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 2026  maggio 17 Domenica calendario

Una notte con il croupier

Le dita, agili e svelte, acca­rez­zano le fiches, le spo­stano, le ribal­tano deli­ca­ta­mente e le fanno roto­lare rag­grup­pan­dole, come per magia, in colon­nine divise per colori: quelle con le quali, poi, ti pagano una vin­cita o ti danno un cam­bio di denaro. E suc­cede tutto così velo­ce­mente che tu, (...) (...) lì davanti al panno verde della rou­lette, resti quasi ipno­tiz­zato. Poi, men­tre il crou­pier ti sor­ride, le sue mani si sfio­rano come per spol­ve­rarsi l’un l’altra in un gesto ripe­ti­tivo e auto­ma­tico – alla lunga un vero tic («ormai mi viene da farlo anche dopo aver pagato il caffè al bar o aver sfo­gliato un libro») – che serve a dirti: è tutto pulito, nes­sun inganno. Ele­ganza e rapi­dità, pre­ci­sione ed effi­cienza. Ma anche puro show. «Molti di noi, soprat­tutto tra i più gio­vani, si eser­ci­tano ore e ore a casa per essere ancora più abili e appa­ri­scenti. Ma c’è pure chi esa­gera, fini­sce col farsi male e si deve ope­rare ai ten­dini».
Luca ha 23 anni e si rac­conta con entu­sia­smo e pas­sione men­tre gio­che­rella con una fiche. È uno dei 40mila crou­pier pro­fes­sio­ni­sti ita­liani e, come la mag­gior parte dei suoi col­le­ghi, lavora all’estero. «Mi sono for­mato alla scuola di Milano, ho fatto espe­rienza in Bel­gio e poi sono stato preso in Sviz­zera: abito a Milano e fac­cio avanti e indie­tro dal Ticino. Vuole capire come è il nostro lavoro? Venga con me sta­sera e sco­prirà tutto: par­tiamo alle 19.30».
LOOK DA RAPPERLuca si pre­senta all’appun­ta­mento in bor­ghese e, dal look, sem­bra più un rap­per che un crou­pier: scarpe da gin­na­stica, pan­ta­loni della tuta, felpa col cap­puc­cio, grosse cuf­fie per la musica, occhiali da sole e un orec­chino al lobo sini­stro. «Per lavo­rare devo toglierlo, come devo nascon­dere i brac­cia­letti. I tatuaggi? Ne ho parec­chi, ma sono tutti nasco­sti quindi non creano pro­blemi». Si parte, e parte anche il rac­conto. «Ci sono vari tipi di con­tratto e si può sce­gliere quanto lavo­rare: da full time a part time. Io, quando nel 2024 sono stato assunto in Sviz­zera a tempo inde­ter­mi­nato, ho deciso per l’80% delle ore, così ho un po’ di tempo libero per stare con la fidan­zata o gio­care a cal­cio. Il lavoro mi impe­gna quat­tro giorni la set­ti­mana, quasi sem­pre di fila, con turni di 8 ore: ini­zio alle 21 e fini­sco alle 5 di mat­tina. Lo sti­pen­dio? Tra i 3 e gli 8 mila fran­chi al mese: nes­sun mestiere, in Ita­lia, viene pagato così. Al di là dei soldi, però, la vita den­tro il casinò è elet­triz­zante e diver­tente. Se ne accor­gerà».
