il Fatto Quotidiano, 16 maggio 2026
Luigi Carbone bocciato fa ricorso
Al confronto le lotte interne al governo Meloni – chessò i calci sugli stinchi tra Salvini e Tajani o le sportellate sull’intelligence tra Crosetto e Mantovano – son bagatelle tra scolaretti. A Palazzo Spada, il tempio della giustizia amministrativa dove regnano i mandarini di Stato, è invece in corso una guerra senza esclusione di colpi lì dove il potere è vero e soprattutto duraturo.
Per ora a farne le spese è Luigi Carbone, magistrato di rango con alle spalle una lista di incarichi in comitati e Authority, ma soprattutto al servizio di ministri di qualunque colore – dal leghista Calderoli a Gualtieri del Pd – lunga un chilometro: ambisce a essere nominato presidente aggiunto del Consiglio di Stato (che equivale a prenotare la poltrona più importante oggi ricoperta da Luigi Maruotti che il prossimo anno va in pensione) ma è finito impallinato nel segreto dell’urna dai suoi stessi colleghi che avevano appena dichiarato di volerlo votare. Come no!
C’è che nei Palazzi e non solo quello dei consiglieri di Stato corrono le voci più varie e soprattutto il dilemma: sulla bocciatura ha pesato l’interferenza del centrodestra, che nel plenum del Csm della giustizia amministrativa si manifesta attraverso i membri laici, o è soprattutto fuoco amico? In ogni caso, Carbone ora esige giustizia. Ha fatto ricorso contro gli infamoni che l’hanno giubilato affidandosi a uno squadrone di avvocati – Romano Vaccarella, Saverio Sticchi Damiani e Giovanni Pellegrino – per ottenere l’annullamento “previa sospensione” della decisione: appuntamento davanti al tribunale amministrativo regionale il 27 maggio. Ma la guerra tra le file dei consiglieri di Stato è già deflagrata e non solo quella a colpi di carte bollate.
“Il ricorrente Carbone vanta un curriculum di straordinario livello per servizio svolto come consigliere e come presidente di sezione al Consiglio di Stato nonché per attività scientifica a livello nazionale e internazionale e per incarichi istituzionali svolti in ruolo e fuori ruolo”, scrivono i suoi avvocati partendo da un dato: oggi è il presidente di sezione più anziano di ruolo anche se è classe ’64, ossia un giovanotto per queste latitudini. E l’età anagrafica è un problema per le ambizioni dei suoi colleghi: la sua nomina al vertice del Consiglio di Stato congelerebbe per quasi otto anni la corsa alla sua successione. Così alcuni spiegano i voltafaccia al momento del voto che Carbone ora chiede di annullare.
La proposta della sua nomina era arrivata in plenum sotto i migliori auspici. In chiaro almeno in nove (su 15) avevano parlato in suo favore. “Senonché nell’opacità assoluta e impenetrabile del voto segreto si sono registrati 7 voti a favore, 6 contrari e 2 astenuti” si legge nel ricorso al Tar che enfatizza la “manifesta ingiustizia, eccesso di potere per sviamento, difetto di motivazione…” e tutta una serie di altri motivi, compresa la “clamorosa disparità di trattamento” rispetto alla prassi. Ossia quella basata sul criterio dell’anzianità di servizio che ha conosciuto una sola eccezione: quella che premiò, sul finire dell’era renziana a Palazzo Chigi, Filippo Patroni Griffi poi “promosso” due anni più tardi al vertice del Consiglio di Stato e poi nel 2022 alla Corte costituzionale. Dopo quell’unico caso, c’è stata una piena riaffermazione del criterio dell’anzianità “motivata sul valore costituzionale dell’indipendenza e dell’autogoverno”. Tradotto: il criterio di anzianità è argine all’arbitrio e alle interferenze della politica. Aleggia infatti il sospetto che Palazzo Chigi spinga per una nomina più gradita: si rincorrono anche voci che lo sgambetto a Carbone vendichi uno sgarbo inflitto al meloniano Raffaele Fitto all’epoca della disfida dei fondi per il Sud, che lo vedeva contrapposto al presidente della Campania, Vincenzo De Luca. C’è però chi si sofferma sul fuoco amico: “La nomina di Carbone rappresenta un tappo alla carriera degli altri aspiranti al ruolo. Che hanno un orizzonte più lungo degli attuali protagonisti politici: nel 2027 la corsa per la presidenza del Consiglio di Stato, nel 2029 si ridisegna lo staff del nuovo inquilino del Quirinale, nel 2030 si libera un posto di giudice alla Consulta”.