il Giornale, 17 maggio 2026
Due interviste a Flannery O’Connor
Il volume curato da Benedetta Centovalli per Mimesis include, in appendice, due interviste a Flannery O’Connor tradotte per la prima volta in italiano, tratte da Conversations with Flannery O’Connor (University Press of Mississippi, 1987). La prima risale al 31 maggio 1955, condotta da Harvey Breit in un programma televisivo della NBC, Galley Proof, in occasione dell’uscita della raccolta Un brav’uomo è difficile da trovare. La seconda è del giugno 1963, pubblicata su Jubilee Magazine, firmata da C. Ross Mullins Jr. Accostando le due, si vede tutto: la giovane scrittrice schiva e monosillabica da un lato, la voce matura e implacabile dall’altro.
Prima intervista Harvey Breit, NBC Television, 1955
Breit: Segue uno schema fisso di lavoro?
O’Connor: “Sì, scrivo ogni mattina”.
B: e non perde nemmeno un giorno?
"O: No, neppure la domenica”.
B: È una questione di disciplina o le viene naturale?
O: “Dunque, la disciplina non mi risulta naturale, ma ho dovuto impararla”.
B: Ricordo che una volta Thomas Mann disse che odiava scrivere, che era una trappola in cui era caduto. È lo stesso per lei?
O: “Penso che si odi scrivere ma che allo stesso tempo lo si ami. È una cosa che quando non puoi fare nient’altro, devi farla”.
B: È una sorta di cosa inevitabile.
O: “Esatto”.
B: Flannery, vuole raccontare al nostro pubblico che cosa succede nella storia?
O: “No, assolutamente no. Non penso si possa parafrasare una storia come questa. Penso ci sia solo un modo per raccontarla ed è il modo in cui la storia è stata raccontata”.
B: Questa sì che è, per me, un’affermazione davvero schietta. Sarebbe un po’ come chiedere a Cézanne o a Matisse di ridipingere il loro quadro per potertelo spiegare. Comunque, visto che non possiamo raccontare il finale del racconto, secondo lei uno scrittore che cosa tenta di fare in un racconto? Qual è il segreto dello scrivere?
O: “Credo che uno scrittore serio descriva un’azione solo per svelare un mistero. Naturalmente può darsi che lo riveli a sé stesso, oltre che al suo pubblico. E può anche essere che non riesca a rivelarlo nemmeno a sé stesso, ma credo che non possa fare a meno di sentirne la presenza”.
B: Dunque, scrivendo la storia, sta facendo esperienza di un mistero? Voglio dire, è un mistero per lei?
O: “Di solito è un mistero per me, credo”.
B: In un certo senso, anzi, non può capitare che una storia faccia cose che non ti aspetti?
O: “Sì. Sì, sempre”.
B: C’è qualcosa di specifico nell’essere uno scrittore del Sud dal punto di vista letterario?
O: “Penso che per uno scrittore del Sud sia più facile iniziare a scrivere che per un qualsiasi altro scrittore proveniente da un’altra parte del Paese, perché qui al Sud abbiamo molte convenzioni e tanta tensione. Abbiamo un contenuto dal quale partire”.
B: Ritiene che una persona del Nord, leggendo una cosa del genere, possa apprezzare i personaggi del suo libro come farebbe una persona del Sud?
O: “Sì, penso che probabilmente la apprezzerebbe di più, perché almeno il lettore del Nord non è distratto come quello del Sud dalla convinzione che si tratti di un lavoro che parla del Sud o di una storia sul Sud, cosa che in effetti non è”.
B: Perché no?
O: “Semplicemente perché uno scrittore di romanzi serio è alla ricerca della realtà. E naturalmente quando sei del Sud e sei alla ricerca della realtà, la realtà che tu proponi avrà un accento del Sud, ma quello è solo un accento, non è l’essenza di ciò che stai cercando di fare”.
B: Penso che sebbene la signorina O’Connor possa essere definita una scrittrice del Sud, non sia davvero una scrittrice del Sud, proprio come non lo è Faulkner, e che siano scrittori universali, che scrivono di tutta l’umanità e del mistero delle relazioni. Cosa ne pensa?
O: “Sì, mi pare”.
Seconda intervista C. Ross Mullins Jr., “Jubilee Magazine”, 1963
Ross Mullins: quali sono le sue preoccupazioni principali come scrittrice?
O: “Quando scrivi narrativa, riveli e oscuri allo stesso tempo le cose che conosci meglio o che ti stanno più a cuore e penso che debba essere proprio così. Devo comunque riconoscere certe preoccupazioni che ho, penso, perché sono cattolica: preoccupazioni che riguardano la fede, la morte e la grazia e anche il diavolo. Si tratta di preoccupazioni che devono potersi risolvere da sole attraverso vicende che possono accadere al Sud, ovviamente, e questo crea confusione, perché per spiegare la letteratura del Sud la maggior parte dei lettori si affida a diversi cliché interpretativi che non spiegano proprio nulla”.
R M: Alcuni avvertono che la religione e la fede si sono indebolite nella nostra epoca. Come scrittrice cattolica sente la responsabilità morale di contrastare questa tendenza attraverso la sua scrittura?
O: “Non provo nessun senso di responsabilità morale nello scrivere da scrittrice cattolica, no, proprio no. Ma non posso dire di non provare una considerevole soddisfazione quando succede per caso. L’idea che gli scrittori cattolici non siano liberi viene dal ritenere che l’essere cattolici sia qualcosa di inculcato dall’esterno contro la propria volontà. Sei uno scrittore cattolico perché accetti ciò che la Chiesa insegna, non perché la Chiesa è una morsa nella quale sei stretto. Non mi piace l’idea che alcuni hanno del romanziere dotato di una sorta di sensibilità intoccabile che dovrebbe essere lasciata alla sua discrezione. Ciò che rende buona la sensibilità è la lotta corpo a corpo con ciò che è più in alto e al di fuori di essa. Dovrebbe essere un bel combattimento da cui si esce con le ossa rotte. La sensibilità ne rimarrà segnata per sempre, ma vincitrice”.
R M: Come ha origine un racconto? Lo crea lei o è lui a creare lei?
O: “Non so proprio che cosa potrei davvero dire su come nasce una storia. Suppongo sia metà e metà tra il fatto che tu la crei e che lei crea te. Se è una buona storia è tanto una rivelazione per te quanto lo è per il lettore. Più a lungo scrivi più diventi consapevole di ciò a cui puoi o non puoi dar vita. Quello che devi fare è provare ad approfondire la tua comprensione delle cose”.
R M: Con quali criteri giudica il suo lavoro? È mai pienamente soddisfatta di un lavoro finito?
O: “Penso che i criteri siano principalmente istintivi. Ho una specie di sensazione riguardo a ciò che sto facendo, altrimenti non lo farei. Qualche volta c’è bisogno di mettere un po’ di tempo fra te e la storia prima di potere vederla nel suo insieme. Di solito è bene vedere come la legge qualcun altro. La distanza è sempre un aiuto. Talvolta sono pienamente soddisfatta di quello che ho scritto, ma la maggior parte delle volte sono solo contenta che quello sia il meglio che sono stata in grado di fare con i miei limiti”.
R M: Una volta ha scritto che l’azione creativa della vita cristiana è preparare alla morte in Cristo. Come si pone questo in relazione al suo lavoro di scrittrice?
O: “Sono nata cattolica e la morte è sempre stata sorella della mia immaginazione. Non riesco a immaginare una storia che non finisca in essa, come dev’essere, o in una sua anticipazione”.