Un’ora abbon­dante di viag­gio ed eccoci tra slot, tavoli, carte, fiches, luci e colori. Luca va diret­ta­mente negli spo­glia­toi e, quando si ripre­senta, è irri­co­no­sci­bile: scarpe nere ele­ganti, pan­ta­loni da abito blu, cami­cia bianca, gilet scuro e papil­lon rosso. La serata ini­zia con una breve riu­nione con i supe­riori nella quale ogni crou­pier cono­sce i pro­pri turni – girano tra Rou­lette, Blac­k­jack, Poker Ulti­mate Texas hold’em e Pun­to­banco -e viene infor­mato sulla pre­senza di gio­ca­tori par­ti­co­lari, che siano impor­tanti o strani. «Ogni volta che mi trovo di fronte un gam­bler – rac­conta Luca – devo adat­tarmi imme­dia­ta­mente a lui. C’è quello chiac­chie­rone e quello silen­zioso, c’è il turi­sta ma anche l’esi­bi­zio­ni­sta a cui piace atti­rare l’atten­zione della sala, c’è il gio­ca­tore discreto, il male­du­cato, lo scor­retto, il sapien­tone, l’appas­sio­nato e pure il super ricco: ognuno va trat­tato diver­sa­mente». Un modo per pre­ve­nire scoc­cia­ture e poter gestire chiun­que evi­tando caos o con­trat­tempi, anche se comun­que, all’interno di ogni casinò, tutto è con­trol­lato: «Attra­verso un pro­gramma par­ti­co­lare, all’entrata, viene effet­tuato il rico­no­sci­mento bio­me­trico a ogni cliente: la dire­zione può cono­scere gli spo­sta­menti di ognuno e poi, gra­zie a micro­foni super-sofi­sti­cati, può sen­tire ogni parola in tutte le sale. Inol­tre sap­piamo dove sono le carte e le fiches in qual­siasi momento per­ché al loro interno hanno dei micro­chip».
PAUSA SIGARETTASono le 21 e ini­zia il turno di Luca, che parte al blac­k­jack («Qual­cuno pensa che il banco debba pren­dere delle deci­sioni, la realtà invece è che seguo solo delle regole pre­cise»), ma il tavolo per ora è vuoto per­ché è ora di cena e molti sono al risto­rante. Dopo mez­zora, pausa. «Soli­ta­mente la fac­ciamo alla fine di 45 minuti di lavoro. Serve per ripren­dersi, ripo­sarsi, iso­larci e restare con­cen­trati. Pos­siamo stare in una sala tv, in cui disten­derci o fumare, pos­siamo andare alla mensa a man­giare qual­cosa – io però ceno sem­pre prima, a casa – oppure in una saletta relax per gio­care a scac­chi o dama».
Dopo il blac­k­jack, Luca passa alla rou­lette. E il clima si sur­ri­scalda, il tavolo si riem­pie. C’è chi urla, chi sus­surra, chi distrae, chi dà ordini («La cosa più com­pli­cata è restare con­cen­trati mal­grado il caos e fare velo­ce­mente i con­teggi») e lui, sem­pre con il sor­riso, sistema le fiches (ogni gio­ca­tore ha un colore tutto suo per evi­tare discus­sioni), cam­bia soldi, ascolta, punta, blocca le gio­cate, lan­cia la male­detta pal­lina e, infine, fa cal­coli rapi­dis­simi e paga. Senza scom­porsi. Anche quando, un tizio vestito come se fosse appena salito da una spiag­gia di Ric­cione, prova a fare una pun­tata get­tando con­tanti e urlando «sul 17» dopo il fati­dico “Rien ne va plus”, che in realtà qui vien detto in ita­liano con un sem­plice “Il gioco è chiuso”.
«In tan­tis­simi si avven­tano sul tavolo all’ultimo momento, o comun­que solo dopo che ho lan­ciato la pal­lina, per­ché pen­sano che possa con­di­zio­nare l’uscita del numero in base alle gio­cate già piaz­zate: quanta igno­ranza. Tanti ci ve
LE FATICHE AI TAVOLI «Ogni 45 minuti di lavoro si fa una pausa nella stanza del silen­zio: urla e rumori sono uno stress»dono come “demoni del gioco”, ma la nostra è una pro­fes­sione arti­stica e a con­tatto col denaro e le per­sone, ser­vono capa­cità di logica, con­cen­tra­zione, abi­lità manuale, una diplo­ma­zia estrema e resi­stenza allo stress».
