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 2026  maggio 17 Domenica calendario

Intervista a Gino Castaldo

Critico, scrittore e divulgatore musicale fra i più noti, autorevoli e apprezzati d’Italia, Gino Castaldo dal 2017 è riuscito a imporsi anche come conduttore radiofonico e televisivo per la Rai. Prima con la francese Ema Stokholma, guidando su Radio2 Back2Back e i collegamenti dal backstage del Festival di Sanremo, e poi da quest’anno insieme a Nicol Angelozzi con Alle dieci della sera – Al centro della musica, sempre sullo stesso canale. Pochi giorni fa Castaldo ha pubblicato il suo nuovo libro La musica è finita, saggio sullo stato di salute della canzone in Italia e nel mondo, presentato ieri al Salone del Libro di Torino, mentre domani sarà fra i protagonisti del GialappaShow su Tv8. Un intervento per dire la sua sul modo in cui viene rappresentato nell’esilarante imitazione di Ema Stokholma fatta da Giulia Vecchio.
N. B. Quella che state per leggere, riuscita o meno che sia, di sicuro non è un’intervista che rientra nella categoria “Affettuosità fra colleghi”. Né prima né dopo ci sono state richieste di rilettura, paletti, cose da non scrivere e via filtrando. Una telefonata, due whapp per fissare l’appuntamento, e alla fine 2 ore e 6 minuti di registrazione.
Ma è vero che se l’è presa con la Gialappa’s Band per come è stato imitato? Ha parlato addirittura di “Diffamazione estetica”...
«Sì, non mi è piaciuta. Infatti, appena mi sono visto in tv, tramite amici ho fatto arrivare loro qualche affettuosissimo insulto. Ho passato tutta la vita a cercare di avere un certo stile e a 75 anni mi ritrovo rappresentato più vecchio di quello che sono, con il riporto, vestito male – con una giacca di velluto – senza mai dire una parola e con la finta Ema che mi tira le orecchie ogni dieci secondi. Che parodia è?».
Ed è stato invitato per fare cosa?
«Diciamo che i Gialappi hanno accolto le mie lamentele, riconoscendo che non erano così infondate, e quindi nella puntata di domani ci sarà un epilogo che mi ha dato una certa soddisfazione (ride, ndr). Non posso dire altro perché deve rimanere una sorpresa».
Ci sarà anche Ema Stokholma?
«Lei no (alla presentazione romana del libro, però, lei gli ha regalato una maglietta bianca con la faccia del finto Castaldo e la scritta “Ginotto”, ndr).
Quando le proposero un programma insieme, e la incontrò, quale fu la prima reazione?
«All’inizio rimasi senza parole. L’agente di Ema mi aveva chiamato pochi giorni prima per propormi un incontro a Fregene, dove andai. Lei sembrava di un altro pianeta, non potevamo essere più diversi. Come dj aveva fatto solo un programma radio sul rap, parlava un italiano piuttosto bizzarro e aveva riferimenti completamente diversi dai miei, anche perché francese e più giovane di me di 33 anni. Insomma, una coppia improbabile. Eppure fu proprio quel contrasto che mi incuriosì: alla fine del pranzo, dopo una lunga chiacchierata, accettai la proposta. Facemmo anche un provino, registrando una puntata zero. Non si sa come, ma andò bene e partimmo. Ricordo che le prime reazioni degli ascoltatori furono abbastanza deliranti...».
Insulti, attacchi, pernacchie varie?
«Esatto. Io non glieli riferivo, ma arrivavano messaggi contro di lei pesantissimi. Adesso, quando ci vedono e ci ascoltano durante Sanremo, succede il contrario (ride, ndr)... Detto questo, Ema è straordinaria: ha una capacità di imparare che è incredibile. Dopo un paio di anni di radio insieme, un giorno mi disse se potevo leggere alcune cose che aveva scritto da sola, in italiano, e così scoprii che aveva raccontato la sua terribile storia familiare in maniera emozionante e credibile (poi finite nel 2020 in un libro, Per il mio bene, ndr). Dopo altri due anni mi fece vedere le foto dei dipinti che aveva iniziato a fare a casa per rilassarsi. Dopo qualche mese già faceva mostre e vendeva a prezzi interessanti. Insomma, un fenomeno. Diventata una vera amica».
Dopo anni di successi, però, la Rai quest’anno ha chiuso “Back2Back": perché?
«Diciamo che Ema facendo ogni mattina anche Radio 2 Social Club con Luca Barbarossa non poteva più andare avanti lavorando anche la sera. Così mi è stato chiesto di condurre Alle dieci della sera con Nicol Angelozzi, che non avevo idea di chi fosse».
Non è il solo. Ho letto che nel 2022 e 2023 ha recitato in una serie di RaiPlay, “Confusi”. Figlia, fidanzata, amica di qualcuno che conta?
«Non lo so. Di sicuro è educata e gentile. Una brava ragazza».
Anche lei bella donna. Ha fama di “tombeur de femmes": conferma?
«Per carità, fama immeritata. E poi sono sposato da 10 anni con Mary, madre del mio terzo figlio Arturo, che ha 6 anni (ha altre due figlie di 21 e 23 anni, Nina ed Emma, nate da una precedente relazione, ndr), ora sono felice e tranquillo. Dal 2019 al 2021, però, lavorando a Sanremo con Ema e Andrea Delogu sono stato molto invidiato...».

