Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  maggio 16 Sabato calendario

Sgarbi è stato assolto, ma il giudice: “Il quadro rubato è suo”

Un vip non delinque per pochi spiccioli. Ergo: Sgarbi va assolto dal reato di ricettazione.
È questo il senso ultimo della sentenza del gup di Reggio Emilia Luca Ramponi sul caso del quadro del ‘600 “di autore incerto”, sottratto dal castello di Buriasco, in provincia di Torino, nel 2013, e riapparso 7 anni dopo a Lucca, nel catalogo di una mostra curata dall’ex sottosegretario. Con l’aggiunta di una fiaccola in un angolo, l’attribuzione al senese Rutilio Manetti e la storia – falsa – del rinvenimento fortuito (“colpo di culo”) in una “villa di famiglia” del critico d’arte.
Nelle motivazioni della decisione, appena depositate, non si contestano i fatti al centro delle indagini, emersi grazie a un’inchiesta giornalistica condotta dal Fatto Quotidiano e da Report. Si insiste, piuttosto, sull’insufficienza delle prove sul “dolo”, che è la consapevolezza della provenienza furtiva dell’opera. Dunque Sgarbi potrebbe aver acquisito il quadro “in perfetta buona fede, nulla sapendo della intervenuta successiva denunzia di furto, vero o simulato”. Un’affermazione, quest’ultima, contestata dai pm reggiani, che valutano il ricorso in Appello. E l’aggiunta della fiaccola andrebbe considerata alla stregua dei tanti “interventi estetici di questo genere”, che non sarebbero “infrequenti… nel settore dei collezionisti di quadri antichi”.
“Un soggetto pubblicamente famoso, come il Prof. Sgarbi – scrive il gup – se fosse stato certo della provenienza illecita – da furto – del quadro, difficilmente lo avrebbe acquistato (o fatto acquistare da terzi) e, successivamente, alterandone la superficie dipinta, poiché si sarebbe esposto, per un lucro economico verosimilmente risibile – in rapporto alle sue entrate – non solo a rischi penali, ma a un pericolo di infangare irreversibilmente la sua immagine di serietà professionale (quantomeno nel settore di pertinenza), come in parte avvenuto nonostante tutto, per effetto della roboante campagna di stampa originatasi dalla pruderie ingenerata dal pubblico scandalo… Deve ritenersi che nessun soggetto razionale, tanto meno l’odierno imputato, di fronte alla certezza di esposizione a tali rischi, avrebbe acquistato quel quadro e avrebbe commissionato la serie di operazioni sopra indicate, peraltro grossolane”.
Così ancora si legge nelle motivazioni del gup Ramponi, noto alle cronache per gli arresti del caso Bibbiano, che poi si sofferma sulla personalità di Sgarbi.
“L’imputato, pur non incensurato, è persona nota, socialmente ben inserita, all’epoca dei fatti titolare di incarichi pubblici e addirittura di governo… d’altra parte, gli unici precedenti sono aspecifici e correlati a condanne per delitti di diffamazione a mezzo stampa, dunque non potendo desumersi… una caratura criminale di Sgarbi che suggerisca l’emergere di una personalità incline all’acquisto consapevole e volontario di beni artistici di provenienza furtiva”. E ancora: “Unici rilievi potrebbero muoversi alle dichiarazioni alla stampa e in interviste e interventi radiotelevisivi, il cui contenuto non può però essere eccessivamente stigmatizzato poiché, sebbene parzialmente mendaci, provenivano da un uomo senescente, braccato da accuse infamanti e, probabilmente, costituivano una difesa maldestra e potenzialmente controproducente della propria onorabilità e reputazione anche professionale”.