LO SPACCONEEcco per­ché, dopo un’ora di tavolo, arriva la seconda pausa («Un po’ di acqua e una siga­retta») prima di un altro turno al blac­k­jack. Dove, que­sta volta, ci sono molti gio­ca­tori tra cui un signore anziano, ben vestito, dallo sguardo sac­cente. Il quale, ad un certo punto, decide a sor­presa di chie­dere ancora «carta» e, così, rischiare senza motivo. Ma vince. Poi guarda Luca: «Sa per­ché ho fatto in que­sto modo? Per­ché c’è nel libro». «Scusi, quale libro?» chiede il crou­pier incu­rio­sito. «Quello che ho scritto io sul blac­k­jack», risponde il gam­bler dan­dosi un tono (tra le risa­tine dei pre­senti) e lasciando un get­tone con sup­po­nenza. Che Luca prende e toc toc, batte sul tavolo prima di infi­larlo nella fes­sura alla sua destra e annun­ciare ad alta voce: «Man­ciaaa».
Già, le mance. Sono fre­quenti e ven­gono sem­pre divise tra tutti i dipen­denti in base all’anzia­nità. «Io prendo circa 250 fran­chi al mese e il mio casinò in totale arriva a 1 milione e mezzo di extra, ma in altri posti le cifre sono anche molto più ele­vate. In Costa Azzurra, per esem­pio, alcuni crou­pier, solo di mance, gua­da­gnano una media di 5mila euro al mese con punte di 28mila in ago­sto. Il gio­ca­tore più gene­roso che ho visto? Un arabo che lan­ciava fiches a tutti, visto quanto stava vin­cendo».
Nel frat­tempo si è fatta mez­za­notte e Luca si prende altri 15 minuti di pausa, poi torna alla rou­lette e va a gestire quella vicino all’ingresso, che è la più affol­lata. Un signore anziano – accom­pa­gnato da una gio­vane moglie scol­lata che segue ogni suo movi­mento – se ne sta seduto in un angolo e non parta mai. Si fa capire a gesti e non allunga nem­meno la mano per le gio­cate. «È uno dei tanti sca­ra­man­tici. Si fis­sano che una tal sedia sia for­tu­nata e non la mol­lano per niente al mondo. Altri, invece, si inven­tano i gesti più strani come tirare in aria incenso, oppure c’è chi si con­vince che qual­cuno porti male e glielo fa capire anche male­du­ca­ta­mente». La seg­giola dell’anziano fun­ziona e, con una pun­tata mista, l’uomo incassa 1600 euro. A suo fianco, invece, c’è un arabo seris­simo. «Ha fatto sem­pre la stessa gio­cata che veniva pagata 8, poi ha cam­biato e non mi sono accorto. Dovevo pagare 11 e gli ho dato 8. Subito dopo, per for­tuna, ho rea­liz­zato dell’errore», spiega il crou­pier. In que­sti casi deve inter­ve­nire l’ispet­tore, che è seduto su uno sga­bello rial­zato e con­trolla la rego­la­rità dei tavoli. Saputo del pro­blema, tele­fona alla sala regi­stra­zioni – come se fosse il Var del cal­cio – e chiede di ricon­trol­lare i video. Poi dà l’ok per pagare.
Sba­gli, ma anche tante situa­zioni assurde, ridi­cole, impen­sa­bili. «Quelli della secu­rity, quando vedono qual­cosa di buffo, ci girano le riprese. La più cla­mo­rosa? Un cliente che si man­gia la pal­lina, guardi qui». Un uomo di colore è seduto al tavolo e sor­seg­gia una birra in bot­ti­glia, la crou­pier lan­cia la pal­lina che salta male, den­tro la rou­lette, e rim­balza diret­ta­mente addosso al gio­ca­tore. Il quale la prende al volo e, con grande disin­vol­tura, la mette in bocca e la ingoia. Da non cre­dere. «Anche per quanto riguarda gli imbro­glioni – ce ne sono più di 23mila in Europa, tra cui tan­tis­simi ita­liani, che sono sche­dati e in black list – si rac­con­tano sto­rie stre­pi­tose. Un tizio a Bru­xel­les, per esem­pio, appro­fit­tando dell’aper­tura del nuovo casinò con pro­ce­dure di sicu­rezza ancora da oliare, si è pre­sen­tato tra­ve­stito con barba finta e par­rucca. Ovvia­mente è stato rico­no­sciuto subito».