Va bene. Sul sesso più o meno ha risposto, il rock’n’ roll sicuramente l’ha raccontato in tutti i modi: con la droghe come è andata?
«Avevo vent’anni nel 1970 e in quel periodo la curiosità e l’idea che aumentassero in maniera creativa la percezione, mi spinsero a provarle tutte. Tutte quelle dell’epoca: canne, funghi, Lsd... Il trip con quest’ultimo, per esempio, fu un’esperienza pazzesca. Ho ricordi buoni e meno buoni».
E l’eroina?
«Provai anche quella e non mi piacque, per fortuna. Fece una strage, quella roba. Morirono tanti amici, come il disegnatore Andrea Pazienza, che se ne andò per overdose nel 1988, a 32 anni. Per me fu uno shock».
Torniamo alla Rai: che ci vuole per sopravvivere da quelle parti?
«In generale tanta pazienza, ma non posso lamentarmi. Finché mi lasciano libertà totale e non mi danno bizzarri suggerimenti, va bene così».
Per il titolo del suo nuovo libro ha preso in prestito “La musica è finita”, la canzone di Califano, Salerno, Bindi cantata da Ornella Vanoni: non è un po’ da tromboni sbilanciarsi così? Lo dicevano in tanti anche con i Beatles...
«Lo so, ma ho deciso di correre questo rischio. Il cambiamento che c’è stato negli ultimi decenni ha ridefinito completamente l’idea della musica. La tecnologia ha trasformato le canzoni in post. Tutto è rapido, superficiale, progettato per ottenere una reazione istantanea. E basta. Comanda l’algoritmo. Nessuno ha più l’ambizione di dire qualcosa di vero che lasci una traccia. Lo dico sapendo che posso passare per nostalgico, ma non lo sono. Io vorrei un presente fatto di grandi, reali novità musicali, ma vedo che alla fine funzionano solo le rimasticature».
E le responsabilità di chi, come lei, ha raccontato questi anni, quali sono?
«Come tanti altri, ho sottovalutato l’impatto che la tecnologia avrebbe avuto sulle nostre vite. Ho preso l’aspetto utile, comodo e divertente senza capire che computer, internet, social e IA avrebbero appiattito tutto».
Suo padre oltre che per il teatro, la tv e il cinema nel 1973 ideò e sceneggiò il primo film da protagonista di Lino Banfi, “Il brigadiere Pasquale Zagaria ama la mamma e la polizia” – fu autore anche di canzoni per Johnny Dorelli, Milva, Catherine Spaak, Jimmy Fontanae tanti altri: lei ne ha mai scritte?
«Ci ho provato e ho scoperto che non fa per me: è una cosa diversa da tutto il resto. Anche dalla poesia. Per fortuna scrivo di musica, curo spettacoli (negli ultimi anni è stato in tour con Paola Turci con La rivoluzione delle donne, ndr), faccio divulgazione e pubblico romanzi».
A un film ha mai pensato?
«Sì. Sto lavorando a una versione italianissima di The Blues Brothers. Stessa storia, ma ambientata da noi».
Ieri sera c’è stata la finale dell’Eurovision con Sal Da Vinci: che ne pensa di chi l’ha attaccato dicendo che “Per sempre sì” va bene per i matrimoni della camorra?
«È stata un’infamia. Sal mi ha detto che ci è rimasto male perché sua madre quando l’ha letto si è messa a piangere. Può non piacere, ma dire che è un improvvisato vuol dire ignorare tutto di un artista che ha iniziato a stare in scena a sette anni».
Lei con chi si è scontrato in tanti anni di lavoro?
«Francesco De Gregori, Pino Daniele, il grande Lucio Dalla... Vasco Rossi, quando non c’erano i social, pubblicò il mio indirizzo di casa su una fanzine, così ogni tanto trovavo qualcuno sotto casa che mi mandava a quel paese. E una volta la mia segreteria si ritrovò trecento messaggi di insulti. Però poi ci si parlava. Con la shitstorm vieni travolto da insulti e minacce. E basta».
Lei per anni ha criticato anche i neomelodici, ma è vero che alla festa del suo matrimonio, dieci anni fa, a cantare venne Gigi D’Alessio?
«Sì, è vero. Fu un’idea del mio grande amico e collega Ernesto Assante. Doveva essere una sorpresa, ma la sera prima delle nozze mi chiamò: “Gino, non vorrei che ti offendessi: ho chiamato Gigi D’Alessio per fargli cantare Tu si ’na cosa grande di Modugno. Va bene?”. Scoppiai a ridere. “Va benissimo”. Gigi fu un gigante: “Chill è nu fetent e ha scritto sempre male e me, ma io mo’ so’ content accusssì e canto per voi. Viva gli sposi!”. Mi manca Ernesto, era un fratello per me. Quando fu ricoverato in ospedale, due giorni prima di andarsene (Assante è morto il 26 febbraio 2024, ndr), mi mandò un sms con una nostra foto insieme scattata a Woodstock ’94, trent’anni prima. Lo ringraziai. Mi mandò un cuoricino».