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 2026  maggio 17 Domenica calendario

Concita De Gregorio parla del suo tumore

Concita De Gregorio, come sta?
«Sono contenta di esserci».
La malattia fende la vita delle persone. C’è un «tempo del prima» e «un tempo del dopo». De Gregorio attraversa questo crinale con dolcezza e profondità nel libro «La cura», partendo dalla diagnosi di cancro al seno arrivata nel 2022.
Ci sono due tempi?
«Il tempo del prima è un tempo in cui le cose si possono rimandare: “lo faccio l’anno prossimo”, “ci vediamo presto”. Il tempo del dopo, no. Perché non c’è tempo».
E allora anche un viaggio intercontinentale lungo due giorni diventa «da fare subito».
«Il mio figlio più piccolo vive in Australia. Non potevo dirgli per telefono della malattia, dovevo vederlo. Se non hai di fronte chi parla, non capisci, immagini scenari terribili. L’operazione era imminente, chiesi ai medici di poter partire. Sapevo dei pericoli: se hai un impianto sottopelle che ti mette a rischio embolia e se devi fare le cure ospedaliere tre volte alla settimana, un volo così lungo è sconsigliabile».
Però quell’abbraccio fisico era necessario.
«Sapevo che sarebbe stata una medicina. E così è stato. Bellissimo. Non ho nemmeno avuto paura di volare».
Nel «tempo del prima» c’è il proposito di perdere qualche chilo e magari di tagliare i capelli.
«Nel “tempo del dopo” ti ritrovi con otto chili in meno e senza capelli. È un tempo più corto, ma più largo, in cui puoi ritrovare tante forme di te che non conoscevi ma che ti abitano da sempre. E io trovo maschi, femmine, vecchi, bambini, conigli».
O il ragazzino di undici anni che lei ha visto quando si è guardata allo specchio?
«Magrissimo, con gli occhi grandi, i capelli a zero, due segni al petto come due sorrisi storti. Ma quel ragazzino aveva una sua bellezza che ho imparato a riconoscere. E allora, nel “tempo del dopo” scopri che la grande letteratura ha ragione, che “conteniamo moltitudini” che cambiamo pelle, che il corpo non resta sempre lo stesso. E io ho voluto abbracciare quella figura, ho scelto di non cambiarla».
È per questo che ha deciso di non fare la ricostruzione dopo la mastectomia?
«Questo è un tema delicato e voglio rispondere con chiarezza: oggi mastectomia e ricostruzione si fanno quasi sempre in contemporanea, perché si dà per scontato che una donna voglia, legittimamente, tornare a quella che era prima. Io ho scelto diversamente, ma è stata una decisione strettamente personale, so bene quanto sia importante per qualcuno tornare al “tempo del prima”».
C’è un sottile non detto che riporta al corpo conforme, socialmente accettato.
«Ma conforme per chi? Io appartengo a una generazione di donne che è scesa in piazza per vedersi riconosciuto il diritto di valere senza necessariamente apparire. Ma poi, con l’età, ho imparato che si può benissimo indossare uno splendido vestito da principessa e tenere una conferenza sull’America Latina. Non è quello. Nel mio caso ho semplicemente scelto di abitare questo corpo così come si era trasformato, fine».
Quarant’anni insieme a suo marito (Alessandro Cecioni, ndr). Un rapporto solido che nei giorni della malattia ha preso la forma di una «logistica dell’amore».
«Una persona che viene a prenderti aspettando sotto la pioggia. O che organizza un viaggio, o che regola l’agenda di famiglia. Lui è un rugbista, ha l’animo del coach, spesso i figli gli dicono “non siamo la tua squadra, ma la tua famiglia”. E invece nel “tempo del dopo” questo accudimento, questa capacità organizzativa è stata fondamentale».

Lo si comprende tardi?
«Sì perché quando sei giovane pensi molto al sentimento, quindi a sentire le cose. C’è l’amore, non c’è l’amore, c’è desiderio, non c’è desiderio. Più tardi invece ti accorgi che nell’amore conta anche un “fare le cose” e nel mio caso questo è stato importantissimo. Ho ritenuto doveroso, nel libro, ringraziarlo per quello che ha fatto e che continua a fare».

