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 2026  maggio 17 Domenica calendario

Intervista a Julianne Moore

Julianne Moore appare in tailleur nero, scarpe rosse che sembrano pantofole paffute (pare siano all’ultima moda). Eccola con i suoi lineamenti fini, la bellezza sofisticata, pelle diafana, lentiggini, gli inconfondibili capelli rossi oggi raccolti. Il festival la premia con Kering, Women in Motion. Classe ’60, interpreta donne colte, borghesi, complesse, attraversate da fragilità emotiva, lavorando sui silenzi, su movimenti del volto quasi impercettibili.
Ricorda gli inizi?
«Ero determinata, ma la mia ambizione non era quella di diventare una star. E la mia carriera non è stata per niente lineare, è piena di up and down. Non immaginavo di avere chissà quale successo. Quando cominciai il teatro, ignoravo che si potesse vivere di questo mestiere».
Cosa avrebbe dovuto fare?
«Ero destinata agli studi classici, la prof convinse i miei a iscrivermi a una scuola d’arte drammatica. Feci la promessa a mio padre che avrei studiato medicina in parallelo, se le cose fossero andate male. Nel 1985 entrai nel cast di Così gira il mondo. Una soap opera all’acqua di rose molto popolare. Andai avanti, di progetto in progetto».
E adesso?
«Ho appena fatto un cameo in Italia per il film di Tom Ford, Cry to Heaven, dal romanzo di Anna Rice. I protagonisti sono Nicolas Hoult, Hunter Schafer e Aaron Taylor-Johnson ed è il debutto al cinema della cantante Adele. La storia si svolge nel mondo della lirica e racconta di due musicisti del XVIII secolo, un contadino calabrese, castrato per preservare la voce sopranile, e un nobile veneziano che ne diventa il maestro. Amo il mio lavoro».
Ma c’è un genere di film che non vuole più fare?
«Sono meno interessata alle tragedie. Viviamo in un mondo che sta attraversando un periodo difficile, non sono interessata a recitare in film che prevedono pistole, fucili, esplosioni. Non mi piace quando qualcuno viene ucciso. Non mi piacciono le isterie, e tutto ciò che alza la posta in gioco senza un vero sentimento sotto. Non saprei come interpretarlo e non vorrei nemmeno guardarlo».
Lei ha recitato all’esordio di Tom Ford come regista.
«Sì, era A Single Man. Tom l’ho conosciuto tanti anni fa. Quando ho vinto l’Oscar, nel 2015 per Still Alice, Tom ha disegnato un abito per me ma era troppo trasparente per quella serata e non ho avuto il coraggio di indossarlo».
Altro incontro importante, con Almodóvar.
«Quando mi propose La stanza accanto mi diedi un pizzicotto, non c’è attrice che non voglia lavorare con lui».
Cosa ricorda dell’Oscar?
«Alla vigilia mi dissero: se non vinci, sarà la più grande delusione della tua vita».
Lei e i diritti femminili.
«Noi donne siamo il 52 percento della popolazione, ma dal 2024 al 2025 al cinema siamo scese dal 41 al 37 percento. Però oggi ci sono tante più registe e le sceneggiatrici. Ho cresciuto i miei figli all’educazione di genere e alla solida etica del lavoro. In famiglia non esiste la parola patriarcato. Mio figlio era in aereo e mi ha detto: in business class ci sono solo uomini. Benvenuto nel mondo, ho risposto».
È riuscita a vedere qualche film al festival?
«Mi è piaciuto Gentle Monster con Léa Seydoux, sull’orrore della pedofilia. Nel film di Marie Kreutzer non c’è niente di didattico».
Cosa lascia il nomadismo in cui è cresciuta?
«Era per via del lavoro di mio padre, ufficiale militare. Abbiamo vissuto in Alabama, nel Nebraska, in Texas, fino a Francoforte, in Germania. Sono diventata una eccellente osservatrice delle gerarchie, delle maniere sociali e del modo in cui le persone interagiscono. Mi adatto velocemente. Il rovescio della medaglia è che mi occorre molto tempo perché mi senta davvero a mio agio. Qui a Cannes lo sono. Un onore e un piacere ricevere questo premio».