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 2026  maggio 17 Domenica calendario

Il mandarino spazza via tutte le altre lingue cinesi

Nelle scuole elementari di Hohhot, nella regione autonoma della Mongolia Interna, i libri aperti dai bambini hanno pagine fitte di caratteri cinesi standard. Nelle aule ci sono slogan a ricordare che, come ha detto a suo tempo il presidente Xi Jinping, «le etnie devono essere unite come i semi di un melograno». Fino a qualche anno fa, in quelle stesse aule, il cinese standard si intrecciava con il mongolo e i cartelloni erano bilingui.
A migliaia di chilometri di distanza, sull’altopiano tibetano, ruspe e camion si muovono come un esercito silenzioso. Una nuova arteria ferroviaria taglia le montagne, collegando città remote a hub logistici e centri industriali. I cantieri non si fermano mai. Operai, tecnici, ingegneri lavorano giorno e notte. La promessa è chiara: sviluppo, integrazione, prosperità. Strade, energia, turismo, investimenti. Il futuro arriva su rotaie d’acciaio. Due immagini opposte, eppure parte della stessa storia. Nelle sue regioni di frontiera, ricche di minoranze etniche e linguistiche, la Cina sta costruendo un doppio binario che corre parallelo: assimilazione culturale da una parte, sviluppo economico dall’altra.
In Cina sono riconosciuti 56 gruppi etnici, di cui la stragrande maggioranza è rappresentata dall’etnia Han, che costituisce oltre il 90% della popolazione. A fine marzo, l’Assemblea Nazionale del Popolo di Pechino ha approvato una nuova legge sulla “promozione dell’unità etnica e del progresso”. Tra le disposizioni figura la promozione delle unioni matrimoniali tra etnie e dell’insegnamento del cinese standard, disincentivando il bilinguismo che per decenni ha caratterizzato le regioni autonome cinesi. Si tratta di aree spesso politicamente sensibili e che hanno in passato dato vita ad ampie rivolte e repressioni come Tibet e Xinjiang, dove diversi osservatori internazionali accusano la Cina di violazioni dei diritti umani sulla minoranza uigura. Le nuove norme richiedono ai media, ai fornitori di servizi internet, alle famiglie, di «promuovere la politica etnica del Partito». Ai genitori viene ricordato il loro dovere di fornire un’educazione familiare conforme alla legge ed è loro vietato «instillare nei minori idee dannose per l’unità etnica e il progresso».
La nuova legge non è una svolta improvvisa, quanto una formalizzazione. Trasforma in diritto ciò che già esisteva come pratica: un sistema che punta a rafforzare un’identità nazionale condivisa, facendo del mandarino la lingua centrale dell’istruzione e della vita pubblica, relegando le lingue minoritarie a un ruolo sempre più marginale.
Nelle scuole viene così standardizzato un processo in corso da tempo. Non ci sono proclami eclatanti, ma cambiamenti quotidiani: libri di testo standardizzati, programmi uniformati, corsi obbligatori sull’identità nazionale, uso predominante del cinese standard fin dall’infanzia. La legge stabilisce chiaramente che la lingua comune deve diventare la base dell’insegnamento, mentre le lingue minoritarie restano formalmente “protette”, ma sempre più circoscritte a un ambito culturale o simbolico.
Secondo Soyonbo Borjgin, originario della Mongolia Interna ma residente a New York, «la lingua mongola viene sistematicamente rimossa dagli spazi di uso quotidiano. Il risultato non è una convivenza tra lingue, ma la dissoluzione degli ultimi ambienti in cui il mongolo poteva essere parlato naturalmente», scrive in un recente articolo il giornalista dissidente. All’Università della Mongolia Interna sarebbe stata rimossa un’iscrizione in caratteri mongoli che per decenni si trovava su una statua di Gengis Khan.
