Corriere della Sera, 17 maggio 2026
Taipei a Trump: «Siamo indipendenti»
Donald Trump «riposa», dicono alla Casa Bianca, dopo le fatiche di Pechino. Sull’Air Force One a proposito di Taiwan era stato netto: «Non voglio che qualcuno dichiari l’indipendenza e noi ci si debba sobbarcare una guerra a quindicimila chilometri di distanza. Tutti devono stare calmi e tranquilli». Da Taipei però il ministero degli Esteri in una nota tranquillissima ha ricordato ieri al presidente che l’isola è già «una nazione indipendente e sovrana» e che le previste forniture di armi per 14 miliardi di dollari approvate dal Congresso Usa e in attesa del via libera presidenziale «sono parte integrante» degli impegni previsti dalla Legge sulle relazioni con Taiwan risalente all’epoca di Ronald Reagan. «Sono una pietra miliare della pace e della stabilità regionale», dice il governo taiwanese. Trump, con una giravolta che potrebbe rivelarsi epocale per gli Stati Uniti tanto quanto la nuova postura aperturista nei confronti del Dragone cinese, più che una pietra miliare la vede come una merce di scambio: «La fornitura da 14 miliardi la tengo in sospeso, dipende dalla Cina – ha detto nell’intervista rilasciata alla Fox – Sono un sacco di armi. E un ottimo oggetto di scambio negoziale per noi».
Prima della partenza per la Cina, ricorda il New York Times, un gruppo di senatori bipartisan aveva per l’appunto pregato il presidente di non permettere che l’appoggio a Taiwan diventasse «a bargaining chip». Detto, disfatto.
Il capo della Casa Bianca non ha detto pubblicamente quale potrebbe essere la contropartita da chiedere (o già richiesta) a Xi Jinping. Certo la questione dell’uranio iraniano e la riapertura dello Stretto di Hormuz appaiono le prime urgenze nella lista delle priorità. Anche perché il presidente ha ribadito che l’ultima proposta arrivata da Teheran è stata bocciata: «L’ho esaminata, e di solito se non mi piace qualcosa alla prima frase butto via tutto». E ieri sul suo social Truth ha postato una foto di una nave Usa e di una iraniana con la scritta: «La calma prima della tempesta». A Washington si inseguono indiscrezioni su piani per la ripresa degli attacchi, che contrastano con le immagini dell’ammiraglia delle portaerei Usa, la Gerard Ford, che rientra in Virginia dopo un anno di operazioni, dal blitz contro il Venezuela di Maduro al Golfo degli ayatollah.
Restano sul tavolo come possibile merce di scambio con Pechino le questioni economiche. Su questo fronte si registrano i primi commenti cinesi agli annunci di ghiotti accordi commerciali che Trump aveva sciorinato nei giorni scorsi. Il ministero del Commercio in una nota sul proprio sito Internet ha comunicato che «gli accordi su tariffe, prodotti agricoli e vendita di aerei sono ancora in una fase preliminare». Non sono previste scadenze, anche se l’intesa «sarà finalizzata il prima possibile».
Nessuna indicazione sull’entità delle misure e sulle aziende coinvolte. The Donald ha detto che Xi si è impegnato a comperare 200 jet dalla Boeing, cifra giudicata da più parti eccessiva. La Cina non conferma né smentisce.