Corriere della Sera, 18 maggio 2026
Intervista a Giuseppe Tornatore
A Giuseppe Tornatore non chiediamo di raccontare per l’ennesima volta i risvolti tragicomici di Nuovo Cinema Paradiso, il film che dopo il fallimento in Italia vinse il Gran premio della giuria a Cannes fino a vincere all’Oscar. Questo è il nostro regalo del suo importante compleanno: 70 anni il 26 maggio.
Non crede che la nostalgia, così presente in Nuovo Cinema Paradiso, sia un sentimento da rivalutare?
«La nostalgia in quel film è dichiaratamente fondata, è una storia che mi portavo dentro da prima che lo cominciassi. L’idea nasce dalla chiusura di un vecchio cinema di Bagheria, dove da piccolo andavo. Ne ebbi una tale malinconia, la cifra emotiva fu enorme. Io sono stato etichettato come regista nostalgico, nasceva dal successo di Nuovo Cinema Paradiso».
Sembra quasi che ci si debba vergognare.
«Non l’ho mai vissuto come qualcosa di cui vergognarsi, anzi, spesso ho riflettuto sul perché si attribuisca un significato negativo alla nostalgia, come qualcosa da cui tenersi alla larga e di cui sospettare. Ma in Nuovo Cinema Paradiso è un sentimento meraviglioso, fa rivivere emozioni che altre prospettive della memoria non restituiscono. Mi venne in aiuto una frase di un grande scrittore».
Chi?
«Gabriel Garcia Marquez: è la nostalgia che muove il mondo. Non ho mai vissuto la parola nostalgia come se fosse qualcosa di reazionario, a condizione che non sia la folle nostalgia per una stagione politica e per un momento storico disastrosi. Quella è pazzia, non nostalgia».
Ma la piccola sala di Bagheria, che fine fece?
«Nel 1977, quando finii il servizio militare, era già chiusa da anni, il proprietario aveva smontato la cabina di proiezione ma aveva conservato dei pezzi, prendi quelli che vuoi, mi disse. La sala era piena di ruggine e ragnatele, le tende strappate. Pensai, sarebbe bello farne un film».
Perché il suo cinema risulta spesso divisivo?
«Una volta fui io a dirlo a lei, ma solo perché me lo dicevano gli altri. Non è un’analisi che faccio di me stesso. Essere divisivi non è necessariamente negativo. Forse dipende dal fatto che non venivo da quel mondo, non c’entravo niente col cinema e mettevo i piedi in una realtà che non mi apparteneva, insomma un azzardo; o forse perché i miei film hanno cercato di raccontare spesso storie che avessero un certo impegno, senza perdere di vista il pubblico. È un muoversi su un filo di lana, è cercare di mantenere la voglia di raccontare trame difficili senza dimenticare lo spettatore».
Tutte le sue colonne sonore, salvo l’esordio de Il camorrista, portano la firma di Ennio Morricone. Qual è il suo primo ricordo di lui?
«Ero inconsapevole che dietro la musica ci fosse il cinema. Andavo tutti i giorni al cinema, ho vissuto il boom di Per qualche dollaro in più di Sergio Leone, la musica di Ennio la fischiettavano al mare, nei bar si ascoltava musica dai juke-box: Gino Paoli, Mina. E la colonna sonora di Per qualche dollaro in più».
Si mettevano cento lire…
«…Si sceglieva la canzone e sentivi quello che volevi. Com’è possibile, mi chiesi, che la musica del film possa vivere da sola, senza le immagini? Il mio primo ricordo di Ennio è quello. Poi cominciai a collezionare i suoi dischi. Quando l’ho incontrato, era come se lo conoscessi già. Quel suo piglio umile, quasi distratto, mentre ascoltava le mie storie prendendo appunti su un’agenda scaduta…Mi sembrava un personaggio inventato da uno di quei romanzieri che amano gli archivi, gli antichi manoscritti dietro i quali si cela un mistero».
Cominciò come fotografo.
