Corriere della Sera, 17 maggio 2026
Perché il mondo non è come ci appare
Il mondo che conosciamo è, in gran parte, una storia che la mente racconta a sé stessa. Considera una pianta di gerani rossi nel tuo terrazzo: per te appaiono rossi, profumati, vivi. Eppure, nessuna di queste qualità appartiene realmente alla pianta. I petali, in virtù dei loro pigmenti, riflettono selettivamente determinate lunghezze d’onda della luce e ne assorbono altre. La luce riflessa raggiunge la retina dove certi tipi di cellule sensibili a specifici intervalli di lunghezze d’onda generano segnali elettrici. Il cervello elabora questi segnali e crea l’esperienza del colore rosso.
Anche il profumo dei fiori è un’elaborazione degli stimoli che certe molecole volatili rilasciate dai fiori esercitano nel sistema olfattivo e che il cervello trasforma in percezione odorosa. Quella pianta di gerani così come li sperimentiamo, esiste soltanto nella nostra mente.
Tempo
Il sospetto che il mondo potesse non essere oggettivo e indipendente dalla nostra osservazione è un sospetto antico. Già Democrito, intorno al 400 a.C., si domandò se le proprietà che attribuiamo agli oggetti non fossero che effetti prodotti dall’interazione tra le cose e i nostri sensi. Questa ipotesi attraverserà secoli di storia del pensiero, ma rimarrà priva di grande peso: in fondo il mondo funzionava benissimo anche se ipoteticamente deformato da percezioni e sensazioni illusorie.
A cambiare profondamente il quadro, nel Novecento, è stata la fisica. Einstein ha dimostrato che il tempo non è assoluto né uguale per tutti: scorre in modo diverso a seconda della velocità a cui ci si muove e della forza gravitazionale a cui si è soggetti.
Il tempo che noi percepiamo, invece, non esiste là fuori nel mondo come un dato oggettivo, ma è una costruzione del cervello modellata da ritmi biologici, emozioni, memoria e aspettative. In questo, il tempo non è diverso da qualsiasi altra percezione: esiste fisicamente, ma il modo in cui lo sperimentiamo è una costruzione della mente.
Meccanica quantistica
La meccanica quantistica ha spostato ancora di più gli assi della comprensione della realtà. Sebbene non sia questa la sede per entrare nel merito, basti dire che le leggi che governano la materia su scala atomica sono profondamente controintuitive.
Così il progresso scientifico ha progressivamente acuito il divario tra realtà oggettiva ed esperienza vissuta. Già nel corso del secolo scorso la neurofisiologia aveva dimostrato che i nostri organi di senso inviano al cervello solo segnali elettrici che non contengono alcuna qualità percettiva. Sebbene non esista ancora una spiegazione scientifica sulla genesi dei colori, suoni, odori e sapori o sensazioni come il calore o il dolore, sappiamo però che queste qualità non esistono in nessun altro luogo al di fuori del nostro cervello.
Ciò non significa che tutta la realtà che percepiamo sia illusoria. Gli oggetti macroscopici che popolano la nostra vita, come edifici o alberi nel parco, non sono illusioni. Le loro proprietà fisiche, dalla grandezza geometrica sino alla struttura molecolare e atomica, esistono e sono indipendenti da qualsiasi osservatore.
Nonostante la consapevolezza che molti aspetti del mondo che vediamo e tocchiamo siano un’astrazione, le nostre percezioni non possono essere corrette, così come non si può smettere di percepire un’illusione ottica solo perché si sa che è un’illusione. Il divario tra ciò che sentiamo e ciò che sappiamo resterà probabilmente sempre lì ad alimentare il nostro ingenuo realismo.
Evoluzione
Questa persistenza delle percezioni, nonostante la fisica le contraddica, non è un difetto: è un tratto della nostra biologia. Infatti, le strutture fondamentali entro cui la mente organizza l’esperienza del mondo sono prodotte dall’evoluzione: i nostri sensi hanno fornito vantaggi alla nostra sopravvivenza.
Ad esempio, i colori sono un’interfaccia prodotta dall’evoluzione per distinguere oggetti come, ad esempio, un frutto maturo tra le foglie.
Ma c’è anche di più. Ogni percezione genera anche un’etichetta interna: un’esperienza sensoriale privata e soggettiva che rimane inaccessibile dall’esterno.
Questa dimensione qualitativa dell’esperienza resta fondamentalmente incomunicabile.
Non possiamo mai essere certi che il colore che vedo io sia identico a quello che vedi tu, poiché l’esperienza di quelle sensazioni non può essere trasferita o condivisa con gli altri.
Possiamo solo presumere, attraverso convenzioni linguistiche e comportamenti concordanti, che le nostre esperienze siano simili, ma cosa si prova nel vedere un colore, nel sentire un suono, un profumo o un gusto rimane confinato nell’interiorità individuale.
Se potessimo osservare direttamente il mondo spogliato di ogni nostra percezione, apparirebbe radicalmente diverso da quello che viviamo ogni giorno: un luogo privo di qualsiasi sfumatura sensoriale, fatto di molecole, campi elettromagnetici e gravitazionali, campi quantistici e interazioni fisiche che non possiamo avvertire, ma i cui effetti permeano ogni aspetto della nostra esistenza.
Il mondo fisico, nella sua cruda realtà, lo possiamo immaginare come privo di colore, di suono, di odore.
Per concludere, prendere atto che ogni nostra percezione è un’interpretazione e non una fotografia della realtà esterna significa essere consapevoli che analizzarla mediante i nostri sensi è, in ultima analisi, un’analisi di come il cervello costruisce la realtà.
Sebbene la scienza, attraverso strumenti e metodi che vanno oltre i sensi, continui ad avvicinarsi alla realtà, la distanza tra il mondo come appare a noi e il mondo come è resterà incolmabile.