauro”, lui rispose “E allora facciamo Bontaleggio e Bontàzola...”. Per risolvere la situazione tirò fuori 883, da genio, che ci stava nella cassetta. Una settimana dopo eravamo a Castrocaro, sei mesi dopo a 600 mila copie. Eravamo al numero 1 in classifica davanti a Michael Jackson e Nirvana, anche con la carta davanti di Tv Sorrisi e Canzoni nessuno ci credeva. Era una cosa veramente impossibile».
Poi, altri retroscena su alcune incongruenze tra serie e vita reale: «Cecchetto e Jovanotti ci accudivano nel backstage, eravamo in una gabbia di ovatta che ha mantenuto però la nostra purezza. Il Cantagiro era il Festivalbar della Rai: fummo eliminati al primo turno con “Hanno ucciso l’uomo ragno”, non andammo nemmeno al Festivalbar ma l’effetto tamtam prese tutta Italia». E qui scatta anche l’aneddoto “hot": «A Castrocaro nel 1993 ero un po’ cupo, ero sempre in camera con Max in albergo e mi lamentai ad alta voce perché aveva portato una ragazza e facevano rumore mentre io dovevo dormire. Me ne scusai poi con lui, avevo esagerato». 
Tutta reale, invece, l’improvvisazione legata al momento in cui – Max Pezzali, nella serie, lo racconta come “quello che cambiò tutto” – iniziò a ballare sul palco: «Non avevamo mai provato niente: c’era un sincretismo nostro tra impreparazione e verità, eravamo come due del pubblico che potevano stare la scena a raccontare la vita di milioni di ragazzi”.