Corriere della Sera, 18 maggio 2026
Modena, indagini sui social. Piantedosi: non è terrorismo
È in una cella del carcere di Modena, vicino all’infermeria. La sezione si chiama «I care» ed è quella riservata ai reclusi considerati a rischio suicidio. Le prime ore dietro le sbarre, Salim El Koudri le ha trascorse insieme a un compagno di detenzione a guardare la tv. È apparso molto spaventato, come riferiscono fonti penitenziarie, mentre all’interrogatorio davanti al procuratore capo Luca Masini e alla pm Monica Bombana era «confuso e frastornato», come sottolinea invece il suo avvocato d’ufficio Francesco Cottafava. Il 31enne bergamasco di origine marocchina, residente a Ravarino, accusato di strage e lesioni aggravate per aver investito volontariamente con la sua auto, una Citroen C3, decine di persone sabato pomeriggio sul marciapiede davanti ai negozi di via Emilia, ferendone otto (di cui quattro gravemente), ai pm ha detto solo poche parole: «Sono confuso, non rispondo».
Già oggi o forse domani potrebbe comparire davanti al gip per la convalida. Nel frattempo resta appunto in carcere, guardato a vista, mentre gli investigatori della Squadra mobile e della Digos modenesi, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia e antiterrorismo di Bologna, attendono i risultati degli esami sul telefonino e altri device elettronici sequestrati a El Koudri.
La pista seguita è quella di un gesto collegato al suo disagio psichiatrico, tanto che non gli è stata contestata l’accusa di terrorismo, ma bisogna capire cosa sia scattato nella sua mente per indurlo a puntare a tutta velocità passanti inermi per poi fuggire impugnando un coltello da barbecue con il quale ha ferito uno dei 4 uomini che lo hanno bloccato, Luca Signorelli. Per tutti loro, il vice premier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha proposto la medaglia al valor civile.
La conferma dei primi riscontri investigativi, in attesa dell’analisi della memoria del cellulare – dal quale emergeranno i contatti e i messaggi più recenti e le persone con cui li ha scambiati —, è arrivata anche dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi: «Chiaramente – sottolinea il responsabile del Viminale – gli inquirenti faranno ulteriori accertamenti, ma quello che è accaduto è collocabile in una situazione di disagio psichiatrico. Questo non cambia la tragicità degli effetti e quello che è successo, anzi per certi versi preoccupa. Ma per il mestiere che ci è dato di fare, registrare che non c’era nulla che ci fosse sfuggito dal punto di vista della prevenzione antiterrorismo ci conforta».
A rafforzare questo scenario è il fatto che sui social del 31enne, chiusi sabato da Meta ma già in precedenza oggetto di cancellazioni di post e immagini che El Koudri aveva pubblicato perché contrari alla policy dell’azienda, non sono emersi contenuti jihadisti, né collegamenti con ambienti estremisti o processi di auto-radicalizzazione. Ecco perché per accertare se il giovane, dal 2022 e fino al 2024 in cura al Cim di Castelfranco Emilia e poi scomparso dai radar, possa essere un emulatore di azioni terroristiche o sia stato istigato, le indagini puntano a ricostruire la rete di relazioni personali e lavorative, più che quelle virtuali.
Il tema del presunto collegamento dell’arrestato con il mondo dell’eversione è stato affrontato sempre ieri nel vertice in Prefettura a Modena, presieduto da Piantedosi insieme con il capo della polizia Vittorio Pisani. «Lo dirà l’autorità giudiziaria. A oggi quello che è di maggiore evidenza è questa condizione personale di carattere psichiatrico», ribadisce il ministro, per il quale «non è un minimizzare perché gli effetti si sono visti e poi talvolta ci sono pure situazioni con sovrapposizione di modelli emulativi». E su chi sollecita rimpatri più rapidi per gli stranieri accusati di reati, taglia corto: «Ci stiamo lavorando, però è un’altra cosa rispetto a questo fatto».