«…Anche se da piccolo avevo attrazione per il cinema, ma non avevo nessuno strumento per effettuare le riprese. La macchina fotografica era più accessibile. Attraverso le immagini di Ferdinando Scianna e Mimmo Pintacuda, miei concittadini, realizzai che si poteva fotografare la vita all’insaputa della gente. Dai 10 ai 25 anni, uscivo con la macchina fotografica come si esce con le scarpe. Una palestra formativa straordinaria».
Le foto come appunti per delle storie…
«Scattavo quelle foto nella speranza di fare la stessa cosa con la macchina da presa. Passavo le giornate a osservare le persone, come si muovevano, come agivano. Quella fu la mia scuola di cinema».
La gente come reagiva mentre lei le osservava?
«La regola non scritta era che non dovessero sapere: le ritraevo di spalle. Cogli l’attimo, diceva Bresson. Capii come fotografarle frontalmente senza che se ne accorgessero. Fotografavo di nascosto. Conservo tutto nel mio archivio, di quella che rimane l’esperienza più libera della mia vita professionale. Non dovevo convincere produttori, distributori. La prima vera cinepresa me la regalò il proprietario della casa che mio padre affittava a Bagheria. Era una famiglia di elettricisti».
Quando fu proiezionista?
«Avevo 10 anni. Il primo film come assistente al Supercinema di Bagheria fu Un dollaro d’onore, con John Wayne. Uscito da anni, a Bagheria arrivò una copia rovinatissima, durava 10 minuti meno del film, per i tagli della nostra copia, un pistolero uccideva cinque persone alla volta. Sul mestiere del proiezionista ho un ricordo di Fellini».
Quale?
«Chiesi al mio produttore, Cristaldi di convincerlo ad apparire in Nuovo Cinema Paradiso nei panni del proiezionista nella sequenza finale dei baci. Lui col suo tono affabulatorio ci ringraziò ma diceva che in quella scena su cui pesa il meccanismo emotivo dell’intero racconto, far apparire il suo volto avrebbe distratto il pubblico e indebolito la sequenza. Mi suggerì di apparire io stesso in quel breve ruolo e mi inviò tanti auguri».
La sua famiglia come accolse il suo fare cinema?
«Ci volle un Oscar perché mio padre, a cui devo l’amore per il cinema, si convincesse che per me non si trattava di un gioco. E poi giocò lui. Amava spacciarsi per me al telefono o rilasciare interviste al posto mio. Gli riusciva bene, forse perché si chiamava come me, Giuseppe. Fu preso dalla febbre della politica e del sindacato, proveniva da una famiglia di pastori, mio padre da ragazzo andava porta a porta con una mucca a vendere il latte che mungeva davanti al cliente».
Il suo arrivo a Roma?
«Era il 1984, era un viaggio alla ricerca dell’ignoto. Pensai di non farcela. Cominciai a tentare di ottenere i primi appuntamenti con produttori e registi per farmi conoscere, per dire mettetemi alla prova. Non mi riceveva nessuno. Era il momento di maggiore crisi del cinema italiano. Ho ricevuto un mare di no, ma feci un patto con me stesso, ogni no era come se mi avessero detto sì. Se una produzione mi restituiva un copione, lo sviluppavo e glielo rimandavo indietro, all’infinito, finché si rompevano le scatole e mi convocavano. Così riuscii a fare il primo film».
Ha un ricordo di qualche provino particolare?
«Per L’uomo delle stelle, la storia del piccolo truffatore che promette un futuro radioso nel cinema girando su un carretto, avevo pensato a Teo Teocoli, nei suoi sketch in tv sentivo che c’era stoffa e spessore. Lo cercai per un provino: fu straordinario. Lui prima dell’audizione era sorpreso, smarrito, mi guardava con un’aria, ma perché questo mi ha chiamato? Cecchi Gori fu irremovibile: non fa botteghino. Così andai da Castellitto».
Cosa sta preparando?
«Il primo dollaro e racconta l’avventura di Amedeo Peter Giannini, fondatore di quella che divenne Bank of America. Un emigrato italiano povero fonda una piccola banca di immigrati che si trasforma nel più grande istituto commerciale del mondo».
Tornatore, qual è la magia della sala?
«Quando ero bambino, per i siciliani, era possibile vedere, scoprire, vivere tutto quello che non era stato possibile vedere, scoprire, vivere».