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 2026  maggio 17 Domenica calendario

Maldive, un soccorritore muore nelle ricerche

Dimenticate il sole, le spiagge dorate, il mare cristallino. Alle Maldive, ieri, c’era aria di burrasca e di dolore. Pioggia, vento e una nuova conta dei morti. Ai cinque italiani inghiottiti dalle profonde grotte di Alimathaa, nell’atollo di Vaavu, si è aggiunto un «martire» locale. Così il presidente di questo arcipelago corallino, Mohamed Muizzu, ha definito il sergente maggiore Mohamed Mahudhee, sommozzatore esperto delle forze armate nazionali, che ha perso la vita immergendosi per tentare di localizzare i corpi della professoressa Monica Montefalcone, di sua figlia Giorgia Sommacal e dei ricercatori Muriel Oddenino e Federico Gualtieri, i quattro subacquei ancora «missing», dispersi, dopo essere scesi negli abissi di Thinwana Kandu, detta la «grotta degli squali», e mai più risaliti in superficie.
La notizia è arrivata ieri in tarda mattinata, a poche ore dall’inizio della terza giornata di ricerche. «Le condizioni meteo sono buone», aveva detto al Corriere, fiduciosa, la console onoraria dell’Italia alle Maldive, Giorgia Marazzi, che si trovava assieme all’ambasciatore Damiano Francovigh a bordo della nave della Guardia costiera maldiviana impegnata a coordinare le operazioni di soccorso. Otto sommozzatori si sarebbero dovuti alternare, a turno, per tentare di superare la prima camera della grotta, dove giovedì era stato trovato il corpo senza vita (e senza ossigeno) di Gianluca Benedetti, e arrivare finalmente alla terza camera, dove sarebbero rimasti intrappolati gli altri quattro compagni di immersione, ad oltre 60 metri di profondità.
Il sergente maggiore Mahudhee non ce l’ha fatta, colpito dalla «malattia da decompressione», provocata dalla formazione di bolle di gas nel sangue e nei tessuti. Trasportato d’urgenza all’ospedale, è deceduto poco dopo. Una morte che sta già sollevando aspre polemiche alle Maldive. «I sommozzatori militari sono addestrati per arrivare fino a 50 metri e non avrebbero dovuto andare oltre», dice al Corriere l’ex presidente maldiviano Mohamed Nasheed, oggi leader dell’opposizione. Da Roma i ministri Tajani e Crosetto hanno inviato messaggi di condoglianze per il sub morto. Il governo di Malé vuole allontanare in fretta lo spauracchio di una pesante ricaduta sul turismo, principale fonte di valuta per questi atolli da luna di miele, disseminati come stelle nell’Oceano Indiano. E ora rischia di partire il rimpallo delle responsabilità. I media locali hanno annunciato l’apertura di un’inchiesta «volta ad accertare perché i cinque sub italiani si sono immersi ad una profondità superiore a quella consentita dalla legge» mentre il ministero del Turismo ha sospeso a tempo indeterminato la licenza della barca Duke of York, da cui è partita la tragica immersione, operata dalla compagnia italiana Albatros, ma ufficialmente di proprietà di due armatori locali.
Alle Maldive le immersioni ricreative sono consentite fino a una profondità di 30 metri, a meno che non rientrino in programmi tecnici o di ricerca, che richiedono certificazioni, permessi ed equipaggiamento specifici. Non sembra sia stato questo il caso. Gli inquirenti esamineranno i piani di immersione, le certificazioni e le attrezzature utilizzate. L’ingresso della grotta di Alimathaa si apre a 45 metri per poi scendere, tunnel dopo tunnel, fino a oltre 60. Troppo, anche per i soccorritori maldiviani. Oggi si uniranno alle operazioni di due tecnici italiani inviati dalla società assicurativa Dan, specializzata nella protezione dei subacquei: un esperto di soccorso in acque profonde e un esperto di immersioni in grotta.
Sulla banchina del porto turistico di Hulhumale, a Malé, dove attraccano le lussuose Safari Boat per i turisti e i più scalcagnati ferries dei locali, le guide maldiviane hanno un gran daffare a portare su e giù dalle barche le pinne, i boccagli e le bombole di Nitrox per i clienti, più o meno esperti di «diving». Nessuno vuole sbilanciarsi su quanto accaduto, ma le ipotesi vanno tutte a finire lì: un errore fatale. Adam Shahil, quello che parla meglio l’inglese, se ne fa portavoce: «In quelle grotte si scende, sì. Ma sono davvero profonde e non si dovrebbe mai farlo verso sera. Sono pericolose, le correnti possono farsi più forti e la visibilità più scarsa all’improvviso. Ed erano in troppi, cinque dentro una grotta, dove può alzarsi il pulviscolo che annebbia tutto. Non è come stare in mare aperto, se succede un inconveniente, si rischia la trappola». Cos’è successo, laggiù? «Forse un sub si è trovato in difficoltà, un secondo ha provato ad aiutarlo. Gli altri sono andati in panico. E alla fine sono rimasti senza aria».