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 2026  maggio 17 Domenica calendario

Piero Lissoni parla della sua filosofia di lavoro

Piero Lissoni è un architetto, designer e art director, uno dei maestri del design contemporaneo.
Quante persone lavorano al Lissoni Studio a Milano e quante a New York?
«A Milano siamo più di cento, a New York dieci».
Lei ha progetti in America e in altri luoghi, come le isole Caicos, il Brasile, l’India e tanti altri Paesi?
«Partendo dal Giappone, abbiamo un progetto a Tokyo, due a Seul, cinque in Cina: due a Shanghai, due a Xi’an e uno grande a Guangzhou. Abbiamo tre grandi progetti in India, a Mumbai, fuori Mumbai e a Nuova Delhi. Lavoriamo negli Emirati, in Arabia Saudita, in Israele, e in Europa siamo presenti in Germania, Ungheria, Francia e Svizzera».
Nel 1995 lei ha disegnato la celebre poltrona Frog (in foto), ed è l’art director di molti marchi. Il design fa parte dei suoi progetti internazionali?
«No, fuori dall’Italia faccio solo architettura. In Italia lavoro come art director e designer per società italiane, non per sciovinismo, ma perché so che in Italia questo tipo di lavoro si fa bene. Fuori dall’Italia faccio un po’ di design solo per Fritz Hansen in Danimarca e Knoll negli USA».
L’atmosfera di Milano, dove molti architetti hanno progettato mobili e lampade, ha avuto influenza su di lei?
«Sì, perché fare il designer è come guidare una vettura della Formula Uno: devi essere preciso, veloce e anche bravo. L’architettura ha un concetto di tempo molto diversa. Per me il design è come una banca: da un punto di vista economico mi concede la libertà di scegliere solo quei progetti di architettura che mi piacciono».
Per quale marchio ha disegnato la poltrona Frog?
«Per Living Divani, il mio primo progetto per loro. Una poltrona completamente sbagliata: larga, piatta, bassa».
Perché l’ha chiamata “rana”?
«Perché sembra pronta a saltare. È incredibilmente scomoda, ma per 30 anni ha avuto un successo straordinario. L’anno scorso l’abbiamo ridisegnata, cambiando i materiali e qualche dettaglio».
La vecchia Frog è un pezzo da collezione, quella nuova invece?
«È un pezzo nuovo, 30 anni dopo, con tecnologie e qualità del materiale molto diversi. Se si ricorda la Cinquecento originale che era nei nostri cuori, la nuova ha la sensazione e il profumo della vecchia, ma è un progetto completamente nuovo».
Lei ha curato anche l’identità aziendale della Mostra del cinema di Venezia?
«Per più di 15 anni lavoravamo per una settimana con la Biennale. Abbiamo smesso nel 2020, appena prima del Covid, quando avevo deciso che l’esperienza era più o meno esaurita. Abbiamo progettato tutta la struttura, la facciata originale con il tappeto rosso e le sale».
Progetta anche negozi e interni?
«Sì, qualunque cosa. Siamo architetti e designer, progettiamo edifici, interni, mobili. Quando nasci a Milano e cresci al Politecnico, diventa naturale controllare tutto a 360 gradi, è molto milanese. Nelle scuole anglosassoni ti insegnano a essere preciso e scientifico, le nostre scuole hanno un approccio umanistico».
Esiste uno stile architettonico inconfondibile di Lissoni?
«Sì, un linguaggio molto chiaro. Lavoriamo su linee pulite, e nello stesso tempo con contaminazioni da tutto il mondo. Negli interni mi piace la contaminazione, nell’architettura facciamo cose chiaramente legate al nostro tempo. Sono un architetto contemporaneo, non ho mai provato a essere un post-modernista. Ho provato a fare il modernista, e il nostro linguaggio si riconosce».
Come è la sua giornata lavorativa?
«Per prima cosa ho bisogno di un espresso davvero buono, non importa dove sono. Dopo, i giornali. Poi, inizio a disegnare, studiare o parlare con i clienti».
Quanto è diverso l’espresso da Tokyo a New York e Milano?
«L’espresso è come una religione per me. So bene che in alcuni paesi l’espresso sem bra un espresso ma non lo è, per me resta comunque un buon inizio. Dopo, comincio a lavorare. Disegno a mano, non uso il computer perché sono una scimmia di un altro secolo, e ne sono fiero. Amo leggere, amo tenere molti incontri con il mio team e i miei clienti. Il nostro non è un lavoro privato, non chiudo le porte per lavorare da solo».
Ha sempre saputo di volere essere un architetto e un designer?
«Sì. Non so perché, ma già da giovane disegnavo e costruivo modellini. Qualunque fosse la malattia, ero completamente dentro questa cosa. Pensavo di essere malato e sono diventato un architetto».
Milano è stata un posto fantastico dove crescere?
«Un luogo perfetto, in questo sono sciovinista al 100 per cento. Se pensi all’architettura, a Milano vedi Gio Ponti, tocchi i pezzi d’epoca di Luigi Moretti e vedi cosa è successo con Aldo Rossi. Per me, esserci e impararlo è stato assolutamente incredibile!».
Come trova invece l’architettura di New York?
«Un’altra città incredibile, una biblioteca dell’architettura. Pensi a Park Avenue: sulla destra vedi il Seagram Building con la piccola Seagram Square, progettata da Mies van der Rohe, dopo arriva la Lever House, progettata negli anni ’60 da SOM (Skidmore, Owings & Merrill), e infine il Chrysler, uno degli edifici art deco più incredibili al mondo. Impazzisco per l’aspetto industriale di New York: il classico loft, le classiche fabbriche, il classico Soho».
Le piace disegnare lampade, tavoli e sedie, ma anche edifici?
«Sì, mi piace usare una scala a misura d’uomo. Quando progetto un edificio ci metto la scala umana. Mi piace disegnare e fare pochi calcoli, alla fine il punto è la bellezza dell’architettura. Seguo Renzo Piano, il nostro maestro: quando progetta qualcosa, è un dialogo aperto tra l’ingegneria e il design».
L’architettura moderna di edifici molto alti e sottili durerà?
«È una nuova generazione e alcuni di questi edifici saranno molto efficienti per circa 25-30 anni. Dopo, si dovrà scegliere tra lo smantellamento o una importante ristrutturazione. Nulla è fuori dal tempo. Per esempio, quando Piano e Rogers avevano progettato il Beaubourg, doveva durare trent’anni, e il fatto che ora viene ristrutturato perché lo vogliamo per altri trent’anni è stato una sorpresa. La modernità dura, ma poco. Quando gli architetti cominciano a parlare di eternità è il loro ego a parlare».