Peraltro anche con il primo figlio, quando era appena nato (oggi per fortuna sta benissimo) avete frequentato gli ospedali.
«E a lungo in seguito lui ne ha portato le cicatrici. Quando mi chiedeva che cosa fossero, gli dicevo che erano i segni di un combattimento, contro un mostro terribile, battaglia che lui aveva vinto. Ma sbagliavo».
Nel linguaggio?
«Sì, perché oggi so che nel racconto della malattia ci sono due rischi retorici opposti ma speculari. Il primo è la grammatica bellica, cioè si fa sentire il malato un “guerriero” che deve sconfiggere chissà quale drago. Gli si inocula una specie di colpevolezza, il famoso “ma che cosa ho fatto per meritarmi questo”, lo si sprona alla battaglia contro il male quando l’unica battaglia che bisogna fare è quella per avere fondi per la ricerca, strutture adeguate e una sanità degna di un paese civile».
E l’altro rischio?
«È quello opposto del martirio, cioè della retorica della malattia come dono o come opportunità. È un concetto fuorviante: è vero che la malattia apre nuove finestre e sguardi, è vero che in questi anni ho conosciuto persone bellissime e ne parlo diffusamente nel libro. Però penso che se non mi fosse accaduto, sarebbe stato meglio».
Tra i due tempi, compare un setaccio, come quello dei cercatori d’oro.
«I sassi pesanti vanno giù, l’oro resta. Ci sono persone che di fronte a una malattia spariscono. Non sempre per insensibilità, qualche volta per una sorta di analfabetismo delle emozioni. Ma ci sono anche tanti nuovi arrivi, per non parlare dei ritorni. Nella maggior parte dei casi l’accudimento avviene non ad opera dell’attuale marito o moglie, ma sono gli e le ex che tornano. Lo dicono gli infermieri».
Si divide il pesante dal leggero e prezioso.
«Si fanno due file: quelli che si vogliono bene, quelli che ti vogliono bene».
Lei fa notare che sono quasi sempre gli uomini quelli che se ne vanno.
«C’è uno studio dell’American Cancer Society del 2009 su un campione di oltre duemila pazienti malati di cancro o di sclerosi multipla: tra le coppie che avevano divorziato nell’arco di quattro anni (il 6%) la persona malata era sempre la donna».
Ci sono stati molti sassi da lasciar affondare?
«Sì ma non parlo solo di persone. Facciamo tante conversazioni inutili, acquisti inutili, serate inutili. Però nella mia vita sono entrate persone come Angelina, la donna con la quale, in ospedale, ho trascorso il ferragosto migliore della mia vita».
Capitolo assicurazioni. Negli Stati Uniti un giovane italo americano, Luigi Mangione, ha ucciso a colpi di pistola Brian Thompson, CEO di UnitedHealthcare. Ma per molti è stato un eroe.
«In un saggio americano si legge che il compito non dichiarato delle compagnie assicurative è quello di non pagare: una missione aziendale indicibile, ma chiara, a cui i dipendenti sono addestrati. Non si giustifica, ma si può forse capire allora la sollevazione popolare in difesa di Mangione. E in ogni caso quando un assassino diventa un eroe c’è sempre una domanda da porsi».
Lei nel libro dice che il corpo sa perfettamente chi o che cosa lo ha fatto ammalare. Nel suo caso c’entra il grave caso per il quale lei è stata costretta a lungo (e completamente da sola) a pagare i debiti dell’«Unità» risalenti alla sua direzione?
«No, non c’entra niente. Quello che scrivo è l’esperienza dalla psico-oncologa. Le ho detto che “il mio corpo sa che cosa mi ha fatto ammalare” e lei ha affermato: “Quello che sente è sempre vero. È vero per lei, dunque è vero”».
Lei è stata a lungo riluttante a frequentare i gruppi di sostegno per i malati di cancro, come quelli che si riuniscono per fare delle torte o altre attività. Però, alla fine, ci è andata.
«Rifiutavo l’idea di essere vista solo come una malata, nel tempo libero tra una terapia e l’altra volevo un vero tempo libero. Però poi ci sono andata ed è stato bellissimo. Così come fare un servizio fotografico assieme ad altre donne, storia con cui si chiude il libro».
Un libro sulle relazioni.
«Quelle che si instaurano, nel percorso di una malattia. Angelina, Elsa, Alessandra. Ci sono tante persone che sanno fare benissimo il proprio lavoro e delle quali io mi innamoro. Quando mi chiedono che cosa ho imparato dalla malattia, rispondo che non ho imparato nulla, forse ho incontrato alcune nuove versioni di me. Bene, ho conosciuto la “Concita sapiosexual”, che si innamora delle persone competenti».