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 2026  maggio 17 Domenica calendario

Taiwan: l’isola dal destino sospeso

Alla fine, la botola di una trappola Donald Trump forse l’ha aperta da solo. Parlando a braccio con i giornalisti sull’Air Force One di ritorno da Pechino, dopo che Xi Jinping lo aveva ammonito a non cadere nella «Trappola di Tucidide» e dunque accettare l’«inevitabilità storica della riunificazione di Taiwan alla Madrepatria».
In volo, ha detto tre cose importanti: 1) Non gli piacerebbe inviare i ragazzi americani a 15 mila chilometri di distanza a battersi per l’indipendenza di una piccola isola a solo 100 chilometri dalla Cina, che è molto potente. 2) Non ha ancora deciso sulle nuove forniture di armi a Taiwan: c’è un pacchetto da 14 miliardi di dollari in discussione a Washington, Xi ha più volte «sconsigliato» di andare avanti e Trump ora lo definisce «francamente, una buona carta negoziale con i cinesi». 3) Ha concluso che della questione degli armamenti deve parlare «presto, con la persona... quello che guida Taiwan»: sarebbe Lai Ching-te, il presidente eletto democraticamente nel 2024 con il quale il Partito-Stato cinese rifiuta ogni contatto considerandolo «un separatista, indipendentista e guerrafondaio». Trump resta comunque convinto che Xi non attaccherà Taiwan finché ci sarà lui alla Casa Bianca e vuole solo che le due parti dello Stretto «si calmino».
L’enorme valore strategico di un territorio di soli 23 milioni di abitanti ha almeno quattro ragioni. 1) È il perno della cosiddetta «Prima catena di isole» che vanno grosso modo dal Giappone alle Filippine e fanno da barriera alla proiezione di forza navale cinese nel Pacifico. 2) Ha un’industria tecnologica che produce il 90% dei microchip più avanzati, vitali per l’economia globalizzata e dunque una sorta di polizza di assicurazione contro un’invasione cinese. 3) Ha un sistema democratico ormai consolidato. 4) Proprio la sua democrazia spinge Pechino a cercare di riprendere il controllo di Taiwan. Xi Jinping non può tollerare che un popolo di lingua cinese prosperi nella democrazia elettiva. A lungo andare potrebbe essere un esempio per le masse ora dominate dal partito comunista di Pechino.
La Formosa portoghese
Per secoli l’isola era stata considerata dalle dinastie imperiali una trascurabile «palla di fango» nell’oceano, lasciata ai navigatori portoghesi che invece la chiamarono Formosa (bella), poi agli olandesi, ai giapponesi che la annetterono nel 1895 perdendola nel 1945 alla fine della Seconda guerra mondiale. Nel 1949 diventò l’ultima ridotta del generalissimo Chiang Kai-shek sconfitto da Mao nella guerra civile sul continente: circa due milioni di nazionalisti inseguiti dall’Armata comunista vi si rifugiarono. Erano in gran parte uomini del governo di Chiang, della sua burocrazia, i resti del suo esercito. L’impatto sull’isola fu traumatico: legge marziale per prevenire uno sbarco maoista.
Taiwan, erede della Repubblica di Cina, mantenne a lungo il seggio al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, schierata con le potenze occidentali. All’inizio degli Anni 70 il grande disgelo tra Richard Nixon e Mao Zedong portò alla dichiarazione americana sull’esistenza di «Una Cina», quella governata da Pechino.
Una sola Cina
Nel 1971 Taiwan fu espulsa dalle Nazioni Unite. Però, nel 1979 Washington varò il «Taiwan Relations Act», che obbliga le amministrazioni americane a fornire all’isola armi a scopo difensivo. Niente relazioni diplomatiche formali, dunque, ma appoggio continuo dell’America.
Nel 1987 Taipei abrogò la legge marziale e consentì ai suoi cittadini di viaggiare verso il continente. Nel 1996 organizzò le prime elezioni presidenziali libere. La Cina reagì con lanci di missili verso lo Stretto. Al presidente Bill Clinton bastò inviare una portaerei per stabilizzare la situazione, i cinesi si calmarono e Taipei ebbe il suo primo presidente democratico.
Fino al 2015, Pechino e Taiwan hanno continuato a parlarsi, fare affari, l’industria taiwanese ha investito centinaia di miliardi nel continente. Nel 2016 alla presidenza di Taipei sono arrivati i Democratici progressisti che quando erano all’opposizione invocavano l’indipendenza e al governo, responsabilmente, si accontentano dello status quo: la separazione di fatto. Da dieci anni, Xi Jinping ha tagliato il dialogo con il governo taiwanese e l’Esercito popolare di liberazione ha lanciato ondate di grandi manovre sempre più aggressive.
Domanda aperta
La linea di Washington è nota come Ambiguità strategica: nessun presidente ha mai voluto chiarire come reagirebbero gli Stati Uniti in caso di invasione cinese. La «Strategic ambiguity» è studiata sia per scoraggiare la Cina da un’azione militare, sia per dissuadere fughe in avanti dell’isola verso una dichiarazione formale di indipendenza che accenderebbe la miccia. Trump sostiene che nulla è cambiato, ma le sue parole sull’Air Force One hanno probabilmente compiaciuto Xi e accresciuto le ansie taiwanesi. L’ufficio del presidente Lai ha commentato: «La Repubblica di Cina è evidentemente sovrana, indipendente e democratica».