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 2026  maggio 17 Domenica calendario

Per Castro incriminazione e poi cattura stile Maduro?

Al pressing diplomatico americano su Cuba si è aggiunta la minaccia giudiziaria. Per alcuni media un procuratore della Florida meridionale – seconda casa per la comunità di esuli che attende con trepidazione la fine del regime comunista – si sta preparando a incriminare l’ex presidente Raúl Castro, per l’abbattimento di due aerei di un’organizzazione umanitaria di esuli. A quel tempo il fratello minore di Fidel era a capo delle forze armate. Secondo indiscrezioni giornalistiche, il procuratore di Miami prevede di rendere pubblico l’atto d’accusa mercoledì 20 maggio, quando si svolgerà un evento per onorare le quattro vittime dell’attacco del 1996. Cuba ha sempre sostenuto che gli aerei avessero violato il suo spazio aereo, affermazione contestata dalle autorità internazionali dell’aviazione.
Ora qualcuno teme che si possa replicare il «modello Venezuela»: a gennaio l’amministrazione Trump ha usato proprio un’incriminazione federale contro Nicolás Maduro come pretesto per il blitz condotto a Caracas per catturarlo. Le parole del tycoon amplificano questi timori: «Cuba ha bisogno del nostro aiuto, è un Paese fallito» ha ribadito il presidente americano in un’intervista a Fox news registrata a Pechino ma andata al suo rientro a Washington. Trump ha dichiarato più volte che Cuba sarà la «prossima» dopo il Venezuela, lasciando intendere l’intenzione di ricorrere alla forza per imporre un cambio di governo.
Ma un’eventuale incriminazione di Castro difficilmente convincerà gli strateghi militari del Pentagono ad aprire un altro fronte a neanche 150 chilometri dal confine, ritiene Richard Feinberg, professore di America Latina all’Università della California: «Non si può replicare il caso Venezuela, a Cuba è difficile immaginare un cambio di regime senza truppe statunitensi sul terreno» osserva.
Intanto sull’isola caraibica il tempo sta correndo veloce. Lo si capisce guardando l’immagine di John Ratcliffe, direttore della Cia – la stessa agenzia che tentò di eliminare Fidel Castro decine di volte – seduto all’Avana di fronte al capo dell’intelligence locale Ramón Romero Curbelo e a figure del governo cubano. Un incontro insolito, irrituale, tutt’altro che segreto: l’agenzia Usa ha addirittura diffuso una foto della riunione con il suo capo per trasmettere la «massima pressione» dell’amministrazione Trump. Al tavolo con Ratcliffe c’era anche Raúl Guillermo Rodríguez Castro, detto «el Cangrejo», il Granchio, per via di una malformazione a una mano. È il nipote prediletto di Raúl Castro, figlio della sua primogenita, diventato interlocutore di riferimento per gli Usa. È con lui che parla anche il segretario di stato Usa Marco Rubio, figlio di esuli cubani, che da tempo aspetta di realizzare il sogno di una vita: rovesciare il castrismo una volta per tutte. Perché pur avendo ceduto il timone del Paese nel 2018 a un suo fedelissimo, Miguel Díaz-Canel, si ritiene che Raúl continui a esercitare il potere dietro le quinte, soprattutto attraverso il nipote Raúl.
Una cosa è certa: la pressione esterna sale mentre Cuba è al collasso, stremata da estenuanti blackout che possono durare anche più di 20 ore, con proteste diffuse nella capitale. Da quando a gennaio, subito dopo la caduta di Maduro, Trump ha deciso di imporre il blocco, la già cronica crisi energetica cubana si è aggravata, fino all’esaurimento in questi giorni del petrolio inviato da Mosca. Il tutto in un quadro di mezzi pubblici paralizzati e carenza di cibo. La situazione è talmente grave che il governo Díaz-Canel ha deciso di accettare i 100 milioni di dollari di aiuti offerti dal dipartimento di Stato Usa, prima rifiutati: saranno veicolati attraverso la Chiesa, che dovrebbe avere un ruolo nei negoziati. Trump ha fretta, le elezioni di midterm si avvicinano.