Il Messaggero, 17 maggio 2026
Intervista a Sandro Veronesi
Sandro Veronesi, in Caducità ripercorre la morte dei suoi genitori in due distinti racconti.
«Se legge Profezia si rende conto che quella di mio padre è stata una morte molto complessa da gestire, perché è scomparsa prima mia madre. E quello malato era lui, non lei. La sua fibra l’ha tenuto in vita per mesi. E quei mesi non li voleva più vivere, ma il suo corpo non aveva finito il lavoro. È stato un periodo molto duro, una specie di castigo biblico, per entrambi».
Avevate un rapporto conflittuale?
«Sì, ma una conflittualità salutare. E tutte le volte in cui ha dovuto scegliere se fare il padre buono o quello cattivo, alla fine è stato un buon padre. Quando ho preso la mia decisione, cioè di diventare scrittore, disattendendo quello che lui si aspettava da me, che lavorassi al suo fianco come architetto, non ha fatto una piega. Siamo stati due mufloni che si arrotavano le corna».
Si è laureato in architettura per compiacere suo padre?
«L’ho respirata sin da piccolo, l’architettura, perché mio padre era ingegnere, non un impresario, ma un tecnico progettista. Per il Comune di Prato ha fatto le scuole, i ponti, le strutture pubbliche. Negli Anni 60 c’era bisogno di tutto, bisognava assorbire l’urto dell’immigrazione dal Sud. Poi si è dedicato alla libera professione. Se avessi studiato lettere, sebbene già volessi fare lo scrittore, avrei commesso un errore. Posso dire che ho imparato a scrivere grazie all’architettura, attraverso la composizione delle parti, il senso di armonia o disarmonia che devi saper controllare».
Nella raccolta ha inserito il suo primo racconto.
«Leggendolo mi sono ricordato la sbornia di Beckett che avevo in quel momento. Ho tolto un po’ di avverbi, ma non abbastanza. È un testo retoricamente lontano da come scrivo oggi, però c’era qualche cosa di duro, di metallico. E io quella sbornia e quel tema beckettiano me li sono portati dietro per tutta la vita, negli eserghi che ho inserito nei miei romanzi. «Non posso continuare. Continuerò»: è la frase di Beckett alla fine dell’Innominabile».
Un manifesto di resistenza.
«Beckett aveva acceso delle luci in comparti della mia esistenza che fin lì erano poco illuminati. Ad esempio, la ricerca della scomodità, che io non avevo mai considerato come uno strumento e un vantaggio per uno scrittore. Una volta gli chiesero: “Perché lei, che è irlandese, ha scelto di scrivere in francese?”. E Beckett rispose: “Perché sentivo il bisogno di essere male attrezzato”. Queste parole mi colpirono molto. Io studiavo architettura e scrivevo, avevo già questa ambizione, ma ero ancora sotto l’influenza di Dostoevskij, che mi fecero leggere nei primi anni del liceo. Dostoevskij, Gogol’, i russi. Ecco, quel bisogno di sentirsi male attrezzato mi provocò la stessa reazione che, dieci anni prima, avevo avvertito leggendo i Fratelli Karamazov. Quando Fëdor Pavlovič, il padre, riflette sull’odio per suo figlio, Smerdjakov. Che male gli ha fatto? E pronuncia queste parole: “Lui a me niente, ma io gliene ho fatto tanto”. Capire che la radice dell’odio è il male che hai fatto e non quello che hai subito, fu uno schiaffo a 15 anni, una botta che mi fece venir voglia di diventare scrittore. Quella stessa sberla me l’ha data Beckett, perché all’inizio anche lui era pieno di avverbi, quando scriveva in inglese e non era male attrezzato. Era un florilegio di ironia, che poi è andato ad asciugarsi nell’imbarazzo, nella difficoltà di un’altra lingua. E lì ho pensato: questa non è una lezione di vita, ma di scrittura».
C’è un racconto che si chiude così: “La forza di sopportare le nostre colpe è il dono che a tutti noi è stato fatto da Gesù Cristo, anche se a una certa età uno smette di credere in Dio come è successo a me”. Un riferimento autobiografico?
