Corriere della Sera, 17 maggio 2026
Il cuore dell’avvenire
Come tenere acceso un fiammifero nel bel mezzo di una tempesta. Una sirena anticipa di pochi secondi la scarica. Sui grandi schermi della sala di controllo al piano terra del Culham Campus, mezz’ora di auto a sud di Oxford, appare un’intensa luce viola che man mano degrada sui toni del rosa e dell’azzurro per poi affievolirsi e, infine, scomparire. Eccola, la fusione. Eccola, la tecnologia che da almeno quarant’anni l’umanità sta inseguendo per abbandonare i carburanti di origine fossile e inaugurare una nuova era dominata da un’energia che non emette radiazioni pericolose né gas serra nocivi per l’ambiente.
L’Oxfordshire non è in verità l’unico luogo dove si sta sperimentando il confinamento magnetico: il progetto internazionale forse più famoso si chiama Iter e si trova nel sud della Francia, a Cadarache, Stati Uniti e Cina ci stanno lavorando e da qualche anno anche i privati hanno deciso di scommetterci. Assomiglia molto alla Corsa allo Spazio degli anni Cinquanta del secolo scorso solo che, almeno per il momento, grandi e medie potenze hanno deciso di sotterrare l’ascia di guerra dividendosi i compiti: a ognuno un tassello del puzzle da risolvere. E così, se in Francia la sfida è produrre più energia di quanta serve per innescare la reazione, in Gran Bretagna l’obiettivo è imparare a gestire e a modulare i picchi di energia prodotta dalla fusione. In metafora: domare il drago. Una bestia fatta di plasma, su cui sappiamo molto ma non ancora tutto. Ecco il perché della scarica. Sedici al giorno, ognuna preziosa per comprendere meglio il comportamento di questo strano elemento di cui sono fatte le stelle.
Un lavoro lento, paziente, che qui ad Abingdon i trecento e più scienziati dell’Autorità dell’Energia atomica Britannica (l’UKAEA) stanno portando avanti insieme all’italiana Eni, fra le prime società private a livello internazionale ad aver creduto (e investito) sulla fusione. Nei giorni scorsi una decina di giovani fisici e ingegneri della società, formatisi al Politecnico di Torino e guidati da Francesca Ferrazza, Head of Magnetic Fusion Initiatives di Eni, si è alternata nei laboratori del Culham Campus per svolgere il training per padroneggiare la materia in vista del passaggio dalla fase prototipale a quella commerciale. Spiega la stessa Ferrazza: «La fusione si distingue dalla fissione, dove un materiale radioattivo – uranio o plutonio – viene bombardato con neutroni per spezzare i legami e creare di conseguenza energia. Qui il processo è diverso e insegue ciò che accade nel Sole, anche se le condizioni di minor gravità che abbiamo sulla Terra ci costringono a forzare il sistema, aumentando la temperatura di oltre dieci volte rispetto a ciò che avviene nello Spazio. La fusione nucleare è infatti il processo che alimenta le stelle, in cui due nuclei leggeri (solitamente isotopi dell’idrogeno deuterio e trizio, ndr) si uniscono per formare un altro atomo leggero in stadio gassoso, l’elio, liberando una quantità enorme di energia. Per innescarla sulla Terra, però, è necessario riscaldare la materia portandola a oltre 100 milioni di gradi e trasformandola in plasma. Quello che stiamo facendo qui è imparare a domarlo confinandolo all’interno di una camera sottovuoto di forma toroidale, il cosiddetto Tokamak, che se all’interno è caldissima all’esterno è freddissima, di pochi gradi sopra lo zero assoluto». È davvero come tenere accesa una fiammella in una tempesta: da qui la grande difficoltà che finora ha impedito di passare a una fase commerciale.
Il che, comunque, resta l’obiettivo finale. Del governo britannico ma anche di Eni la quale, se oggi manda qui i suoi tecnici del futuro a esercitarsi sull’impianto Mast-Upgrade, ha siglato con l’Autorità britannica un accordo per la realizzazione di un nuovo impianto per processare, stoccare e riciclare il trizio ed è inoltre azionista di uno spin-out del Mit di Boston il quale ha la finalità di accelerare la corsa alla fase industriale della fusione a confinamento magnetico. «Negli Usa – conclude Ferrazza – siamo impegnati nella costruzione di un nuovo reattore, lo Sparc, con il quale per la prima volta nella storia raggiungeremo un bilancio energetico positivo». Il drago è quasi domato.