Eppure, mentre nelle aule si riducono le differenze, fuori da quelle aule il paesaggio cambia in direzione opposta: si espande, si connette, si sviluppa. Oltre la Mongolia Interna, anche Xinjiang e Tibet diventano laboratori di modernizzazione accelerata. Infrastrutture, energia, industria, turismo. In 70 anni, centinaia di miliardi sono stati investiti in queste aree, oltre 250 nel solo Tibet. Alla base c’è l’idea che la crescita economica sia la chiave della stabilità. La logica è lineare, quasi ingegneristica: integrazione economica uguale stabilità sociale. Stabilità sociale uguale unità nazionale. La nuova legge lo esplicita: sviluppo e unità etnica non sono due obiettivi separati, ma parti dello stesso progetto. Le regioni abitate da minoranze devono essere integrate nelle catene produttive nazionali, diventare nodi di trasporto, poli energetici, hub industriali.
Il Partito Comunista ama citare il Tibet come un caso di successo: anche nel più recente “libro bianco” dedicato alla regione, viene sottolineato come il governo abbia liberato i tibetani da un passato descritto come feudale e teocratico, aprendo la strada a una fase di progresso economico e sviluppo sociale. Lo dimostrerebbe la campagna Go West, lanciata già nel 2002 e pensata per attrarre investimenti e incoraggiare imprenditori a stabilirsi nella regione. L’idea di fondo era chiara: migliorare le condizioni materiali e il tenore di vita avrebbe contribuito ad attenuare, se non a neutralizzare, le spinte autonomiste della popolazione tibetana. Dopo le rivolte del 2008, questa strategia è stata ulteriormente rafforzata. Lo sviluppo è diventato non solo uno strumento economico, ma anche un mezzo di persuasione politica. In questo quadro si inserisce il cosiddetto “progetto del secolo” : una nuova linea ferroviaria destinata a collegare Lhasa a Chengdu, capoluogo del Sichuan. Una volta completata, intorno al 2030, consentirà di percorrere la distanza in circa 12 ore, riducendo a un terzo i tempi attuali via terra.
Parallelamente agli investimenti infrastrutturali, il governo centrale ha promosso anche il trasferimento di popolazione Han nella regione e incentivato il turismo interno verso il Tibet. I numeri sono impressionanti: tra il 2021 e il 2025, oltre 200 milioni di visitatori provenienti da altre province cinesi hanno raggiunto la regione. Un salto enorme se si considera che nel 2005 il Tibet registrava meno di due milioni di presenze annue. Secondo la versione di Pechino, l’autonomia politica e la libertà religiosa sarebbero oggi garantite, mentre eventuali tensioni verrebbero attribuite a interferenze esterne considerate ostili, spesso associate alla figura del Dalai Lama, considerato un “secessionista”. Non a caso, l’accelerazione sull’unità etnica arriva anche in vista della futura successione di Tenzin Gyatso, su cui Pechino rivendica il diritto di scelta. Lo stesso nome del Tibet viene “sinizzato” anche nelle comunicazioni in lingua inglese del governo cinese, dove appare ormai da anni nella sua versione in mandarino, Xizang.
Qualcosa di simile accade nello Xinjiang. Kashgar, una delle città simbolo della cultura uigura, è stata restaurata e i turisti cinesi sono numerosi. L’economia locale respira: più lavoro, più servizi, più infrastrutture. È la vetrina dello sviluppo. Ma, secondo i critici, la cultura uigura resta visibile solo in una forma selezionata e folkloristica, quasi musealizzata.
C’è chi teme che le lingue delle minoranze passino da pratica vissuta a elemento rappresentato, mentre le identità si ricompongono dentro una narrazione comune, con le differenze ricondotte a una cultura nazionale che ha un tronco centrale e rami periferici. Nel frattempo, i territori si aprono, si sviluppano, si modernizzano, entrando pienamente nel sistema economico della Cina. Assimilazione e sviluppo non sono alternative. Sono complementari, in quella che Xi ha chiamato «comunità dal destino condiviso».