«Sì, avevo più o meno 12-13 anni. Non è che prima credessi tanto. Ho creduto finché ho fatto parte del gregge, che non era neanche la mia famiglia, perché mio padre era spensieratamente agnostico, mentre mia madre era una credente senza pretese. Io ho fatto la trafila nella scuola italiana degli anni Sessanta, dove c’era religione, dove dovevamo dire la preghierina all’inizio della lezione e poi preparaci alla comunione. Per anni ho fatto catechismo e tutte le domeniche andavo a messa».
Poi cosa è successo?
«A un certo punto la preghiera mi sembrò vuota, non capivo con chi stessi parlando. E smisi. Nessuno mi disse nulla, nessuno mi costrinse a tornare a messa. La frase che lei cita dal libro è stata una mia riflessione molto, ma molto successiva. Diciamo degli ultimi anni».
Una riflessione religiosa.
«Sì, ma non perché abbia ricominciato a credere. Ho studiato il Vangelo e la figura di Cristo. E ho capito che il suo insegnamento vale anche per i non credenti. Soprattutto nel Vangelo di Marco, che è stato scritto a Roma per convincere e convertire i romani. Lì Cristo è descritto come un potenziale supereroe: vince tutte le battaglie che poi decide di perdere. Anche lui vuole essere male attrezzato, vuole finire in croce, altrimenti il disegno messianico non si compie. Ha un avversario e lo chiama per nome: Satana. Gesù ha inventato il protocollo dell’esorcismo: pronunci il nome del demone e poi lo cavi fuori. Allora se credere vuol dire credere in Satana, io non credo. Ma credere nella lotta, nella perseveranza, nel coraggio, credere nel senso del mondo che Gesù mostra di cogliere all’insaputa degli altri, nell’ignavia di tutti, questo sì».
E lei contro cosa lotta?
«Io ho l’impressione di alzarmi ogni mattina, da quando sono adulto, e cominciare a lottare. Il fatto di essere uno scrittore, che era il mio sogno, adesso che si è realizzato è una condanna: mi costringe a combattere nelle retrovie. Non come Cristo di fronte al nemico. Ma nell’accezione delle parole di Pier Giorgio Bellocchio: “Taci, il nemico non ti ascolta”. Questo lottare per essere ascoltati, per contribuire modestamente a un’idea di mondo, è il mio impegno quotidiano».
Qualche volta, parafrasando Bellocchio, il nemico l’ha ascoltata?
«No, perché non ho mai cambiato registro. Scrivo addirittura un libro di racconti, che sono abbastanza trascurati. Se ancora i romanzi vengono letti, pubblicati, venduti, i racconti molto meno. Non è più la stagione di Moravia che ci vince lo Strega. Però io insisto, la battaglia è esattamente questa: se vado dove mi porta il nemico, ho abbandonato una scelta, un privilegio, un dono. Hai visto mai che un giorno mi ascolta?».
Qual è il pericolo più grande che corriamo?
«La perdita del discernimento. Ho cominciato la mia ultima stagione di psicoanalisi, ormai dieci anni fa, partendo da questa parola: differenziazione. Rischiamo di perdere il discernimento di fronte a un mondo differenziato. Questa cosa che tutto sembra assorbirsi in grossi grumi di ricchezza o di miseria, di forza o di debolezza, è il vero problema. Ma esisteva anche 40 anni fa. E gente come Pasolini lo aveva capito. Pasolini combatteva la scuola dell’obbligo. Esaltava il dialetto, persino quello ignobile. Perché un conto è parlare il friulano, che è una lingua, ma il ciampinese è davvero un’altra storia. Alle medie di Ciampino, lui era il professore di Cerami. E Cerami, figlio di un sottufficiale, scriveva: “A me mi piacciono”. Pasolini non glielo correggeva. Siccome Cerami aveva talento nella scrittura, Pasolini lo portò avanti per tre anni e fece di lui quello che è diventato, tollerando le romanità sporche, proprio per tenere differenziata la sua lingua originaria, per quanto impura, piccolo borghese, da quell’italiano corretto».
La raccolta è preceduta da un saggio di Freud. Affronta il tema del lutto e della maniera fuorviante in cui lo viviamo.
