Corriere della Sera, 17 maggio 2026
Andrea Guerra parla del padre, Tonino, e di sé stesso
Certi film di Ferzan Özpetek (Le fate ignoranti), Roberto Faenza (Prendimi l’anima), Silvio Muccino (Parlami d’amore) hanno qualcosa in comune: le colonne sonore. Tutte scritte da Andrea Guerra, pluripremiato compositore, romagnolo, figlio dello scrittore e sceneggiatore Tonino Guerra.
La Romagna, oltre al liscio, ha una sua musica interiore?
«I dialetti, con quell’espressività particolare che è fantasia, umore, ritmo».
Si dice Romagna e il pensiero va alle spiagge e alla tavola, ma è anche terra di grande poesia: Giovanni Pascoli, Mariangela Gualtieri, lo stesso Tonino Guerra…
«Io penso – e lo pensava anche mio padre – che proprio il dialetto è stato la fonte poetica che ha generato uno stile».
Tonino lo parlava?
«Certo! Era la lingua delle peregrinazioni nell’entroterra verso gli Appennini, alla scoperta dei borghi minimi, spopolati, in compagnia del suo amico Gianni, il barbiere di Pennabilli. Diceva che c’era una differenza tra lui e un altro amico, Michelangelo Antonioni, che cercava i posti in alto per vedere il panorama, mentre papà amava paesini come Ranco in Val Marecchia, una manciata di case dentro il fiume, che chiamava “il nido dentro le cose”».
Luoghi d’ispirazione…
«Incontrava personaggi semplici e saggi, che interrogava con domande cosmiche. Proprio a Ranco si imbatté in un contadino della sua età che non si era mai mosso da lì; aveva un giardino di ortaggi cui dedicò un poema in romagnolo: L’órt ad Liséo, L’orto di Eliseo».
E il mare?
«Da piccolo avevamo casa a Cesenatico, con il suo porto-canale disegnato da Leonardo dove andavo a pescare col bilancino; più tardi frequentavamo Cervia, davanti alle vecchie saline c’è ancora una fontana molto bella ideata da mio padre».
A dispetto dei suoi impegni internazionali, lei continua a vivere dove è nato: Santarcangelo di Romagna.
«Ci sono nato e cresciuto artisticamente in mezzo a poeti e intellettuali progressisti che negli anni Sessanta e Settanta hanno combattuto affinché il centro medievale non fosse abbattuto; a loro si deve quel teatro in piazza – quattro bastoni e altrettante lampadine – che ha suggestionato noi ragazzi di allora: me, Daniele Luttazzi, mio compagno di classe, Fabio De Luigi».
Suo padre è rimasto qui fino alla fine…
«È tornato a metà degli anni Ottanta dopo tutte le sue esperienze e da cultore della bellezza si è battuto subito contro quel turismo degenerato, il “divertimentificio”, fatto di laminati al posto del legno e tavoli, tovaglie, bicchieri di plastica. Ai ristoratori diceva che quando si mangia, si mangia anche con gli occhi; agli albergatori che bastava un quadro per un’ospitalità superiore. Una battaglia iniziata da Santarcangelo con manifesti dagli slogan provocatori e poetici».
Un esempio?
«Contro il malcostume di dipingere le facciate con colori incongrui, fece affiggere cartelli con questa scritta: “Le case hanno il colore delle case, l’azzurro lasciatelo al cielo e il verde agli alberi”. Poi chiamò un amico, famoso designer e urbanista, per ristabilire la scala cromatica degli edifici del paese».
Altro?
«Inventò una ricetta a base di spaghetti – quindi fuori dalla nostra tradizione della pasta all’uovo – conditi con un pesto a crudo di olive nere, capperi, prezzemolo, olio e tonno; li propinò a tutti, da Mastroianni a Fellini, per il quale scrisse la sceneggiatura di Amarcord, che per me rappresenta quel lirismo quasi operistico che è lo spirito intimo e profondo della Romagna».