Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  maggio 17 Domenica calendario

La dinamica della tentana strage a Modena

Che orrore. A guardare i video che si spera vengano in parte coperti nelle loro parti più crude da tutti i media, viene in mente solo questo. Viene da piangere di impotenza a guardare quella povera donna, ad assistere da lontano a quelle fughe vane, senza speranza. Poi sale la rabbia, come è umano che sia, come è disumano il gesto di quell’uomo alla guida di un’auto trasformata in un inesorabile strumento di morte, in un ingiusto e casuale dominio sulle esistenze altrui, tu sì e tu no, sbandando qui e là, togliendo ai tuoi simili la vita, tutto quello che erano o che speravano di essere.
Ci siamo già stati, in quella strada di Modena. Le abbiamo già viste, quelle immagini. A Nizza c’era un caldo appiccicoso, anche se soltanto l’alba dopo quel 14 luglio del 2016. Non avevano ancora iniziato a pulire la Promenade des Anglais, non avevano toccato nulla, solo rimosso i corpi delle 86 vittime. Sul marciapiede all’imbocco della strada dove abitanti e turisti si erano radunati per assistere ai fuochi d’artificio per la Festa nazionale che celebra la presa della Bastiglia, c’erano due passeggini accartocciati, un piccolo sandalo, un album di figure da colorare, un lecca-lecca gigante ancora nella sua confezione. Erano tutti sporchi di sangue. Fu quella, la prima volta. A Berlino, sei mesi dopo, le autorità avevano scelto un altro approccio, nascondere alla vista, celare anche solo il pensiero di un camion da quaranta tonnellate che aveva diligentemente percorso la lunga Karlstrasse rispettando ognuno degli otto semafori, per poi accelerare negli ultimi cento metri, puntando il mercatino di Natale, travolgendo le casette di legno e chi ci stava intorno, schiantandosi su quella più grande dove vendevano una variante tedesca dello zucchero filato.
Nizza, Berlino, due volte Londra, poco dopo Barcellona con la strage di turisti sulle Ramblas. Furono anni difficili, quelli. Così brutti che non vengono ricordati nemmeno negli anniversari tondi, pieni come furono di storie sempre uguali riguardanti presunti «lupi solitari», così li definivano all’epoca, a volte seguaci dichiarati dell’Isis, a volte solo dei mentecatti con turbe mentali, in alcuni casi non si è mai capito davvero cosa fossero. Così pieni anche di immagini che si vorrebbe dimenticare e che non si schiodano dalla mente.
Non se ne andranno neppure le immagini dei filmati che mostrano da ogni possibile angolazione l’attacco sulla Via Emilia di Modena, che oltre all’orrore non lasciano dubbi sulla premeditazione del gesto, l’accelerazione improvvisa a cento all’ora, i passanti sul marciapiede travolti e lanciati in aria come fossero birilli del bowling, la sterzata per colpire il bersaglio più vicino, la fuga immediata dell’uomo al volante. E diventa facile sovrapporle alle altre, a quelle che noi italiani avevamo sempre visto a distanza di sicurezza. A quel tempo si diceva e si sperava che non sarebbe mai toccata a noi, quella peste, noi che non eravamo impelagati in Siria, che non stavamo antipatici a nessuno e avevamo servizi segreti vigili e attenti, mica come quelli francesi in perenne stato comatoso.
Ma dobbiamo riuscire anche a pensare che Modena non è la nostra Nizza, e noi non siamo minacciati da una oscura entità come si sentiva la Francia ai tempi di Charlie Hebdo, del Bataclan e molto altro ancora. È la nostra prima volta, mai prima d’ora si era verificato un episodio del genere. Le tragedie altrui sono una lezione anche per noi. In Francia, in Germania, in Inghilterra, sono frequenti gli episodi dove squilibrati in auto si avventano sulla folla, spesso senza fare vittime, per fortuna. E ogni volta le autorità ci tengono a precisare con una certa solerzia la natura estemporanea di quegli attacchi, frutto di menti malate e non di una brutale strategia terroristica. È un esercizio di verità che ha una funzione terapeutica, spegne o cerca di tenere a bada la paura della violenza politica o religiosa che da sempre ristagna in ognuno di noi.
L’attentatore della Via Emilia ha subito detto di essere una vittima del bullismo, di essere stato denigrato e vilipeso e di avere quindi cercato una sua atroce vendetta. Non basta ancora. Le istituzioni devono essere pronte a tenere lontana la psicosi collettiva, non devono adagiarsi sulla facile paura dell’altro che episodi come questo possono scatenare. Non devono specularci sopra, in alcun modo. È da questi dettagli che si giudica il grado di maturità della nostra classe dirigente. Speriamo di non venire delusi. Quando il gioco si fa duro, i demagoghi diventano irrilevanti. Devono tacere, o almeno dovrebbero, se non altro per spirito di servizio. Perché nella loro brutalità, quelle immagini ci inchiodano anche a un senso di responsabilità comune.
L’eventuale sollievo per un movente diverso da quello terroristico ha comunque il respiro corto. Catalogare il tremendo pomeriggio di Modena alla voce «follia» sarebbe una facile via d’uscita. E sarebbe anche un errore. Anche in Italia, sempre più spesso si sta facendo strada una logica da Columbine, da strage americana nella scuola, io sto male, sono depresso, ho problemi che non riesco a risolvere, e non accetto che gli altri possano vivere sereni, come i passanti di ieri sulla Via Emilia. È un salto in avanti, per qualcuno una prova dell’impazzimento collettivo. Sembra impossibile che anche da noi esistano persone che scelgono di sfogare così un rancore privato, che non hanno nessuno con cui sfogarsi, per cui cercano di addebitare la loro frustrazione al mondo intero. Nella maniera più crudele, facendo male ad altri esseri umani incolpevoli e sconosciuti, che in un pomeriggio di primavera stanno guardando le vetrine nel centro di una tranquilla città di provincia. Forse non è terrorismo. Ma fa comunque paura.