«È talmente intuitivo che la perdita debba portare a sofferenza e lutto, che non avevo mai riflettuto su quello che dice Freud. E cioè che quando perdi qualcuno o qualcosa che ami, torni in possesso di un’energia vitale straordinaria. Per qualsiasi altra forma vivente questo è un automatismo, per noi no. Noi imponiamo una ritualità. È un modo di opprimere la gente, gestirla nel momento della massima debolezza. Quello che dice Freud è rivoluzionario. Va bene, io soffro perché ho perso una persona. Ma poi c’è l’amore che a questo punto bussa dentro di me e vuole posarsi su un altro oggetto».
I suoi lutti li ha elaborati tutti?
«Nel caso dei miei genitori, ho avuto la fortuna che in quel periodo vivevo delle royalties di Caos Calmo, non avevo bisogno di lavorare. Ho potuto dedicarmi a loro, tutti i giorni, accollandomi la rabbia di mio padre. Mio fratello, che viveva a Roma, l’ha elaborato meno, il lutto. A volte ho l’impressione che non abbia ancora finito. Dopo la morte di mio padre, mia moglie mi costrinse a fare un viaggio. Io non ci volevo andare, volevo restare lì a sguazzare nel mio dolore, e lei mi portò in America, on the road, con il gomito fuori dal finestrino e la musica. C’era la malinconia, ma non mi sono sentito in colpa».
In un altro racconto sottolinea quanto esagerato e dannoso possa diventare l’amore per i figli.
«Il titolo è una citazione di una frase di Guglielmo di Occam: “Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem”. Nel momento in cui questo uomo si rende conto che se morisse il figlio della sua compagna proverebbe pena, ma molto meno dolore che se accadesse alla propria, di figlia, realizza anche quanto questo sentimento eccessivo possa schiacciarla. Mentre al figlio della compagna, di cui avrebbe accettato penosamente la morte, non può recare alcun danno. C’è un limite che non dovremmo mai superare. Penso al padre di Kafka: si era impuntato, Franz doveva fare l’assicuratore, lo considerava un mestiere più sicuro. Lo ami, d’accordo, ma fermati».
La caducità fa pensare alla possibilità che deperisca anche il talento. È un suo timore?
«Einstein sosteneva che il talento dura dieci anni, dopodiché uno vive per organizzare quello degli altri. Il fatto è che per la scrittura, diversamente dalla scienza o dallo sport, basta un talento minimo. È artigianato. Ian McEwan continua a scrivere romanzi straordinari dopo aver scritto romanzi straordinari. Il talento di Moravia non era la scrittura, era la vita che conduceva, quella di un ragazzino, di un adolescente. Soffriva perché Carmen non gli aveva telefonato».
Papà architetto e mamma casalinga: una famiglia normale, con due figli baciati dalla creatività. Come è successo?
«Queste aspettative, diciamo lecite e borghesi, che la mia famiglia aveva su di noi, non erano così pesanti, così stringenti da impedirci di sognare un’altra vita. Mio fratello a ventidue anni andò via. Io stavo ancora studiando. Mi disse: ciao, vado a fare il regista. E io pensavo: questo fra dieci giorni torna. Non è più tornato. Allora, tu non hai soffocato quel bambino quando era in culla. A Prato non c’era un intellettuale, in quel momento, neanche uno. E noi che si fa? Si va a fare gli intellettuali a Roma. Non è che i miei genitori non credessero in noi, ma pensavano che fosse troppo difficile sfondare in un contesto dove loro non potevano nulla. E invece è proprio dove non possono nulla i genitori, che il figliolo viene fuori».
Lei e suo fratello non avete mai fatto invasioni di campo. Lei non ha provato a fare cinema, e lui letteratura. C’è stato un accordo più o meno tacito?
«No, però dopo tanti anni ci siamo accorti che era qualcosa che andava bene a entrambi. A lui hanno chiesto mille volte di scrivere un libro sui suoi monologhi alla radio e ha sempre rifiutato. Allo stesso tempo, negli anni io ho ricevute delle proposte per fare cinema, al di là delle sceneggiature. Addirittura mi hanno offerto ruoli da attore. E io ho detto di no. Non ci siamo minimamente disturbati l’un con l’altro. Ed è un bene. Metti che lui scriva un libro, e boom, raggiunge il successo che io non ho mai avuto. O viceversa. Non capiterà, perché lui si ostina a non pubblicare niente e io ormai è acclarato che non farò cinema».