Corriere della Sera, 18 maggio 2026
La sinistra e i passi incerti
Domenica prossima si torna al voto in 626 comuni. Per coincidenza saranno due mesi dalla vittoria del No al referendum sulla giustizia. Qual è lo stato di salute delle due coalizioni? La Destra appare ancora frastornata tra ministri fuori registro, piccole e grandi bagarre, petardi che le esplodono in mano pressoché quotidianamente. L’effetto Trump impedisce a Giorgia Meloni di ripresentarsi con baldanza sul piano internazionale. Di qui alla fine della legislatura la Destra non ha, ad ogni evidenza, scadenze che possano indurla a sperare in qualche occasione di rivincita. Anche le successive elezioni amministrative saranno un calvario. Stesso discorso vale per gli appuntamenti economici. Forse Meloni ce la farà a battere il record di permanenza a Palazzo Chigi. Ma a duro prezzo. I sondaggi, danno la sua compagine in difficoltà, sia pure, al momento, non in dimensioni catastrofiche.
E la Sinistra? Non si può dire che abbia approfittato di questi due mesi per un rilancio degno di questo nome. L’onda emotiva della vittoria referendaria si sta dissolvendo. Non si è capito se i seguaci di Schlein, Conte e Avs vogliano cogliere l’occasione del vantaggio annunciato dai sondaggi di cui s’è detto, o, cosa più probabile, punteranno soltanto a impedire la vittoria della Destra. Per poter entrare in un nuovo Parlamento dove ognuno farà quel che crede.
I n un primo momento, su spinta del leader M5S, le opposizioni sembravano intenzionate a procedere alle primarie per indicare fin da ora chi sarà il candidato a Palazzo Chigi. Poi si sono ricredute e hanno annunciato che prima avrebbero presentato un programma. Alla cui stesura, però, si comincerà a lavorare in autunno.
La Sinistra mostra di non credere ai sondaggi che la danno per vincente e (pur diffidando legittimamente della proposta presentata dalla Destra) fin qui si è ben guardata da presentare una propria idea di riforma che dia ai vincitori i numeri per governare. Lasciando intendere che per loro andrebbe bene tornare alla situazione del decennio passato quando le maggioranze si costruivano in Parlamento, i governi duravano poco e un po’ tutti avevano occasione di trovare il loro posto al sole. Spesso, quasi sempre, in compagnia di ex avversari elettorali.
Cosa che però dopo il voto potrebbe essere percepita come un errore. Per quattro motivi. Primo: la Sinistra dimostra di non credere in sé stessa, di non possedere l’energia per cercare una vittoria sull’onda del consenso elettorale come fu quella di Romano Prodi (l’ultima, autentica) che risale ormai a una trentina di anni fa. Secondo: la Destra invece, pur data per perdente, dà testimonianza di fiducia nelle proprie risorse a dispetto delle baruffe di cui si è detto e questo potrebbe pagare. Terzo: in Regioni e Comuni si vota dal 1993 con sistemi maggioritari sicché l’idea che le elezioni – così come i referendum – diano un vincitore e uno sconfitto hanno abituato gli elettori ad aspettarsi che siano le urne a indicare chi andrà al governo e chi all’opposizione. Quarto: le maggioranze rabberciate prodotte da quei risultati per cui tutti possono dire di aver vinto e nessuno ha perso, quei governi figli di alleanze bislacche che nascono e cadono a ripetizione, fanno sì la felicità di ministri, sottosegretari e personale aggiunto che entrano anche per pochi mesi in qualche auto blu; ma rappresentano un’occasione d’oro per chi ne resta fuori. La storia ci dice che chi resta fuori è immancabilmente destinato a primeggiare nelle elezioni successive.
Forse è giunto il momento che la Sinistra presenti una propria proposta di riforma della legge elettorale. Fosse anche una proporzionale con sbarramento al 5% e sfiducia costruttiva. O un’altra qualsiasi (pur radicalmente diversa da quella della Destra). A patto però che, almeno sulla carta, consenta al vincitore di governare per l’intera legislatura. Dopodiché i firmatari di quella proposta dovrebbero concordare rapidamente un programma di non più di due o tre punti; il resto verrà definito dopo l’eventuale vittoria, al riparo da quella buona dose di demagogia che inquina ogni campagna elettorale. Compiuto questo percorso, le primarie – che vedrebbero contrapposti due o più sottoscrittori di quello stesso programma – costituirebbero un’autentica bizzarria. Ma se gli elettori di sinistra sono ormai abituati a radunarsi ai gazebo, festeggino pure con quel rito. Sempre che coloro che li guidano abbiano prima deciso, in seduta ristretta, chi vincerà la gara. Come s’è sempre fatto con l’eccezione di poche occasioni che, peraltro, non hanno lasciato un buon ricordo.
Se invece la Sinistra sceglierà la via delle «maggioranze che si fanno in Parlamento», vorrà dire che aveva visto giusto, dalla sua postazione minoritaria, Carlo Calenda. Evidentemente conosce, meglio di noi, i mali oscuri della parte politica da cui proviene. In quel caso, a guidare il governo verrà inevitabilmente chiamata ancora una volta una personalità che sia in grado di tenere assieme pezzi dell’uno e dell’altro schieramento, abbia già dato prova sul campo e possegga le idee chiare per quel che riguarda politica, economia, rapporti internazionali. E ad oggi, per quanto ci si sforzi, se ne intravede soltanto una.