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 2026  maggio 15 Venerdì calendario

Intervista a Svante Pääbo

«Questo bambino ama l’antico Egitto? Allora diventerà un Nobel per la medicina!». Negli anni 60 nessuno rivolse mai questa frase alla chimica estone Karin Pääbo: era assurdo prevedere che suo figlio Svante avrebbe trasformato la passione per mummie e piramidi in un modo per trovare nel Dna umano tracce del nostro passato preistorico. Tracce che ancora oggi possono avere un impatto drastico sulla nostra salute. Anche per questo, oltre che per aver sequenziato nel 2010 il genoma dell’uomo di Neanderthal, il genetista svedese Svante Pääbo, direttore dell’Istituto di antropologia evolutiva al Max Planck Institute di Lipsia, ha vinto nel 2022 il Nobel per la medicina. Il 17 maggio Pääbo terrà una lectio magistralis all’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna durante il Festival della Scienza medica.
Anche suo padre, il biochimico Sune Bergström, vinse il Premio Nobel per la medicina: 40 anni prima di lei. Come è stato vivere nell’ombra di un padre così importante?
«In un certo senso sono stato fortunato: sono cresciuto con mia madre, perché mio padre aveva un’altra famiglia. Io ero il figlio segreto, da bambino lo vedevo solo per qualche ora di sabato, e non portavo nemmeno il suo cognome. Così, quando decisi di studiare medicina, nessuno fece il collegamento: questo è stato molto positivo per me, perché non fa mai bene avere un padre che ha troppo successo».
Quando nacque la sua passione per la scienza?
«Da bambino ero affascinato dall’archeologia. Dopo un temporale, se crollava un albero, mi piaceva andare a curiosare sotto la terra smossa. Con questo sistema ho trovato vari pezzi di vasi di oltre quattromila anni fa, perfino con impronte di dita visibili nell’argilla. Poi un’estate mia madre mi portò in Egitto e lì decisi che sarei diventato egittologo».
E infatti all’università scelse egittologia. Ma poi cambiò idea…
«All’inizio immaginavo avventure tra piramidi e mummie, ma scoprii che gli studi erano soprattutto linguistici (egiziano antico e copto). Mi annoiavo: dopo due estati al museo egizio di Stoccolma, capii che non faceva per me. Così passai a medicina, una scelta che mi sembrava più proficua per trovare lavoro».
Però la passione per l’Egitto non la lasciò: a un certo punto le venne l’idea di estrarre Dna dalle mummie. Fu il primo passo verso la rivoluzione paleogenetica che le ha dato il Nobel…
«Ero un giovane dottorando e avevo un po’ paura del mio professore. Temevo che dicesse: “È stupido, non è per questo che ci hanno dato i fondi”. Così lo facevo di nascosto, di notte o nei fine settimana. Prima di avvicinarmi alle mummie ho fatto una prova comprando una fetta di fegato al supermercato e “mummificandolo” in laboratorio per vedere come si può estrarre Dna. Poi ho iniziato con le mummie nei musei, soprattutto di Uppsala e Berlino, grazie al mio vecchio professore di egittologia. All’epoca la maggior parte degli scienziati pensava che il Dna fosse una molecola molto delicata, che si degrada rapidamente dopo la morte di un individuo. Ma si scoprì che piccole quantità di Dna rimangono – seppure degradate – in frammenti brevi ma, in molti casi, recuperabili. Però è probabile che il Dna umano che trovai allora sulle mummie fosse una contaminazione da contemporanei: dai curatori del museo o da me stesso, così studiai tecniche più affidabili per riconoscere, amplificare e sequenziare i frammenti di Dna antico».
Quindi senza l’incrocio fortuito tra i suoi studi di egittologia e biologia molecolare lei oggi non sarebbe Nobel.
«È stata davvero una felice convergenza di interessi».
Lei ha scoperto che il genoma degli europei contiene un 2 per cento di geni Neanderthal, prova che le due specie si sono mescolate. Quali sono gli effetti di questa “eredità”?
«Abbiamo visto l’esempio più sorprendente con la pandemia. Il cromosoma 3 ha una regione che abbiamo ereditato dai Neanderthal, e può avere una variante (presente nel 16 per cento degli europei) che triplica il rischio di malattia grave se si contrae il Sars-CoV-2. Si stima che abbia causato oltre un milione di morti. Questa stessa variante, però, ha un lato positivo: riduce del 27 per cento la possibilità di contrarre l’Hiv. Ci sono anche altri esempi: c’è una variante neanderthaliana che amplifica l’effetto del progesterone, l’ormone che prepara l’utero alla gravidanza, e riduce gli aborti spontanei».
La scoperta sul Covid porterà qualche progresso in medicina?
«Ad oggi non sappiamo ancora perché la variante neanderthaliana aggravi il Covid. Si sta lavorando su alcune ipotesi: uno dei geni coinvolti produce una citochina, cioè una risposta immunitaria che può danneggiare i polmoni; un altro codifica una proteina usata dal virus per entrare nelle cellule».
Il Dna ci rivela perché gli Homo sapiens sono sopravvissuti e i Neanderthal si sono estinti?
«Secondo me non è tanto una questione di differenza genetica nell’intelligenza individuale, ma in quella collettiva: i Neanderthal erano meno capaci dei Sapiens di vivere in gruppi molto grandi. E vivere in popolazioni più numerose stimola l’innovazione: è più facile che nasca un Einstein, se il gruppo è più grande. E c’è più possibilità di trasmettere conoscenze di generazione in generazione, accumulando progressi tecnologici e culturali. Comunque questi nostri “cugini” sono stati capaci di vivere sulla Terra per circa 400 mila anni, prima di estinguersi: noi Sapiens, pur così evoluti, potremmo non arrivare a quel traguardo».
Se un bambino neanderthaliano nascesse oggi in una famiglia umana, e venisse cresciuto allo stesso modo dei nostri figli, riuscirebbe a integrarsi nella società?
«Probabilmente sì, ma senza eccellere nelle abilità sociali complesse, come la persuasione. Difficilmente sarebbe un politico di successo».

Eppure in Occidente l’asticella non sembra altissima. Tornando al Nobel: qual è il suo ricordo della telefonata da Stoccolma?
«Essendo svedese, quando ho visto il numero con il prefisso della mia nazione, non ho pensato al Nobel – come magari fanno gli scienziati di altri Paesi nel giorno del Premio – ma a qualcosa che avesse a che fare con la mia casetta estiva. Qualche seccatura, qualche riparazione da fare..
. Quindi per me è stato ancora più sorprendente».