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 2026  maggio 17 Domenica calendario

Case demolite per il parco biblico a Gerusalemme Est

A Gerusalemme Est, nel quartiere palestinese di Silwan, le famiglie palestinesi stanno demolendo le loro stesse case con le proprie mani. Non perché vogliano andarsene, ma perché Israele ha posto loro una scelta impossibile: distruggere le case da soli o pagare multe esorbitanti per le demolizioni effettuate dalle autorità israeliane. Questa settimana, nuove immagini provenienti da al Bustan hanno mostrato famiglie palestinesi mentre rimuovevano porte, abbattevano muri e raccoglievano gli effetti personali dei propri figli prima che le loro case scomparissero per sempre. Al loro posto, il governo di Israele intende costruire il cosiddetto “Giardino dei Re”, un parco turistico e archeologico a tema biblico promosso in collaborazione con le organizzazioni dei coloni.
L’ha raccontato il Guardian con un ampio reportage: nel quartiere di al Bustan, proprio all’ombra della moschea di al Aqsa, riecheggiano i rumori delle demolizioni per la costruzione di questo Giardino dei Re, che si presume fosse il luogo in cui re Salomone trascorreva il suo tempo libero tremila anni fa.
Negli ultimi due anni, più di 57 abitazioni ad al-Bustan, parte del più ampio distretto di Silwan a Gerusalemme Est, sono state demolite e almeno altre otto sono destinate alla demolizione nelle prossime settimane. Il parco è concepito come parte di un progetto archeologico in espansione, in gran parte guidato dai coloni, appunto, e incentrato esclusivamente sul passato ebraico di Gerusalemme: il sito sorge su quella che viene chiamata la Città di Davide dai coloni e dai governanti israeliani, nonostante molti archeologi sempre israeliani ritengano che i resti visibili risalgano ad altre epoche, precedenti e successive al regno di re Davide nell’età del ferro.
Il Comune di Gerusalemme non ha risposto a una richiesta di commento sulle sue azioni ad al Bustan, ma ha dichiarato alla testata di sinistra israeliana +972 che il parco a tema “viene costruito a beneficio di tutti i residenti della città” e che “le case di al Bustan sono state costruite illegalmente”: “Quest’area non è mai stata destinata a uso residenziale e il Comune di Gerusalemme sta ora lavorando alla costruzione di un parco in una zona che soffre di una grave carenza di spazi pubblici aperti”, si legge nel comunicato. Il Comune ha inoltre affermato di aver cercato “per anni di trovare una soluzione per i residenti che includesse anche un’alternativa abitativa, ma questi non hanno mostrato alcun serio interesse a raggiungere una soluzione”.
Per i palestinesi, però, questa non è pianificazione urbana. È la continuazione della Nakba. La Nakba non è solo un evento storico avvenuto nel 1948, quando più di 750mila palestinesi furono espulsi dalle loro case. È un processo continuo di sfollamento, cancellazione e sostituzione che continua ancora oggi attraverso demolizioni, espansione degli insediamenti, confisca di terre e sfollamenti forzati. Silwan è diventato uno degli esempi più evidenti di questa realtà.
Situato appena fuori dalla Città Vecchia e vicino alla Moschea di al Aqsa, il quartiere è stato preso di mira per anni da gruppi di coloni che cercano di trasformarlo nella “Città di Davide”, uno spazio incentrato esclusivamente su una narrazione biblica israeliana. In questo processo, l’esistenza stessa dei palestinesi viene considerata temporanea e illegale. Israele definisce, infatti, come abbiamo visto, le case dei palestinesi “abitazioni non autorizzate”, rendendo al contempo quasi impossibile per i palestinesi di Gerusalemme Est ottenere permessi di costruzione. Il risultato è un circolo vizioso: ai palestinesi viene negato il diritto di costruire legalmente, poi vengono accusati di violare la legge e infine costretti a demolire le proprie case.
Ma ciò che sta accadendo a Silwan e più in particolare ad al Bustan non riguarda solo l’edilizia abitativa. Riguarda la memoria e l’identità. Dietro il linguaggio dell’archeologia e del turismo si nasconde una lotta politica su chi abbia il diritto di narrare la storia di Gerusalemme. Le pietre e i siti archeologici vengono preservati, mentre le comunità palestinesi viventi vengono cancellate.
In quanto donna palestinese che ha vissuto la guerra e ripetuti sfollamenti nella Striscia di Gaza, riconosco la stessa logica ovunque in Palestina. A Gaza, interi quartieri vengono rasi al suolo dalle bombe. A Gerusalemme, le case scompaiono a causa degli ordini di demolizione. In Cisgiordania il territorio è frammentato dagli insediamenti e dai posti di blocco. I metodi sono diversi, ma l’obiettivo rimane lo stesso: ridurre la presenza palestinese e trasformare la vita dei palestinesi in una condizione temporanea. Eppure i palestinesi restano. Restano a Silwan. Restano a Gerusalemme. Restano a Gaza. Anche quando sono costretti a distruggere le proprie case per sopravvivere. Dopo 78 anni, la Nakba non è finita. Ha semplicemente cambiato forma.