IL TIPICO FANTOZZISì, c’è dav­vero di tutto ai tavoli. Anche chi, evi­den­te­mente poco pra­tico del casinò, fa figu­racce fan­toz­ziane. Come quel gior­na­li­sta, gof­fa­mente ele­gante, che chiede di cam­biare 100 euro in con­tanti e li porge a Luca, il quale quasi scan­da­liz­zato scuote la testa: «No, mi scusi, li lasci sul tavolo». Poi il mal­de­stro spo­sta la fiche di un altro gio­ca­tore e viene ripreso dall’ispet­tore («Che fa? Deve met­tere il suo get­tone sopra l’altro, non può toc­carlo») e infine, dopo aver vinto (la for­tuna del prin­ci­piante) con un pieno sul numero “20” (pun­tata da 5 euro, bot­tino di 175 euro), se ne va orgo­glioso, ma por­tan­dosi via le fiche del tavolo. E venendo così richia­mato pub­bli­ca­mente. «Sa per­ché non ho potuto pren­dere in mano i soldi? – spiega poi Luca – Per­ché non pos­siamo asso­lu­ta­mente avere con­tatti diretti con nes­sun gam­bler e nem­meno tra di noi. Le mani devono sem­pre essere visi­bili alle tele­ca­mere: veniamo rego­lar­mente con­trol­lati per­ché ogni tanto capita che sia pro­prio il crou­pier a pro­vare a rubare. Alcuni sono stati sma­sche­rati men­tre pas­sa­vano i get­toni ad un amico get­tan­doli nel suo cock­tail, altri li face­vano cadere per terra attra­verso una stecca nella gamba dei pan­ta­loni».
ASSALTO CINESELuca fa un’altra pausa e passa al blac­k­jack, che que­sta volta – forse anche per­ché nel frat­tempo sono quasi le 2 di notte – è ani­mato da tre amici che cam­biano 100 euro a testa e si diver­tono tra bat­tu­tine e sfottò. Poi altro stop e, infine, ultimo turno a pun­to­ban
co, una variante del tra­di­zio­nale bac­ca­rat. Gioco che esalta soprat­tutto gli orien­tali, assie­pati al tavolo e rumo­ro­sis­simi: ad ogni scom­messa un urlo, poi applausi, risate e pun­tate da ric­chi. «Al casinò c’è gente che si gioca i soldi della spesa, i risparmi, lo sti­pen­dio. Per que­sto motivo c’è un con­trollo finan­zia­rio rigido sui gio­ca­tori: quando supe­rano i 1.500 euro di cam­bio, di solito, ven­gono chie­ste spie­ga­zioni e docu­men­ta­zione. Se non ci sono fondi di garan­zia ven­gono segna­lati alle auto­rità e devono uscire, altri­menti per la pro­prietà c’è l’accusa di rici­clag­gio. Siamo pre­pa­rati gra­zie a corsi for­ma­tivi con­ti­nui e tra i nostri com­piti c’è anche quello di con­trol­lare i gio­ca­tori pro­ble­ma­tici: inter­ve­niamo subito ai primi segnali di allarme se li vediamo ner­vosi, se vanno al ban­co­mat con fre­quenza, se sono vestiti male: spesso, poi, ven­gono ban­nati».
Sono ormai le 4 di mat­tina e il casinò è quasi vuoto (durante la set­ti­mana la chiu­sura è alle 5, nei week end alle 7). Luca fa l’ultima pausa e poi stacca, passa dagli spo­glia­toi, riprende il suo abi­tuale look da rap­per e via, si riparte per Milano. «Allora, si è diver­tito? Ormai ha sco­perto tutti i segreti del nostro mestiere», com­menta all’arrivo, sor­ri­dendo e allun­gando la mano per i saluti. E subito dopo le dita – puf puf – si sfio­rano tra loro come per spol­ve­rarsi.