La Stampa, 17 maggio 2026
Lo sciopero dei chip
La catena di fornitura globale di chip è appesa al tribunale di Suwon. I giudici di questa città della Corea del Sud si pronunceranno nei prossimi giorni sulla richiesta di ingiunzione presentata da Samsung per bloccare uno sciopero di proporzioni storiche. Senza svolte improvvise, dal 21 maggio fino a 50 mila lavoratori del colosso tech sudcoreano incroceranno le braccia per 18 giorni consecutivi, colpendo il cuore dell’industria mondiale dei semiconduttori. Si prospetta una drastica riduzione della produzione di chip di memoria. Ma le conseguenze potrebbero essere ancora più ampie, visto che l’agitazione si innesta su una carenza globale di memorie per computer, tablet e telefonini. Tradotto: a distanza di pochi anni si rischia un parziale ritorno al trauma del periodo del Covid, quando la carenza di chip paralizzò interi comparti industriali, dall’automotive agli elettrodomestici.
Per certi versi, il periodo attuale è ancora più delicato. Negli ultimi mesi, la domanda di memorie ad alte prestazioni necessarie per addestrare e alimentare sistemi di AI generativa è esplosa. E Samsung rappresenta uno snodo centrale di questa rete globale. L’azienda è il maggiore produttore mondiale di memorie per fatturato e i suoi chip sono componenti essenziali per server AI, data center, smartphone, laptop e infrastrutture cloud. Il potenziale impatto economico è notevole. Per Samsung, si parla di un trilione di won di danni al giorno, equivalenti a circa 745 milioni di dollari. Su una durata di 18 giorni, si arriverebbe a oltre 12 miliardi. JPMorgan è ancora più pessimista, stimando una riduzione dell’utile operativo fino a 20,8 miliardi e perdite nei ricavi di circa tre miliardi.
Il governo sudcoreano ha avvertito che uno sciopero di queste dimensioni potrebbe danneggiare crescita economica, esportazioni e mercati finanziari. L’economia di Seul è sempre più dipendente dal boom dei chip, che ad aprile hanno raggiunto il 37% delle esportazioni totali del Paese: cifre significative. Il rialzo è dovuto anche ai fortissimi rincari. In un mese, il prezzo delle memorie Nand flash è cresciuto del 63,1%. In un anno, del 351,6%. L’aumento globale della domanda per l’AI è tale che i produttori sudcoreani già ora non riescono a soddisfarla in pieno. Tanto che il vicepresidente di Samsung, Kim Tae-woo, ha previsto che la scarsità di memorie avanzate è destinata a proseguire e inasprirsi fino al 2028.
Lo sciopero rischia di peggiorare ulteriormente la situazione. Per i consumatori globali, ciò potrebbe tradursi in prezzi più alti, tempi di attesa più lunghi e maggiore difficoltà nel reperire componenti hardware. Eppure, il boom dell’AI ha riportato profitti enormi nelle casse delle aziende sudcoreane. Nel semestre chiuso a fine marzo, Samsung ha visto l’utile operativo del comparto chip crescere di quasi 50 volte rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Ed è proprio qui che emerge la frattura. Da un lato, utili record e celebrazione della leadership tecnologica del Paese. Dall’altro, salari percepiti come stagnanti e bonus giudicati insufficienti. La questione è comunque molto più profonda degli aumenti di stipendio. E in molti analisti si domandano chi deve beneficiare della ricchezza prodotta dalla rivoluzione dell’intelligenza artificiale?
Il responsabile delle politiche presidenziali, Kim Yong-beom, è arrivato a proporre una redistribuzione universale di una quota dei profitti. Proposta poi smentita dal presidente Lee Jae-myung. Intanto, già il mese scorso circa 40 mila lavoratori hanno paralizzato l’impianto di Pyeongtaek per una protesta di un giorno. Le successive trattative non hanno prodotto accordi. Samsung, così come diversi altri conglomerati che dominano l’economia sudcoreana, ha sempre avuto un approccio ostile ai sindacati. Ma ora sta cercando di scongiurare in extremis lo scontro. I lavoratori non cedono e si dicono disponibili a nuove trattative solo dopo i 18 giorni di sciopero. Uno spauracchio che va ben oltre i confini dell’azienda.