corriere.it, 17 maggio 2026
Confermata la morte della megattera Timmy
Adesso che ne abbiamo la certezza – la carcassa della balena ritrovata morta nei giorni scorsi al largo della Danimarca è proprio quella della megattera Timmy, che si era spiaggiata nelle settimane scorse in Germania -, l’interrogativo diventa più insistente: questo accanimento terapeutico era davvero necessario? Valeva la pena tentare il tutto per tutto, con quel grande impiego di risorse e di mezzi che di sicuro non potrà essere ripetuto per altri casi analoghi (e purtroppo sono parecchi) e un’operazione di salvataggio definita a più riprese «spettacolare» e diventata un caso mediatico, oppure sarebbe meglio lasciare che la natura facesse il suo corso?
Diversi esperti avevano individuato subito nel comportamento del grande cetaceo il desiderio di andarsene, di morire in pace. Dopo i primi tentativi di farla arrivare in acque più profonde, la sua scelta di tornare verso la costa e lasciarsi andare in acque basse appoggiandosi al fondale era stata interpretata come un chiaro segnale per dire: «Per me finisce qui».
Si studia da tempo il canto di questi meravigliosi animali, cercando di interpretarlo. Ma di loro forse non si è ancora capita tutta la complessità. O, forse, il mondo dei biologi, degli ecologi e dei naturalisti riesce anche a comprenderlo; ma il messaggio non arriva o viene semplicemente ignorato dalla politica, che è invece più attenta all’emotività popolare, che nella mente di chi dipende dai risultati elettorali si traduce sempre nel concetto di «consenso». Così Till Backhaus, il ministro dell’Ambiente del land del Meclemburgo-Pomerania Anteriore, nelle cui acque era avvenuto lo spiaggiamento, aveva alla fine ceduto alle pressioni di chi iniziava ad accusarlo di non avere fatto abbastanza per salvare l’animale. Tra i tanti anche gruppi di attivisti, spesso più propensi a sostenere principi ideali che non a fare i conti con la realtà. Per esempio non interrogandosi sul fatto che poi non tutti gli animali che si troveranno in quella situazione potranno essere gestiti allo stesso modo, se non altro per questioni di costo – nel caso di Timmy l’intervento è stato finanziato da un privato -, prima ancora che di opportunità.
Perché c’è anche questa. Non ci si chiede che fine facciano i cetacei che muoiono naturalmente in mare aperto? Fanno la giusta fine, nel senso che tornano all’ambiente, o meglio all’ecosistema, come tutti gli esseri viventi che a un certo punto non lo sono più. Diventano cibo immediato per altri animali, i loro resti si adagiano sul fondo e poi col tempo si decompongono, diventando parte di quei nutrienti del mare di cui si alimentano anche gli organismi più piccoli. Il ciclo della natura non prevede l’intervento umano, sa fare da sé.
La complessa operazione di salvataggio, che ha comportato l’uso di diversi mezzi tecnici e che i media locali avevano seguito in diretta streaming proprio perché «spettacolare», ha dichiarato che «acconsentire al tentativo di salvataggio non era una critica alla scienza» – che però non è stata ascoltata, diciamo. E che «è assolutamente umano cogliere anche la più piccola opportunità quando è in gioco una vita». Ha anche sottolineato, secondo quanto riportato dall’agenzia tedesca Dpa, che l’intervento aveva dato alla balena «un’ultima possibilità di recuperare la libertà e la salute», ma che l’animale non è riuscito a coglierla. Come dire, la colpa è solo dell’animale.
Ma l’intervento umano nel percorso della natura come detto non dovrebbe essere previsto Quello che l’uomo potrebbe fare è invece interrogarsi sul perché siano in aumento gli spiaggiamenti di cetacei laddove non ci si aspetterebbe di trovarli, come nelle acque basse del Mar Baltico, dove una megattera o un capodoglio non avrebbero ragione di andare. Cosa li spinge a farlo? Il cambio delle correnti? L’inquinamento? La mancanza di cibo nelle loro zone di elezione? Sono disorientate dal rumore sottomarino causato dalle attività umane, ovvero navigazione commerciale e da diporto o attività militari?
«Si può ora confermare che la megattera arenata vicino ad Anholt è la stessa balena che si era arenata in Germania ed era stata oggetto di tentativi di salvataggio», ha dichiarato Jane Hansen, responsabile di divisione presso l’Agenzia danese per la protezione dell’ambiente, confermando quella che era apparsa fin da subito come molto più che una supposizione e mettendo fine ad una vicenda iniziata a marzo, con il primo spiaggiamento. La cronaca sul caso Timmy, che altri hanno anche ribattezzato Hope, ovvero speranza, probabilmente finisce qui, oggi, con la conferma dell’identificazione. Gli interrogativi però restano e sarebbe opportuno provare a dar loro una risposta.