la Repubblica, 17 maggio 2026
La battaglia in tribunale sul cuore di Maradona
Il cuore di Diego Armando Maradona pesava 503 grammi quando ha smesso di battere. Quasi il doppio di quello di un uomo normale. Un cuore enorme, malato, gonfio d’acqua come il resto del corpo del Pibe de Oro, morto il 25 novembre 2020 in una casa presa in affitto a Tigre, periferia nord di Buenos Aires. Proprio quel cuore ora si trova al centro del processo che prova a stabilire se la morte dell’idolo argentino potesse essere evitata.
Sono passati quasi sei anni e ancora non si conoscono i responsabili. Esattamente un mese fa il dibattito è iniziato da zero in seguito a uno scandalo che ha travolto una delle giudici del primo collegio, Julieta Makintach: aveva girato immagini all’interno del tribunale che poi erano apparse in un documentario sul caso, subito diventato virale.
Lo scorso giovedì la vicenda ha raggiunto nuove vette drammatiche. La difesa punta tutto sul cuore di Diego Armando Maradona e cerca di dimostrare che la morte non era prevedibile né evitabile dai sette medici imputati. Il ragionamento è questo: Maradona aveva una cardiomiopatia dilatativa molto avanzata, una malattia cronica che indebolisce il muscolo cardiaco e ingrandisce il cuore fino a renderlo incapace di pompare sangue in modo efficace. Il fatto che il cuore pesasse 503 grammi viene usato come prova materiale di una patologia gravissima e preesistente.
A supporto di questa tesi, Leopoldo Luque, medico personale del campione e imputato numero uno, ha fatto proiettare le immagini dell’autopsia del 2020 in aula. Senza preavviso e senza contare che avrebbero potuto urtare la sensibilità di molti.
Nella sala era presente Gianinna Maradona ed è scoppiato il caos. La figlia di Diego si è alzata ed è uscita urlando: «Hijo de puta!». Poi il pianto, la confusione generale, la sospensione dell’udienza e la richiesta urgente di un medico per assisterla.
L’accusa cerca invece di dimostrare che Luque e gli altri sei imputati hanno negato cure minime e di fatto lasciato che morisse. «Con un semplice diuretico, in 48 ore la sua salute sarebbe nettamente migliorata». Le parole del dottor Mario Schiter, medico storico di Maradona nei primi anni Duemila, hanno rilanciato – sempre giovedì nella corte di San Isidro – la condanna morale per i professionisti sanitari imputati di omicidio con dolo eventuale.
Secondo Schiter, specialista in terapia intensiva e presente all’autopsia nel 2020, Diego mostrava tutti i segni di una insufficienza cardiaca congestizia. «Vedo pazienti così ogni giorno – ha detto. Si somministrano diuretici per eliminare i liquidi e dopo dodici ore stanno già meglio». Per l’accusa, l’agonia del campione era visibile ma è stata ignorata. Maradona era stato operato tre settimane prima per un ematoma subdurale e poi trasferito in una villa dove avrebbe dovuto proseguire la riabilitazione. Una scelta che Schiter contestò subito e che è ancora oggi al centro di tutte le discussioni.
Il processo continua al ritmo di due udienze a settimana. Dopo lo scandalo che ha travolto la giudice coinvolta in un documentario non autorizzato, è riniziato da zero. E non è un dettaglio da poco: nei corridoi del tribunale, la sensazione è che le parti conoscano ormai ogni mossa dell’avversario.
L’unica vera sorpresa, finora, è stato proprio Leopoldo Luque, medico personale del “Diez” e figura centrale della vicenda. Con lui la psichiatra Agustina Cosachov, lo psicologo Carlos Díaz, coordinatori sanitari, infermieri e medici. Nel primo processo Luque taceva. Ora parla senza sosta. Ha già chiesto di intervenire sei volte in dieci udienze, fino a quella di giovedì.
Anche da morto Maradona continua a muovere forti sentimenti in Argentina. Il suo processo si è inevitabilmente trasformato in un grande show mediatico. Ma dietro lo spettacolo resta un interrogativo: se il più grande di tutti potesse essere salvato con un farmaco qualunque e qualcuno abbia deciso di non farlo.